26 novembre 2006

Passeggeri come parassiti

Tre automezzi viaggiano affiancati lungo la strada sterrata. Le ombre degli alberi nel bosco che sfila alla loro sinistra si sollevano da terra per appena pochi istanti, giusto il tempo di stagliarsi sulle carene ammaccate e impolverate. L'attimo di un fotogramma e tornano già a rassicurare il placido suolo, mentre la polvere, ricadendo, torna a riempire i solchi abbandonati dagli pneumatici. Lontana, sul lago, galleggia una piccola imbarcazione a vela, ferma. A bordo, non si riesce a distinguere nessuna familiare figura umana: che se anche ci fosse, non saprebbe scorgere altro che una scomposta nube di terra sollevarsi dalla riva lacustre, cui fanno da apripista tre opachi sfavillii.

Il pettegolezzo è un linguaggio che si impara, come tutti i linguaggi, usandolo. Con l'età se ne acquisiscono costrutti sempre più complessi ed aumenta la quantità di storie e di sfumature di storie che possono essere sottintese. Con la vecchiaia, il pettegolezzo si fa più assoluto. Tutto si fa più assoluto. Tutti coloro che hanno visto superarsi dalla propria vita condividono un bagaglio di lemmi che risulta inintellegibile ai novizi del pettegolezzo. Anzi, ancora più sottilmente, sembra semplice e vuoto di qualsiasi significato oltre a quello strettamente letterale. Quello che si presenta ad un orecchio non allenato è solo una sequenza di "Sai chi è morto?" - "Te lo ricordi il cognato della Roscia?" - "La cugina della nipote di Angelo è incinta".

Ad ogni persona, ad ogni cosa, è concesso solo un nome. Se un nome è formato da tante parole, tante parole che chiamiamo nomi, esse in realtà fanno parte di un unico bozzolo dalle quale scaturisce un unico nome. L'unità nominale discende dall'unità esistenziale, come un frutto discende dal proprio albero. Negare l'una equivale a negare l'altra. Spezzare il primato di una essenza può avere solo due conseguenze: l'inesistenza, che abolisce la necessità di un nome, o una duplicità, da cui, inesorabile come una sferetta su un piano inclinato, nascono due nuovi nomi.

Immagina con me una macchina che possa fotografare l'isocronia. Isocronografica. Le combinazioni chimiche sulla pellicola sarebbero disposte con riluttanza ad eccitarsi, e rimarrebbero impressionate solo da due eventi che accadono nello stesso momento. Sarebbe come aprire una finestra sul paesaggio completamente imbiancato dalla neve del tempo, e riuscire a imprimere le caratteristiche dell'eternità a quello stesso istante in cui un coniglio bianco sia pervaso dal terrore. Ingiustificato, incontrollato, maledetto, salvifico, permeante terrore.
Beh, io con questa macchina immortalerei il tuo mento. E studierei le minuscole contrazioni dei suoi muscoli dopo ogni mia parola, per leggere in loro le tue reazioni alla scoperta della mia impressionante banalità. Microscopici frammenti di labbra serrate, in accenni di riso o presagi di smarrimento.

Il Dio-Infante-Sindaco stava disponendo i suoi concittadini intorno ai centri nevralgici della città-guerra, nello stesso modo in cui, nei loro giochi, i cuccioli di uomo erano soliti disporre soldatini di plastica verde sul pavimento delle loro camere.da.letto-battaglie. Questi cittadini avevano a protezione dei propri organi vitali oggetti provenienti da mestieri quotidiani, a modo di patetiche e ridicole armature. Frese, trapani, tubi per soffiare il vetro, lance termiche e tutti gli altri strumenti adoperati solitamente per modellare la materia erano ora pronti per un altro scopo, a ben vedere opposto: mettere la parola fine in coda alle esistenze di propri simili, ingegnosi ma sacrificabili edifici di materia vivente. Il senso di colpa messo a tacere dall'alto intelletto sbraitante: "Ingiustizie!". E mentre le ore si assottigliavano, tutti i cieli sopra tutte le teste si riempivano di ruggine.

Le proporzioni tra le dimensioni del monolito erano di una precisione strabiliante: 1 unità di profondità, 4 di larghezza, 9 di altezza. 1:4:9. Che stupidi eravamo stati a pensare che la proporzione si limitasse a quelle sole tre dimensioni.

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