22 ottobre 2006

Effetto placebo

La domenica mattina, voglio stare nel mio letto.
La felicità è forse nella schiavitù.
La felicità è distante solamente una linea di basso.
Il passato è passato è passato.
E' tutta una questione di fiducia, o di rispetto, o di saper tacere?
Perchè da un punto di vista razionale, la fede è solo superstizione.
Ma la fede è proprio accantonare il punto di vista razionale.
La fede è fedeltà?
Se perdere la fede vuol dire non credere nell'esistenza di.
Se perdere la fedeltà vuol dire non amare più.
Si esiste solo quando si è amati?
La credenza è sufficiente all'esistenza?
Senza un soggetto credente, probabilmente l'oggetto creduto non esiste, semplicemente "è".
Mi divertivano al liceo i filosofi che dissertavano sull'essere.
E non è solo un problema di significato.
Faccio fatica a comprendere eventi semplici e banali.
Forse sopravvaluto la loro semplicità, o l'importanza della loro semplicità.
Credo d'illudermi che la mia mancanza di controllo mi ponga in completo controllo.
Pensare di poter capire è una forma di superbia?
E' ironico come la morale cristiana trasformi le fonti del male nel male stesso.
Come si può accettare il libero arbitrio e allo stesso tempo condannare chi mette in pericolo solo se stesso?
Il male semplificato comincia quando abbandonandomi alla gola tolgo il cibo a chi non lo ha, quando preso dall'avarizia levo a chi ha bisogno, quando annebbiato dall'accidia costringo chi mi vuole bene a faticare per me.
La gola, l'avarizia e l'accidia, in sè, riguardano solo me.
Concessami la libertà delle mie azioni, voglio rispondere di esse e solo di esse.
E' tutta una questione di rispetto.
Certo, non sarebbe così importante se...
Confesso che ci sono cose in cui non ho mai creduto.
Che ci sono cose in cui non credo più.
La dimostrazione che non esistono risiede nel fatto che possa accettare la loro inesistenza senza cadere in una palese contraddizione.
O che accettarla porta ad una contraddizione così grande che implode in sè stessa.
Scomparendo.
Ma io non sono una scatola nera.
Fossi Linneo mi aprirei, tirerei fuori tutti i miei pezzi e li disporrei ordinatamente sopra un tavolo.
Poi su ogni cosa apporrei una etichetta, e su queste etichette scriverei i nomi delle cose, le cose che ho dentro.
Forse non avrei parole per tutte.
Forse una delle cose sul tavolo avrebbe l'etichetta "I nomi delle cose".
Cerco solo di non combinare guai.
La felicità, o piuttosto la mancanza di felicità, viene solitamente ritenuta provocata da due cause.
La prima è la conoscenza.
Non si può sapere ed essere felici insieme, dicono.
La seconda è la felicità altrui.
Si può raggiungere la felicità solo smettendo di preoccuparsi della felicità degli altri, dicono.
Mi chiedo se le due cose siano in realtà la stessa cosa.
Ora quattro clacson suonano al contempo, ed io li distinguo uno dall'altro.
Sono diversi in timbro, altezza e volume, ma credo vogliano dire tutti la stessa cosa.
Vogliono andare via.
L'altezza non mi dà vertigine.
Ma salire l'altezza, senza appigli, mi mette a disagio: provo insicurezza.
Scendere da una altezza maggiore a quella stessa altezza mi lascerebbe indifferente.
E' una ironia che non avevo mai provato prima d'ora.
Io condivido la sorte del mio baricentro.

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