Sono profondamente.
Narciso.
Quindi raccolgo qui quello che ho scritto altrove.
Quindi raccolgo qui quello che ho scritto oggi.
Quindi raccolgo qui quello che ho scritto e mi potrebbe anche.
Piacere.
Guardando CSI si possono imparare molte cose. Tipo che la risata è un istinto scatenato dai temi più "animaleschi" con cui l'uomo ha a che fare: il sesso, il cibo, la scatologia, la morte. Ridiamo della nostra natura mortale. Così, il sesso mancante tra un uomo e una donna, invece che immorale, è immortale.
Preso l'insieme delle cose che avanzano per scatti e quello delle cose che subiscono un moto, l'orgoglio appartiene all'intersezione di questi due insiemi.
La selezione naturale s'applica domesticamente anche all'inanimato. La legge del più forte. Cioè, di chi grida più forte.
Ma è vero che la definizione di amico è sempre implicita? E anche quella di innamorato. Solo a posteriori sarà giudicato il tuo comportamento, se consono a quello di un vero amico. Potrebbe essere una categoria Kantiana, un archetipo Jungiano, un imprinting Disneyano. Vabè, non volevo entrare nel merito. E non c'entra niente.
Se non guardare è un lusso, vedere veramente è sovversivo.
Al tempo della mia scuola elementare si chiamavano pensierini. E non riuscivo ad inquadrare il corsivo nella rigidezza delle righe di un quaderno. Sbarre. Mi piacerebbe reincontrare la mia giovane maestra del doposcuola, Stefania. Dopo i compiti, rifatta la cartella, di solito sceglievo i lego.
Sotto quel porticato ci sono statue di fiorentini illustri. Machiavelli, ad esempio. Machiavelli con una sola "c", mi raccomando. "Machiavelli senza macchia" ripeteva la mia professoressa di lettere. Peccato che su quella statua vi sia scritto:
MACCHIAVELLI
Mmm... non so...
Lo dico?
Lo posso dire?
Ok.
Lo dico:
Germi vale una Smells like teen spirit.
Ecco, l'ho detto.
((chi rintraccia il tutto vince un premio))
31 maggio 2006
30 maggio 2006
Se d'un tratto ogni singolo pelo del vostro corpo s'allungasse d'un metro
Ad una partita di pallone, puoi togliere il pallone. Ad un volto grazioso puoi togliere gli occhi. Ad un fiore di primavera puoi togliere il profumo. Ad una foto a colori puoi togliere il bianco e nero. Ad un bicchiere di vino puoi togliere l'alcol. Ad un grande spavento puoi togliere l'inaspettato. Ad un robot puoi togliere una delle tre leggi. Ad un libro puoi togliere il numero di pagine. Ad un cantante puoi togliere la lingua. Ad una perversione puoi togliere l'originalità. Ad una allergia puoi togliere l'allergene. Ad un diamante puoi togliere la trasparenza. Ad un cane puoi togliere la fedeltà. Ad una schiena puoi togliere la spina dorsale. Ad un salto puoi togliere lo slancio. Ad una caduta puoi togliere la traiettoria. A winnie the pooh puoi togliere le cuciture. Ad un segnale stradale puoi togliere la sintassi.
Ora andrei volentieri in un luogo molto in alto. Forse in cima ad una montagna, oppure una torre.
Ora andrei volentieri in un luogo molto in alto. Forse in cima ad una montagna, oppure una torre.
29 maggio 2006
Lo sporco lavoro di dare il nome ai colori
Non era di certo una passeggiata. La macchina scorreva all'interno del tunnel, in salita, sempre più lentamente nonostante la pressione esercitata sul pedale dell'acceleratore fosse costante. Dopo poche decine di metri dall'imboccatura della galleria si perse ogni traccia di segnale radio, cosa che spinse il conducente del veicolo a portare lo stesso sulla corsia di sorpasso, spegnere la radio e forzare un poco di più l'acceleratore. Cominciava a sentirsi stranamente fiacco: sembrava che la cintura di sicurezza avesse preso a stringergli con veemenza l'addome, mentre le scritte luminose e i segnali stradali si facevano incotraddistinti e nebbiosi, impossibili da mettere a fuoco. Il senso di nausea, invece, lo colse all'improvviso: se non fosse stato all'interno di quel maledetto tunnel, si sarebbe fermato sul ciglio della strada per vomitare. Ora, però, era troppo pericoloso. Contemporaneamente aumentarono la pendenza della strada e la sua stizza, poichè vide allontanarsi il momento in cui sarebbe potuto riemergere, alla luce del sole. Se non fosse stato per i riflessi delle luci arancioni sulla carrozzeria, non avrebbe mai notato la macchina nera che dietro di lui si avvicinava di gran lena. Procedeva a fari spenti e a grande velocità: un bell'azzardo in quella situazione. L'istinto che ebbe fu quello di avvisarlo con un lampo di abbaglianti, ma si rese conto di quanto quell'idea fosse stupida: in fin dei conti l'auto nera si trovava dietro di lui, non davanti. La tensione crebbe quando quella macchina gli si affrancò al posteriore: non poteva cambiare corsia, il motore era già al massimo dei giri e produceva un lamento acuto che non aveva nulla di meccanico; e, sopra tutto questo, le sue viscere che non avevano smesso di contorcersi e richiamare a gran voce l'attenzione su di loro con fitte sempre più frequenti e dolorose. Decise allora che tutto quello era sbagliato. Chiuse gli occhi e, così come si esaurirono la galleria, le auto, la macchina nera e il dolore, così egli fu sè, l'universo e te.
"Facessi meglio ha venire qui di stare in quel postacio d'ove piove sempre. Si guadambia bene. Si mancia quello ch'è si vuole. Baci"
"Facessi meglio ha venire qui di stare in quel postacio d'ove piove sempre. Si guadambia bene. Si mancia quello ch'è si vuole. Baci"
28 maggio 2006
La parola del giorno è awkward
Mi sento in colpa, ma forse non ho fatto niente. Forse mi sento in colpa perchè non ho fatto niente. Non è facile farsi capire quando a priori ci si astiene, volontariamente, da ogni comunicazione. C'è differenza tra non avere niente da dire, non sapere cosa dire, non dire nulla per l'ansia di non rimanere in silenzio, non sapere come dirlo? Il silenzio segna questi giorni come un marchio a fuoco, doloroso, cicatriziale; un silenzio imposto dagli eventi, un silenzio auto-impostomi per non generare altri eventi. Non so cosa pensare e non so come pensarlo: il silenzio esterno rimbalza e riflette internamente, come in una cassa di risonanza impossibile. Chiedo scusa già da adesso, per quello che può valere.
Mi sono fatto violenza e sono andato a fare un po' di spesa, nel grande centro commerciale. Parcheggio sempre nella zona verde C6, al primo piano interrato. Mi sono recato alle scale mobili, ho preso un carrello troppo grande per la quantità di cose che avrei dovuto acquistare e sono salito, facendo passare davanti a me una signora, che non se lo aspettava. Tralascio il fastidio di inoltrarmi in una babele di scaffali ricolmi di occasioni a 0.99€, la calca, l'immanovrabilità tipica dei carrelli della spesa, una parete colma di birra, ma tutta chiara e l'impossibilità di trovare un alimentatore universale con l'interruttore per il cambio della polarità, che mi serve per far funzionare il mio nuovo giocattolino. Ho comprato 10 litri di succo di pera in cartone, una bottiglietta di salsa chili, patatine di mais tortillas, una scatola di salatini, 10 piccoli indiani di Agatha Christie e Il cane giallo di Georges Simenon. Pochissima gente alla cassa: strano per un venerdì pomeriggio. La cassiera, forse vedendomi gracile di braccia e carico di pesante succo di frutta mi chiede: "Le buste le vuoi grandi?". Non mi aspettavo la domanda, e infatti sono rimasto a pensarci un po' su. Poi ho esclamato perentorio: "Sì", come se avessi sempre voluto dare quella risposta. Lei mi guarda con fare materno, mentre mi allunga due buste blu. Allora io, mettendo a frutto anni passati a incastrare pezzi a tetris, penso: "Metto 5 litri per busta, ma il resto della roba è fragile, potrebbe rompersi in una delle due buste, schiacciata dal peso del liquido". Veramente non l'ho pensato, mi sono piuttosto fatto un disegnino esplicativo nella mente. Le chiedo: "Mi dai anche una busta piccola, gentilmente?". Lei si irrigidisce, mi guarda con fare interrogativo, ma infine mi cede anche l'ultima bustina bianca, nella quale ripongo la spesa miscellanea. Durante questo piccolo teatrino, le avevo allungato il bancomat: lei lo aveva passato nell'apposita fessura dell'apposito strumento e me lo aveva porto. Quando ebbi finito di digitare sul tastierino numerico la sequenza che corrispondeva al mio codice mai-così-segreto, mi furono tolti dal conto BancoPosta poco meno di 29 euro e forse qualcosa per la commissione. Uscii, mi feci riportare al piano inferiore dalla scala mobile e, mentre scaricavo le buste della spesa nel bagagliaio dell'auto, mi accorsi che nella macchina accanto c'erano due ragazzi che si scambiavano effusioni. Feci finta di non vederli per non imbarazzarli, ma dissi dentro di me: "bel posto per limonare". Questo lo pensai proprio, senza disegnini. Feci il giro largo intorno all'auto per andare a far ricongiungere il carrello con i suoi simili, sempre ignorandoli. Recuperai l'agognata moneta da un euro e la misi nel taschino piccolo dei jeans. Strano a dirsi, ma è così che finisce questo inutile resoconto.
Il libro di Agatha Christie l'ho letto stanotte, invece di dormire. Non vi racconto il finale, ma vi dico che è inverosimile. La trovata è buona, ma ci sono almeno un paio di punti in cui lo stratagemma risolutivo non può aver funzionato. Se questo è l'eponimo dei libri gialli, il genere non deve stare messo troppo bene. E inoltre: "C'era qualcosa di sinistro in quell'isola, che la fece rabbrividire leggermente." Dico solo che c'era qualcosa di sinistro in questa frase, che mi fece rabbrividire leggermente. No, pesantemente.
Infine volevo aggiungere che non ho scheletri nell'armadio; ma se li avessi sarebbero di legno, gli scheletri e l'armadio.
Mi sono fatto violenza e sono andato a fare un po' di spesa, nel grande centro commerciale. Parcheggio sempre nella zona verde C6, al primo piano interrato. Mi sono recato alle scale mobili, ho preso un carrello troppo grande per la quantità di cose che avrei dovuto acquistare e sono salito, facendo passare davanti a me una signora, che non se lo aspettava. Tralascio il fastidio di inoltrarmi in una babele di scaffali ricolmi di occasioni a 0.99€, la calca, l'immanovrabilità tipica dei carrelli della spesa, una parete colma di birra, ma tutta chiara e l'impossibilità di trovare un alimentatore universale con l'interruttore per il cambio della polarità, che mi serve per far funzionare il mio nuovo giocattolino. Ho comprato 10 litri di succo di pera in cartone, una bottiglietta di salsa chili, patatine di mais tortillas, una scatola di salatini, 10 piccoli indiani di Agatha Christie e Il cane giallo di Georges Simenon. Pochissima gente alla cassa: strano per un venerdì pomeriggio. La cassiera, forse vedendomi gracile di braccia e carico di pesante succo di frutta mi chiede: "Le buste le vuoi grandi?". Non mi aspettavo la domanda, e infatti sono rimasto a pensarci un po' su. Poi ho esclamato perentorio: "Sì", come se avessi sempre voluto dare quella risposta. Lei mi guarda con fare materno, mentre mi allunga due buste blu. Allora io, mettendo a frutto anni passati a incastrare pezzi a tetris, penso: "Metto 5 litri per busta, ma il resto della roba è fragile, potrebbe rompersi in una delle due buste, schiacciata dal peso del liquido". Veramente non l'ho pensato, mi sono piuttosto fatto un disegnino esplicativo nella mente. Le chiedo: "Mi dai anche una busta piccola, gentilmente?". Lei si irrigidisce, mi guarda con fare interrogativo, ma infine mi cede anche l'ultima bustina bianca, nella quale ripongo la spesa miscellanea. Durante questo piccolo teatrino, le avevo allungato il bancomat: lei lo aveva passato nell'apposita fessura dell'apposito strumento e me lo aveva porto. Quando ebbi finito di digitare sul tastierino numerico la sequenza che corrispondeva al mio codice mai-così-segreto, mi furono tolti dal conto BancoPosta poco meno di 29 euro e forse qualcosa per la commissione. Uscii, mi feci riportare al piano inferiore dalla scala mobile e, mentre scaricavo le buste della spesa nel bagagliaio dell'auto, mi accorsi che nella macchina accanto c'erano due ragazzi che si scambiavano effusioni. Feci finta di non vederli per non imbarazzarli, ma dissi dentro di me: "bel posto per limonare". Questo lo pensai proprio, senza disegnini. Feci il giro largo intorno all'auto per andare a far ricongiungere il carrello con i suoi simili, sempre ignorandoli. Recuperai l'agognata moneta da un euro e la misi nel taschino piccolo dei jeans. Strano a dirsi, ma è così che finisce questo inutile resoconto.
Il libro di Agatha Christie l'ho letto stanotte, invece di dormire. Non vi racconto il finale, ma vi dico che è inverosimile. La trovata è buona, ma ci sono almeno un paio di punti in cui lo stratagemma risolutivo non può aver funzionato. Se questo è l'eponimo dei libri gialli, il genere non deve stare messo troppo bene. E inoltre: "C'era qualcosa di sinistro in quell'isola, che la fece rabbrividire leggermente." Dico solo che c'era qualcosa di sinistro in questa frase, che mi fece rabbrividire leggermente. No, pesantemente.
Infine volevo aggiungere che non ho scheletri nell'armadio; ma se li avessi sarebbero di legno, gli scheletri e l'armadio.
25 maggio 2006
Intro
Penso agli orsi.
Alla mancanza di sensazioni.
Alle bugie.
Alla pigrizia.
Ad un certo grigiore.
Al mare non più solitario.
Agli anche piccoli viaggi in macchina: con chi ero, chi guidava, su che macchina eravamo, cosa abbiamo detto.
Agli album strumentali.
A myspace.
A cosa sto combinando.
Alle responsabilità.
A non far male a nessuno.
Ad andare via.
Ai libri.
Al common lisp.
Ai database sqlite.
Alla virtus roma.
Ai giochi.
Alle foto che non ho più fatto.
A come si scrive il testo di una canzone.
A fare quello che mi va, ma cosa mi va?
Al Giappone, all'Islanda, al Gran Sasso.
Alle elezioni del sindaco.
A Shevchenko.
A fare uno scherzo.
Al grado di sopportazione di caldo.
A non far trapelare le emozioni, i pensieri, le sensazioni.
A fare i giochetti con le mani.
Allo screamo.
Alla vita da scopino che mi attende al varco.
Ai saggi di economia.
Alla pioggia, che sembra frittura.
Alla schiuma.
Ad una infermiera.
Al fondo di zucchero delle coppette di gelato preconfezionate.
Alla pornografia perfetta.
A reaktor, fruityloops e ableton live.
Alle prime parole di Moby Dick, di Lolita.
Ma non dico niente.
Alla mancanza di sensazioni.
Alle bugie.
Alla pigrizia.
Ad un certo grigiore.
Al mare non più solitario.
Agli anche piccoli viaggi in macchina: con chi ero, chi guidava, su che macchina eravamo, cosa abbiamo detto.
Agli album strumentali.
A myspace.
A cosa sto combinando.
Alle responsabilità.
A non far male a nessuno.
Ad andare via.
Ai libri.
Al common lisp.
Ai database sqlite.
Alla virtus roma.
Ai giochi.
Alle foto che non ho più fatto.
A come si scrive il testo di una canzone.
A fare quello che mi va, ma cosa mi va?
Al Giappone, all'Islanda, al Gran Sasso.
Alle elezioni del sindaco.
A Shevchenko.
A fare uno scherzo.
Al grado di sopportazione di caldo.
A non far trapelare le emozioni, i pensieri, le sensazioni.
A fare i giochetti con le mani.
Allo screamo.
Alla vita da scopino che mi attende al varco.
Ai saggi di economia.
Alla pioggia, che sembra frittura.
Alla schiuma.
Ad una infermiera.
Al fondo di zucchero delle coppette di gelato preconfezionate.
Alla pornografia perfetta.
A reaktor, fruityloops e ableton live.
Alle prime parole di Moby Dick, di Lolita.
Ma non dico niente.
22 maggio 2006
Non ti sporcar di me
Perché, specialmente in un luogo come questo, nulla accade per caso: ad esempio gli orologi in esposizione sono tutti sincronizzati in un perenne 10 e 10. Così da ricordare un volto sorridente e predisporre favorevolmente all'acquisto. Per quanto mi riguarda, ricordo Berlino con dolcezza, un po' di rimpianto, tracce di acredine, mia acredine, e gocce di fastidio. Ora vorrei essere un arco e una freccia insieme, teso, puntato verso un bersaglio. E il bersaglio lo vorrei oltre un confine.
21 maggio 2006
Può Darcy
Allora, la situazione è questa: c'era un foglietto su cui avevo scritto gli argomenti di questo mio post, ma non lo trovo più, quindi andrò a braccio. Per cominciare, non scrivo più un post al giorno. Me ne rammarico, poiché è una cosa a cui tengo. Proverò ad essere meno svogliato. Per continuare, ultimamente sono pigro in modo disarmante. Ogni volta che mi metto in mente di fare qualcosa, mi prende una fitta allo stomaco e desisto. Voglia di stare immobile a guardare fuori della finestra. Il volteggio dei gabbiani senza il mare. Di notte i gabbiani ridono, oppure urlano come neonati. Cose che non ho mai mangiato e ho intenzione di assaggiare: Sushi, filetto alla Stroganoff, Fish & chips, Felafel. Se qualcuno volesse invitarmi ad assaggiare una di queste cose, accetterei. Io porto il succo di frutta alla pera, oppure il chinotto. Interrogativo corrente: non rispondere ai commenti è maleducazione? Li leggo tutti, apprezzo che ci sia qualcuno che mi legga, ma raramente aggiungo commento a commento. Una forma di pudore, forse. Comunque si sappia che chi commenta finisce suo malgrado nei preferiti, o bookmarks. Si riformano gli Smashing Pumpkins: la prendo come una possibilità di redenzione per non aver visto il loro finto ultimo concerto, svoltosi proprio qua. Tipo, "una seconda opportunità". Ho corso di nuovo, dopo due settimane di inattività. Sensazione positiva, più che. Ora muscolatura dolorante, sensazione meno positiva. Contribuisce all'aumento di pigrizia, nonché di entropia. Da aggiungere alla lista di film da vedere: V per vendetta, Xmen3, Il caimano, THX 1138, 4-4-2, Effetto notte. Film da non vedere: Orgoglio e pregiudizio, Il codice da vinci, Le particelle elementari. Vorrei leggerne i libri, prima. Pare facciano il film su Tristam Shandy. Altro libro ancora da leggere. In un piccolo incidente domestico, è andato a farsi friggere il mio harddisk da 300Gb. Pieno. Quasi tutta musica. Reo confesso e scornato. Ora non ho quasi nulla da ascoltare. Giornate silenziose. Leggo il libro a puntate di Baricco. 1, 2, 3 e 4. Seguendo un consiglio, costruirò una bomba. La inghiottirò e la detonerò. Poi sarei ovunque.
Panegoismo, lo chiamo.
Panegoismo, lo chiamo.
17 maggio 2006
Canovaccio
Piatto del giorno: quisquilie, pinzellacchere.
La prova che il giornalismo in Italia sia una barzelletta lo si nota da un fatto: non si parla mai di soldi. A volte si fa accenno a qualche fantomatico potere, ma non s'entra mai nello specifico per spiegare in cosa consista questo potere. Quando va bene, l'opera giornalistica si limita alla parafrasi di comunicati stampa e agenzie. Quando va male, si fa la marchetta. Quando va malissimo, si "sbatte il mostro in prima pagina". Le domande scomode non vengono poste, e le risposte vuote ed evasive vengono prese per buone, senza colpo ferire. Tanto per fare un esempio, si parla tanto spesso delle tre televisioni mediaset, che sarebbero la fonte del conflitto di interessi berlusconiano. Si omette spesso che mediaset, per lunghi periodi di tempo, è stata fortemente in passivo, spesso sull'orlo del collasso finanziario. Praticamente un buco nero di soldi, e quindi di potere. Le maggiori fonti di ricchezza per l'ex PresDelCons erano e sono tuttora le assicurazioni, le banche, la pubblicità e solo in secondo piano l'editoria. Sono quelli i campi che, se monopolizzati, paralizzano l'economia di un paese, altro che retequattro sul satellite. Ma come si dice, il più pulito c'ha la rogna. Fiat, Telecom, Alitalia sono società private che, oltre a beneficiare del fatto che fino a pochi anni fa potevano contare su un mercato praticamente monopolizzato, continuano a ricevere ingenti sovvenzioni dallo stato, praticamente a fondo perduto. E i loro bilanci sono, a voler essere ottimisti, fallimentari. E' più che probabile che presto facciano la fine di Parmalat e Cirio. A meno che il nuovo governo non intervenga ancora più pesantemente con le sovvenzioni. E qui casca l'asino. Il nuovo governo. Un semplice ragionamento vorrebbe che per far fronte al "potere" politico ed economico di Berlusconi, il centrosinistra debba poter vantare un apparato se non identico, almeno paragonabile. Se ne sa qualcosa? Pochissimo. Prima delle elezioni è scoppiato il caso delle telefonate di Fassino, Unipol, Le coop rosse. E poi il silenzio. Un silenzio che fa paura, perchè lascia intravedere la grandezza di quello che nasconde. L'accanimento con cui i mezzi di informazione dovrebbero analizzare e controllare le azioni e le commistioni della politica, potrebbe essere un mezzo per garantire la trasparenza dell'operato legale e democratico dei partiti. Ma questo accanimento, oggi, non c'è. Perfino per un personaggio sotto gli occhi di tutti, come lo è stato per anni Berlusconi, l'indagine e l'informazione sono solo parziali. Figurarsi per l'opposto schieramento. E' questo tipo di atteggiamento passivo che mina la libertà di una società: libertà che si può costruire solo con scelte fatte sulla base di informazioni corrette date da una corretta informazione.
La prova che il giornalismo in Italia sia una barzelletta lo si nota da un fatto: non si parla mai di soldi. A volte si fa accenno a qualche fantomatico potere, ma non s'entra mai nello specifico per spiegare in cosa consista questo potere. Quando va bene, l'opera giornalistica si limita alla parafrasi di comunicati stampa e agenzie. Quando va male, si fa la marchetta. Quando va malissimo, si "sbatte il mostro in prima pagina". Le domande scomode non vengono poste, e le risposte vuote ed evasive vengono prese per buone, senza colpo ferire. Tanto per fare un esempio, si parla tanto spesso delle tre televisioni mediaset, che sarebbero la fonte del conflitto di interessi berlusconiano. Si omette spesso che mediaset, per lunghi periodi di tempo, è stata fortemente in passivo, spesso sull'orlo del collasso finanziario. Praticamente un buco nero di soldi, e quindi di potere. Le maggiori fonti di ricchezza per l'ex PresDelCons erano e sono tuttora le assicurazioni, le banche, la pubblicità e solo in secondo piano l'editoria. Sono quelli i campi che, se monopolizzati, paralizzano l'economia di un paese, altro che retequattro sul satellite. Ma come si dice, il più pulito c'ha la rogna. Fiat, Telecom, Alitalia sono società private che, oltre a beneficiare del fatto che fino a pochi anni fa potevano contare su un mercato praticamente monopolizzato, continuano a ricevere ingenti sovvenzioni dallo stato, praticamente a fondo perduto. E i loro bilanci sono, a voler essere ottimisti, fallimentari. E' più che probabile che presto facciano la fine di Parmalat e Cirio. A meno che il nuovo governo non intervenga ancora più pesantemente con le sovvenzioni. E qui casca l'asino. Il nuovo governo. Un semplice ragionamento vorrebbe che per far fronte al "potere" politico ed economico di Berlusconi, il centrosinistra debba poter vantare un apparato se non identico, almeno paragonabile. Se ne sa qualcosa? Pochissimo. Prima delle elezioni è scoppiato il caso delle telefonate di Fassino, Unipol, Le coop rosse. E poi il silenzio. Un silenzio che fa paura, perchè lascia intravedere la grandezza di quello che nasconde. L'accanimento con cui i mezzi di informazione dovrebbero analizzare e controllare le azioni e le commistioni della politica, potrebbe essere un mezzo per garantire la trasparenza dell'operato legale e democratico dei partiti. Ma questo accanimento, oggi, non c'è. Perfino per un personaggio sotto gli occhi di tutti, come lo è stato per anni Berlusconi, l'indagine e l'informazione sono solo parziali. Figurarsi per l'opposto schieramento. E' questo tipo di atteggiamento passivo che mina la libertà di una società: libertà che si può costruire solo con scelte fatte sulla base di informazioni corrette date da una corretta informazione.
15 maggio 2006
Trasporto
Reiterare il sonno.
Fare colazione su Plutone.
Mi è passata l'influenza, l'ennesima che ho preso questa stagione. Sarà forse la 4a o la 5a, ho perso il conto. Si profila un anno mediocre dal punto di vista della salute, ma poco male: finora ho goduto di buona salute, forse devo scontare gli acciacchi qualche anno di vecchiaia. Deve essere stato quel giorno al palaghiaccio. Ero fermo ad aspettare al freddo, senza aver pranzato, e poi l'uscita al sole caldo dei primi weekend in cui si potrebbe già andare al mare. Già, andare al mare. Volevo, ma ho rimandato e rimandato e rimandato. Ora è troppo tardi, ci sarebbe troppa gente a spiarmi. Ci tornerò quando ci saremo solo noi due, io e il mare. Sto leggendo il diario di Anne Frank. Mi sono accorto che sto tra gli ultimi libri che ho letto è pieno di autori ebrei. Anne per cominciare, Abraham Jehoshua, Mordecai Richler, Primo Levi. Li ho comprati tutti insieme, ma non l'ho fatto a posta, ne' me ne sono accorto. Fino a qualche giorno fa. Ora, visto che sono guarito, torno al lavoro, alla solita routine, magari con qualche sorpresa. Magari. Cambiamenti, sono qua, venite a farmi visita. Fine del riempitivo.
Fare colazione su Plutone.
Mi è passata l'influenza, l'ennesima che ho preso questa stagione. Sarà forse la 4a o la 5a, ho perso il conto. Si profila un anno mediocre dal punto di vista della salute, ma poco male: finora ho goduto di buona salute, forse devo scontare gli acciacchi qualche anno di vecchiaia. Deve essere stato quel giorno al palaghiaccio. Ero fermo ad aspettare al freddo, senza aver pranzato, e poi l'uscita al sole caldo dei primi weekend in cui si potrebbe già andare al mare. Già, andare al mare. Volevo, ma ho rimandato e rimandato e rimandato. Ora è troppo tardi, ci sarebbe troppa gente a spiarmi. Ci tornerò quando ci saremo solo noi due, io e il mare. Sto leggendo il diario di Anne Frank. Mi sono accorto che sto tra gli ultimi libri che ho letto è pieno di autori ebrei. Anne per cominciare, Abraham Jehoshua, Mordecai Richler, Primo Levi. Li ho comprati tutti insieme, ma non l'ho fatto a posta, ne' me ne sono accorto. Fino a qualche giorno fa. Ora, visto che sono guarito, torno al lavoro, alla solita routine, magari con qualche sorpresa. Magari. Cambiamenti, sono qua, venite a farmi visita. Fine del riempitivo.
14 maggio 2006
Sono buono e la gente se ne approfitta
L'operaio con la maglietta bianca è seduto sul tetto del palazzo di fronte. Lo vedo, di fianco, che mangia un panino, sorseggia la sua birra economica e si asciuga le mani unte contro i jeans macchiati di vernice chiara. Concluso il suo pasto, sfoglia un quotidiano di quelli che distribuiscono gratuitamente, in modo svogliato. Infine si rialza e rientra in casa.
Mentre guido lungo la strada in salita, faccio caso ai volti nelle macchine che pervengono dal senso opposto. Non mi interesso degli uomini, c'è molta più varietà nei volti femminili. C'è una donna anziana, a bordo della sua utilitaria azzurra, che a malapena sporge la testa al di sopra del volante. Ha capelli bianchi, tinti di castano chiaro, e procede lentamente portandosi dietro una processione di auto nervose. Porta un paio di occhiali spessi, con la montatura larga di tartaruga, legati al collo con una cordicella nera. La passo. Prima di arrivare al semaforo, vedo sul lato opposto della strada due persone dentro una piccola auto bianca. Discutono con un po' d'animazione. Lui è canuto, vecchio, Lei è giovane ma vestita e truccata in modo eccessivo. Forse sono padre e figlia, oppure amanti. Guardando lei, non mi accorgo che nel frattempo il semaforo è diventato rosso e l'auto che mi precede s'è fermata. Non freno, la tampono.
Sposto gli oggetti col pensiero. Non proprio. Altero la realtà, ma tutto quello che riesco a fare è spostare gli oggetti. Se mi concentro, riesco a trovarmi in una realtà in cui l'oggetto del mio pensiero non è mai stato in un certo luogo, ma in quello da me pensato. Nessuno si accorge della differenza tranne me. Se riuscissi a spiegarlo a qualcuno, a farglielo vedere, potrei dimostrare che la realtà non esiste, poichè non è univoca. Perchè io posso saltare da una realtà all'altra, e sono tutte possibili e plausibili. Ma nessuno si accorge di nulla, o forse fingono tutti.
Mentre guido lungo la strada in salita, faccio caso ai volti nelle macchine che pervengono dal senso opposto. Non mi interesso degli uomini, c'è molta più varietà nei volti femminili. C'è una donna anziana, a bordo della sua utilitaria azzurra, che a malapena sporge la testa al di sopra del volante. Ha capelli bianchi, tinti di castano chiaro, e procede lentamente portandosi dietro una processione di auto nervose. Porta un paio di occhiali spessi, con la montatura larga di tartaruga, legati al collo con una cordicella nera. La passo. Prima di arrivare al semaforo, vedo sul lato opposto della strada due persone dentro una piccola auto bianca. Discutono con un po' d'animazione. Lui è canuto, vecchio, Lei è giovane ma vestita e truccata in modo eccessivo. Forse sono padre e figlia, oppure amanti. Guardando lei, non mi accorgo che nel frattempo il semaforo è diventato rosso e l'auto che mi precede s'è fermata. Non freno, la tampono.
Sposto gli oggetti col pensiero. Non proprio. Altero la realtà, ma tutto quello che riesco a fare è spostare gli oggetti. Se mi concentro, riesco a trovarmi in una realtà in cui l'oggetto del mio pensiero non è mai stato in un certo luogo, ma in quello da me pensato. Nessuno si accorge della differenza tranne me. Se riuscissi a spiegarlo a qualcuno, a farglielo vedere, potrei dimostrare che la realtà non esiste, poichè non è univoca. Perchè io posso saltare da una realtà all'altra, e sono tutte possibili e plausibili. Ma nessuno si accorge di nulla, o forse fingono tutti.
12 maggio 2006
Negli occhi solo grasso
Durata: 03 minuti e 04 secondi.
Se quelli che mangio sono cibi transgenici. Se nell'acqua che bevo c'è troppo residuo fisso. Se i muri sono fatti d'amianto. Se il fumo uccide. Se il fumo passivo uccide. Se l'alcol distrugge il fegato. Se mi tolgono i punti dalla patente. Se guido senza cinture di sicurezza. Se mangio troppo. Se mangio troppo poco. Se non faccio sport. Se non mi lavo i denti. Se mi cadranno tutti i capelli. Se non bevo almeno un litro d'acqua al giorno. Se non mangio frutta. Se non ho gli addominali scolpiti. Se non sono simpatico, se non faccio ridere la gente. Se non ho una vita sociale. Se devo rimanere solo. Se devo rimanere al buio. Se gioco a calcetto con un pallone cucito da un bambino del bangladesh. Se si estinguono tutti i panda e tutte le tigri e tutti gli unicorni della terra. Se il milan vince il campionato. Se il milan va in serie B. Se disboscano il pianeta terra. Se ammazzano le foche con le mazze chiodate. Se mangiano i bambini al curry. Se non rido alle barzellette su berlusconi, che non fanno più ridere. Se non vado in palestra per mantenermi in forma. Se non vado in vacanza. Se vanno i comunisti al potere. Se la gente si meraviglia che non mi interessano le occasioni, gli intrallazzi, le furberie, le scorciatoie, i favori, che preferisco pagare le cose il loro prezzo. Se non mi fido delle persone. Se non c'è abbastanza tempo. Se non diventerò ricco. Se non girerò il mondo. Se non sarò felice.
Veramente, non mi importa.
Se quelli che mangio sono cibi transgenici. Se nell'acqua che bevo c'è troppo residuo fisso. Se i muri sono fatti d'amianto. Se il fumo uccide. Se il fumo passivo uccide. Se l'alcol distrugge il fegato. Se mi tolgono i punti dalla patente. Se guido senza cinture di sicurezza. Se mangio troppo. Se mangio troppo poco. Se non faccio sport. Se non mi lavo i denti. Se mi cadranno tutti i capelli. Se non bevo almeno un litro d'acqua al giorno. Se non mangio frutta. Se non ho gli addominali scolpiti. Se non sono simpatico, se non faccio ridere la gente. Se non ho una vita sociale. Se devo rimanere solo. Se devo rimanere al buio. Se gioco a calcetto con un pallone cucito da un bambino del bangladesh. Se si estinguono tutti i panda e tutte le tigri e tutti gli unicorni della terra. Se il milan vince il campionato. Se il milan va in serie B. Se disboscano il pianeta terra. Se ammazzano le foche con le mazze chiodate. Se mangiano i bambini al curry. Se non rido alle barzellette su berlusconi, che non fanno più ridere. Se non vado in palestra per mantenermi in forma. Se non vado in vacanza. Se vanno i comunisti al potere. Se la gente si meraviglia che non mi interessano le occasioni, gli intrallazzi, le furberie, le scorciatoie, i favori, che preferisco pagare le cose il loro prezzo. Se non mi fido delle persone. Se non c'è abbastanza tempo. Se non diventerò ricco. Se non girerò il mondo. Se non sarò felice.
Veramente, non mi importa.
10 maggio 2006
Il ponte va a fuoco
Sono spettinato. Indosso un maglione blu, con le trecce sempre blu, ma è stretto, infeltrito. Sotto, una camicia blu scuro, una maglietta rossa a maniche corte, una maglietta grigio scuro a maniche lunghe. Mi guardo intorno? No. Mi guardo dentro? No. Per la maggior parte del tempo sto in silenzio. Rispondo a monosillabi, quando mi fanno una domanda. La luce che doveva rimanere sempre accesa, adesso è spenta. Probabilmente qualcuno, prima di uscire, ha dimenticato di riaccenderla. E così non mi vuoi parlare, oppure non mi vuoi più. Non sei l'unica, ma resti comunque l'unica. Resto in silenzio, non farei comunque nessuna differenza. L'ambiente non ha risorse, ne' materie prime. La spinta creativa, generativa, ora non c'è. Confesso che mi sento stanco, ma non sono stanco. Rimango chiuso, come una cassaforte. La combinazione è scritta su qualunque muro di qualunque cesso pubblico.
L'ho sentita in radio, qui il video. Da guerra, adatta.
Tra queste rive. Scorreva un fiume.
L'ho sentita in radio, qui il video. Da guerra, adatta.
Tra queste rive. Scorreva un fiume.
07 maggio 2006
La strana ma pur vera sovrapposizione tra saper guidare e conoscere la strada
Eravate uno sciame. Con quelle coperture artificiali a proteggervi le zampe ulteriori, scivolavate sul filo di due lame lungo quel tondeggiante panno bianco. E tutti voi, insettucoli, con lo stesso vettore angolare, le ali accennate e mai dischiuse, perché il contrario avrebbe comportato una violazione del regolamento. I meno temerari di voi, lentamente, percorrevano il tracciato con i tentacolini incollati al bordo di quel vespaio, come ciechi alla ricerca della via del ritorno, o come fosse coperto di miele, che avreste potuto assaggiare con il senso del gusto ancorato al fondo delle vostre pigre zampe. I più disincantati, efebici, sottili, con quell'esile esoscheletro nero, nel mezzo dell'alveare, lì dove il panno è duro e navigabile, lì venivate a tracciare curve: una danza nuova, d'allenamento, una comunicazione priva di verbo, priva di nerbo, fatta di passi, piroette, giri non di parole, osservati speciali dei vecchi insetti istruttori. E poi c'eri tu, la regina degli insetti. Con le tue appena accentuate inflorescenze, il corpo lungo e affusolato, le antenne legate lungo il capo nero con anelli invisibili. Il torso verde d'iridescenza, attiravi su di te l'attenzione dei sudditi, pallidi, imitatori, affaticati. Sapevamo che non avresti perso il tuo equilibrio, e così infatti fu. Volteggi rotatori di velocità mutabile, dipendente dalla tua natura coperta o dischiusa. Io ero fuori, nel giardino dei sedili di plastica, leggevo il mio libro pieno di parole inventate e ogni tanto gettavo lo sguardo incredulo sullo spettacolo invertebrato dominato da te. I miei arti intirizziti e il respiro materializzato in nubicole d'acqueo vapore, presso dissolte. Poi le scale, le porte, l'attesa, altre porte, altre scale, l'ultima porta. E ora sei solo un ricordo, regina degli insetti.
03 maggio 2006
It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife
Mi sono svegliato all'ombra di un albero.
Anche se, ad onor del vero, non so se quelle cose si potessero chiamare albero e ombra; per semplicità li chiameremo con nomi che siano chiari a chi, come me, abbia abitato la realtà. O quella che fino ad oggi ho creduto fosse la realtà.
Ma ricostruiamo la storia dall'inizio.
Sono sicuro di essermi addormentato sul mio letto. Era pomeriggio e stavo leggendo un libro, di cui poi non mi sarei ricordato ne' titolo ne' autore, che raccontava la storia di tre mogli e un libro. La lettura era leggera e divertente ma il silenzio e la luce primaverile proveniente dalla finestra mi indussero in tentazione. Posai il libro e m'addormentai.
Così iniziarono tutte le mie sventure.
Come dicevo prima, mi sono svegliato all'ombra di un albero. La schiena poggiata sul tronco, dolorante. Anche se, mettendo a fuoco le mie sensazioni, notavo provare bruciore più che dolore. Il mio corpo nudo si riscaldava al tepore generato dall'albero e dalla sua ombra calda. Appena fuori dal riparo di questo ombrello, sentivo addosso il freddo gelido proveniente dal sole nero che bucava il cielo arancio sopra la mia testa. L'erba rossa sotto i miei piedi li asciugava mentre la calpestavo. Facendomi riparo con la mia mano calda e illuminata, dal buio gelido proiettato da quel terribile antisole, camminavo veloce alla ricerca di una struttura intelligente, o la mente che avesse potuto generarla.
M'imbattei in un corso di non-acqua, visto che non era trasparente, era solido, e non scorreva. A differenza delle non-rocce, morbide e liquide. Mi specchiai su una superfice opaca e completamente trasparente e mi vidi le gambe attaccate alle spalle, le braccia pendere dal bacino, la testa far smorfie in zona pelvica e gli organi sessuali esposti in modo osceno sul collo.
Qui, in preda al terrore, finisce la storia che non è mai cominciata, perchè: quello non ero io, non mi trovavo in quel mondo, mi trovavo in quel non-mondo e l'unico che potrebbe raccontarvela era non-io.
Anche se, ad onor del vero, non so se quelle cose si potessero chiamare albero e ombra; per semplicità li chiameremo con nomi che siano chiari a chi, come me, abbia abitato la realtà. O quella che fino ad oggi ho creduto fosse la realtà.
Ma ricostruiamo la storia dall'inizio.
Sono sicuro di essermi addormentato sul mio letto. Era pomeriggio e stavo leggendo un libro, di cui poi non mi sarei ricordato ne' titolo ne' autore, che raccontava la storia di tre mogli e un libro. La lettura era leggera e divertente ma il silenzio e la luce primaverile proveniente dalla finestra mi indussero in tentazione. Posai il libro e m'addormentai.
Così iniziarono tutte le mie sventure.
Come dicevo prima, mi sono svegliato all'ombra di un albero. La schiena poggiata sul tronco, dolorante. Anche se, mettendo a fuoco le mie sensazioni, notavo provare bruciore più che dolore. Il mio corpo nudo si riscaldava al tepore generato dall'albero e dalla sua ombra calda. Appena fuori dal riparo di questo ombrello, sentivo addosso il freddo gelido proveniente dal sole nero che bucava il cielo arancio sopra la mia testa. L'erba rossa sotto i miei piedi li asciugava mentre la calpestavo. Facendomi riparo con la mia mano calda e illuminata, dal buio gelido proiettato da quel terribile antisole, camminavo veloce alla ricerca di una struttura intelligente, o la mente che avesse potuto generarla.
M'imbattei in un corso di non-acqua, visto che non era trasparente, era solido, e non scorreva. A differenza delle non-rocce, morbide e liquide. Mi specchiai su una superfice opaca e completamente trasparente e mi vidi le gambe attaccate alle spalle, le braccia pendere dal bacino, la testa far smorfie in zona pelvica e gli organi sessuali esposti in modo osceno sul collo.
Qui, in preda al terrore, finisce la storia che non è mai cominciata, perchè: quello non ero io, non mi trovavo in quel mondo, mi trovavo in quel non-mondo e l'unico che potrebbe raccontarvela era non-io.
02 maggio 2006
I cani abbaiano a tempo e i gabbiani fanno il verso di porte che cigolano
La mia chitarra non è fatta di legno. La mia chitarra non è molto alta, ma se mi sta di fronte la posso baciare senza che lei debba alzarsi sulla punta dei piedi. La mia chitarra è lontana da me, e forse presto andrò a trovarla. La mia chitarra ha delle labbra che guardo in foto e mi piacciono i suoi colori. La mia chitarra ha delle corde che non posso toccare, per non rischiare di farla suonare male. Ne ha altre invece che amo suonare per sentire il suono che produce, per toccare la vibrazione che si espande nella sua cassa. La mia chitarra perde spesso l'accordatura, ma in modo uniforme così che io la possa continuare a suonare, nonostante sia di qualche semitono "sbagliata". La mia chitarra non vuole ballare con me al ritmo del reggae, non vuole ballare con me al ritmo del dub. Mi aspetto grandi cose dalla mia chitarra. Le forme della mia chitarra sono belle da toccare, da accarezzare. Le curve della mia chitarra mi fanno stare bene. Di getto, inetto, qui vi dico e mai vi nego: io amo la mia chitarra.
01 maggio 2006
{caso,cosa,caos} dolce {caso,cosa,caos}
Potrei raccontare molte cose.
Potrei raccontare dei pranzi domenicali per festeggiare prime comunioni e come ascoltando la messa mi venisse da ridere, per le baggianate raccontate.
Potrei raccontare come alla sopracitata messa negassi agli altri il mio "segno di pace", suscitando sui loro volti degli sguardi interrogativi.
Potrei raccontare come continuo a violare il codice della strada e a ricevere multe a casa.
Potrei raccontare come trascuro il cuore meccanico della mia auto e la sua estetica, rovinandola forse.
Potrei raccontare come finalmente abbia finito di leggere quel libro di Proust che poi alla fine non era così male, tanto che vorrei sapere come è andata a finire tra Swann e Odette, ma sarebbero altri 6 volumi da leggere e non credo di avere tanta forza spirituale.
Potrei raccontare come il disco dei Moneen sia una di quelle perle che, dopo un periodo di appannamento e silenzio, ti riconciliino con la musica tutta.
Potrei raccontare le urla di dolore di una donna incinta sconosciuta, in una corsia d'ospedale, così viscerale e profondo da farmi gelare il sangue nelle vene (letteralmente: si sente un brivido diffuso su tutto il corpo e lo stesso bruciore/pizzicore di quando si tocca per un periodo prolungato una superficie ghiacciata).
Potrei pure raccontare cosa ci facessi nel dayhospital di ginecologia, ma questo magari un'altra volta.
Potrei raccontare la vera storia del pirata Barbablu, ma non la conosco.
Potrei raccontare l'attesa, l'impazienza, la rassegnazione, la bramosia, l'ingordigia, la stanchezza.
Ma non mi va.
Potrei raccontare dei pranzi domenicali per festeggiare prime comunioni e come ascoltando la messa mi venisse da ridere, per le baggianate raccontate.
Potrei raccontare come alla sopracitata messa negassi agli altri il mio "segno di pace", suscitando sui loro volti degli sguardi interrogativi.
Potrei raccontare come continuo a violare il codice della strada e a ricevere multe a casa.
Potrei raccontare come trascuro il cuore meccanico della mia auto e la sua estetica, rovinandola forse.
Potrei raccontare come finalmente abbia finito di leggere quel libro di Proust che poi alla fine non era così male, tanto che vorrei sapere come è andata a finire tra Swann e Odette, ma sarebbero altri 6 volumi da leggere e non credo di avere tanta forza spirituale.
Potrei raccontare come il disco dei Moneen sia una di quelle perle che, dopo un periodo di appannamento e silenzio, ti riconciliino con la musica tutta.
Potrei raccontare le urla di dolore di una donna incinta sconosciuta, in una corsia d'ospedale, così viscerale e profondo da farmi gelare il sangue nelle vene (letteralmente: si sente un brivido diffuso su tutto il corpo e lo stesso bruciore/pizzicore di quando si tocca per un periodo prolungato una superficie ghiacciata).
Potrei pure raccontare cosa ci facessi nel dayhospital di ginecologia, ma questo magari un'altra volta.
Potrei raccontare la vera storia del pirata Barbablu, ma non la conosco.
Potrei raccontare l'attesa, l'impazienza, la rassegnazione, la bramosia, l'ingordigia, la stanchezza.
Ma non mi va.
28 aprile 2006
La distanza tra di noi si vede dallo spazio
Arrivi alle 22, ma è troppo presto, è ancora tutto chiuso. Un giro di telefonate, ilarità. "Ahah, guardate che qua è tutto chiuso". "Va bene, veniamo lo stesso, al massimo andiamo da qualche altra parte". Gli altri arrivano, qualcuno parcheggia, qualcuno telefona. Ci si guarda, per qualche minuto, senza sapere che dire. Intanto arriva gente. Uhm, sospetto. "Ma ti pare che è chiuso il sabato sera?". Le 22.45. Iniziano a tirare su le saracinesche. Finalmente. Ce l'ho la tessera, qualcuno la deve ancora fare. Stavolta niente timbro, mezza delusione. "Che prendi?"."Una rossa, mezza pinta"..."Così poca? vabè". Quattro cazzate, due mezzi trucchi per fare soldi. "Ma io questo qua dietro me lo ricordo, è il cantante degli Here to stay". "Scommetto che quelli sono i Settlefish, sono vestiti come gente che viene da Bologna". Le 23.30. Aprono LA porta. Si scende. Ancora quella luce ultravioletta. Le stringhe delle mie scarpe sembrano uscite da TRON. Chissà se c'è pure catheaven. Gli Young Silencers. Onesti. Gli Here to Stay. Bei ricordi, c'era ancora il BlackOut e suonavano con i Linea77. Mi ricordo che dal nulla uscì un folletto per suonare la chitarra in una sola canzone. Spaccheno. 75% opacity, l'unica che conosco, l'unica che canto. Una strana forma efebica, senza capelli, dall'accento inglese, mi avvicina e mi chiede di sollevarla ad altezza mixer/console. Presto Fatto. "Puoi alzare la voce per favore? non si sente.". L'omino del mixer: "E' già al massimo". Scende. Mi ripete la stessa cosa. C'hai ragione, ma che ci vuoi fare? Il traffic è così. Se sai le parole bene, altrimenti ciccia. Come si dice ciccia in inglese? I Settlefish, era ora. Pochi pezzi, troppi pochi, ma ti fanno muovere il culo. Il bassista assatanato. Il crescendo finale, fondamentale, una goduria. Già finito. Hanno pure finito le magliette. "Vabbè le pigliamo da internet". Eh già, internet...
27 aprile 2006
Mixtape n.2
The Exit - Let's go to Haiti
The Exit - Back to the Rebels
The Exit - Lonely Man's Wallet
Taking Back Sunday - Make Damn Sure
Emery - Studying Politics
Moneen - Don't Ever Tell Locke What He Can't Do
Moneen - The Frightening Reality Of The Fact That We Will All Have To Grow Up And Settle Down One Day
Peeping Tom - Don't Even Trip
The Paper Chase - We Know Where You Sleep
Bit Shifter - Chase Init
Bit Shifter - Activation Theme
Alexisonfire - Little Girls Pointing and Laughing
Regina Spektor - Us
Vinicio Capossela - Ovunque Proteggi
Ari Hest - No Surprises
Bauhaus - Bela Lugosi's Dead
Sia - Breath Me
Apres La Classe - A Fiate
Death Cab For Cutie - I Will Follow You Into the Dark
Something Corporate - Punk Rock Princess
The Subways - Rock and Roll Queen
Maximilian Hecker - I am Falling
Downtown Singapore - The Charm Beneath Tradition
Downtown Singapore - Choir Boy
Why? - Crushed Bones
The Soundtrack Of Our Lives - Sister Surround
Pinback - Bloods on Fire
Pearl Jam - Wishlist
Joyce Hotel - Blood Monsters
The Wrens - She Sends Kisses
Jets To Brazil - Cat Heaven
Calexico - Quattro
AFI - Girl's Not Grey
New Amsterdams - The Death Of Us
Clifford+Kealoha - Idealess
Ed Harcourt - She Fell Into My Arms
Feeder - Love Pollution
Subsonica & Antonella Ruggero - Per Un'Ora D'Amore
Gemboy - 2 Di Picche
Radiohead - Street Spirit
Devics - A Secret Message To You
Tiromancino -La Distanza
Dolcenera - Piccola Stella Senza Cielo
The Connells - '74-'75
Helena Hellwig - Di Luna Morirei
Elettrojoyce - Girasole
Blur - On Your Own
Blur - You're So Great
E42 - Ex Flowback
Elettrojoyce - L'evoluzione Dei Pesci
Mia Martini - Minuetto
Cranberries - Dreaming my dreams
Bluvertigo - Cieli Neri
HIM - Killing Loneliness
Cyndi Lauper - Girls Just Wanna Have Fun
Moltheni - Suprema
(...continua)
The Exit - Back to the Rebels
The Exit - Lonely Man's Wallet
Taking Back Sunday - Make Damn Sure
Emery - Studying Politics
Moneen - Don't Ever Tell Locke What He Can't Do
Moneen - The Frightening Reality Of The Fact That We Will All Have To Grow Up And Settle Down One Day
Peeping Tom - Don't Even Trip
The Paper Chase - We Know Where You Sleep
Bit Shifter - Chase Init
Bit Shifter - Activation Theme
Alexisonfire - Little Girls Pointing and Laughing
Regina Spektor - Us
Vinicio Capossela - Ovunque Proteggi
Ari Hest - No Surprises
Bauhaus - Bela Lugosi's Dead
Sia - Breath Me
Apres La Classe - A Fiate
Death Cab For Cutie - I Will Follow You Into the Dark
Something Corporate - Punk Rock Princess
The Subways - Rock and Roll Queen
Maximilian Hecker - I am Falling
Downtown Singapore - The Charm Beneath Tradition
Downtown Singapore - Choir Boy
Why? - Crushed Bones
The Soundtrack Of Our Lives - Sister Surround
Pinback - Bloods on Fire
Pearl Jam - Wishlist
Joyce Hotel - Blood Monsters
The Wrens - She Sends Kisses
Jets To Brazil - Cat Heaven
Calexico - Quattro
AFI - Girl's Not Grey
New Amsterdams - The Death Of Us
Clifford+Kealoha - Idealess
Ed Harcourt - She Fell Into My Arms
Feeder - Love Pollution
Subsonica & Antonella Ruggero - Per Un'Ora D'Amore
Gemboy - 2 Di Picche
Radiohead - Street Spirit
Devics - A Secret Message To You
Tiromancino -La Distanza
Dolcenera - Piccola Stella Senza Cielo
The Connells - '74-'75
Helena Hellwig - Di Luna Morirei
Elettrojoyce - Girasole
Blur - On Your Own
Blur - You're So Great
E42 - Ex Flowback
Elettrojoyce - L'evoluzione Dei Pesci
Mia Martini - Minuetto
Cranberries - Dreaming my dreams
Bluvertigo - Cieli Neri
HIM - Killing Loneliness
Cyndi Lauper - Girls Just Wanna Have Fun
Moltheni - Suprema
(...continua)
26 aprile 2006
Dialogo tra Bene e Male
-Eravate molto amici?
-Eravamo disposti a rinunciare a qualcosa
-Che vuoi dire?
-Beh, io, per esempio, ero sicuro che tutto si giocasse all'ultima carta
-Basta con questa tranquilla atmosfera!
-Cosa è successo?
-Avevo la sensazione di essere in un sogno.
-Il dolore era più concreto?
-Non avevo mai vissuto un momento come questo
-Sconveniente
-Avremmo dovuto coordinare le nostre azioni
-Indesiderati
-Da chi ricevesti la storia?
-Da un lungo sonno
-T'ha fatto cadere
-Non sarebbe mai capitato, ai nostri tempi
-Beati
-E' per te
-Per me?
-Un omaggio alla bellezza
-Qui?
-Nevica
-L'avresti trovato solo in questo luogo, in questo tempo
-Interamente capolavoro
-Non sapevamo cosa ci aspettasse
-Passione
-Chi c'è qua?
-Dormi
-Sì, dormiamo
-Eravamo disposti a rinunciare a qualcosa
-Che vuoi dire?
-Beh, io, per esempio, ero sicuro che tutto si giocasse all'ultima carta
-Basta con questa tranquilla atmosfera!
-Cosa è successo?
-Avevo la sensazione di essere in un sogno.
-Il dolore era più concreto?
-Non avevo mai vissuto un momento come questo
-Sconveniente
-Avremmo dovuto coordinare le nostre azioni
-Indesiderati
-Da chi ricevesti la storia?
-Da un lungo sonno
-T'ha fatto cadere
-Non sarebbe mai capitato, ai nostri tempi
-Beati
-E' per te
-Per me?
-Un omaggio alla bellezza
-Qui?
-Nevica
-L'avresti trovato solo in questo luogo, in questo tempo
-Interamente capolavoro
-Non sapevamo cosa ci aspettasse
-Passione
-Chi c'è qua?
-Dormi
-Sì, dormiamo
24 aprile 2006
Mai dire a Locke quello che non può fare
Una volta, prima di uscire, Catleia lasciò sul tavolo in sala un biglietto. Sopra ci scrisse: "Non ci sono". Al suo ritorno, accanto, ne trovò uno simile. La grafia le era sconosciuta e non seppe mai chi lo scrisse. Diceva: "Neanche io". Lei non se ne preoccupò. Quelle cose le capitavano. Non spesso, ma capitavano. Piccoli barlumi di significanza, senza autore, senza inizio, senza fine. Non vi faceva più neppure caso. Con il gomito posato sofficemente sul tavolo, posava i polpastrelli delle sue dita sul palmo della loro mano, mentre con il pollice e l'indice tracciava un piccolo anello. Poi vi adagiava il mento bianco e la potevi scorgere lanciare sguardi opalescenti dalla cella vibrante delle sue frange. La spaventosa verità era che un giorno avrebbe dovuto crescere e trovare un posto per quelle sue manie. La mania di increspare le sue labbra sottili e soffiarti addosso le parole che non le avresti permesso di dirti. La mania di arrampicarsi sulle sedie alla conquista di un trono che nessuno le avrebbe mai tolto. La mania di salutare chiunque con piccoli inchini, sporgendo in avanti il busto, facendosi finire i capelli sulla faccia. E poi, ogni volta con lo stesso gesto, ricacciarli indietro, ogni volta con lo stesso sorriso.
all'interno del corpo dell' acqua
il movimento
non dipende più dalla passiva resistenza
di altri corpi più grandi e stupidi
su cui premersi per venirne spinti via
è un esercizio di pura volontà
la giusta combinazione di:
rilassamento
*e*
contrazione
(di certi muscoli)
nella necessaria sequenza
nella necessaria intensità
all'interno del corpo dell' acqua
il movimento
non dipende più dalla passiva resistenza
di altri corpi più grandi e stupidi
su cui premersi per venirne spinti via
è un esercizio di pura volontà
la giusta combinazione di:
rilassamento
*e*
contrazione
(di certi muscoli)
nella necessaria sequenza
nella necessaria intensità
21 aprile 2006
Le crepe nel sapone
Se scrivo, mi vien da scrivere di cose, non di persone. Se scrivo di persone, mi vien da scrivere di cose. Ma dopotutto ogni storia è una costruzione, un prodotto, un manufatto. Una storia non è un corpo, un organismo, non respira, non si nutre, non muore. Dalla nascita alla morte, l'uomo compie una sola lunga azione indistinta. Anche la nascita e la morte stesse vi si confondono. Quello che ci frega è il linguaggio. Compartimentare intervalli d'esistenza e mettergli etichette, così da avere l'illusione che vi sia una logica, che vi siano cause ed effetti, così da avere qualcuno a cui dare la colpa. Camminare lungo una strada ed incontrare un vecchio amico. Non ci si vedeva da tempo. Oh, ma che sopresa! Com'è piccolo il mondo. E mentre lo si ha di fronte non si può che guardarlo in faccia e tentare apparire meno impreparati possibile. Ora devo scappare. Fatti sentire però, non facciamo che ci perdiamo di vista nuovamente. Ma figurati, puoi contarci. Ora che non lo hai più di fronte, anche quell'incontro entra di diritto a far parte del passato. Insieme a tutti i ricordi su quella persona, questo incontro ne alimenta la storia. Che tragica commedia. Ora è troppo presto, subito dopo troppo tardi. Se scrivo, mi vien da scrivere di cose, non di persone. Se scrivo di persone, mi vien da scrivere di cose. Prima guardavo i pettini e le spazzole sulla mensola davanti allo specchio. Ne vedevo i riflessi ed era come se per ogni oggetto ve ne fosse uno uguale e contrario, poggiato accanto. Prima mi chiedevo se anche qualcun altro avesse notato quel curioso gioco di specchi. Capito? Lo chiedevo a me, non a chi avrebbe potuto vederlo con me. Fatto l'uomo ad immagine e somiglianza di Dio, dove la somiglianza sta nel dare al proprio creato la propria immagine. Primo peccato originale: l'invenzione della scrittura. Secondo peccato originale: l'antropomorfizzazione delle cose. Terzo peccato originale: le tecniche di riproduzione meccanica della musica.
20 aprile 2006
L'ultimo uomo nello spazio
Super pesante dovere. Una missione da compiere. Un palla da appoggiare in rete. Una tartaruga col becco. Le tue scarpe con stile. Mi parlano di cambio euro-dollaro e rido. Mi guardano i capelli. Il mio corpo che non si ripara più da sè. Solo parole semplici. 10 secondi fa avevo il cellulare in mano e non mi ricordo se t'ho chiamata. Mi devo trovare un altro avatar. La musica con la emme minuscola. Trovato. E' un incontro di mani. Forse no. Sarebbe un mondo migliore senza nutella. Vestiti anni '70, pettinature anni '70, automobili anni '70, telefilm anni '70. Blues. Jack Daniel's Old Number Seven Brand Tennessee Whiskey. Romanella. Prolapse. Tre paia di forbici, sei lame. Correndo con le forbici. Gentile Egregio Pippo. Bisio, Super Bisio. Sono perso nella forma, allora giro in tondo nei contenuti. Liste inutili di cose senza senso, in macchina sempre lo stesso disco. I Blindside, per dire. Poi sempre le stesse radio. 12 stazioni. FM-1: RadioRock Italia, Radio Città Futura, RAM Power, Dimensione Suono 2, FiloDiffusione RAI, RadioRock. FM-2: Radio DeeJay, M20, Radio Meridiano 12, RAI Radio 2, TeleRadioStereo, TeleRadioStereo 2. FM-2 è per sturarmi le orecchie. Di chi è, la, festa? Chitarrina, sbra... sbre... sbra... sbre... Quasi ad aspettare che me ne tornassi qua. Che freddo. Sotto zero assoluto. Cazzo quanto ho sudato 2 notti fa. Ma sono guarito. Evviva. Adesso ho fame, quindi vado a mangiare. Fortuna. E' un impegno che ti prende e vale quello che dà. La devo smettere. Elle aspettami.
18 aprile 2006
Riconosco che è sangue, perché è caldo ed esce da me.
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16 aprile 2006
Espressioni lambda
Tra le volute fumose e afrodisiache di un caffè petroleoso, sollevo lentamente la coppa del cucchiaino dal fondo. Brividi di caldo mi raggiungono attraverso il manico decorato, come scorrendo in arterie di metallo. Il tremore della mia mano fa scivolare via il caffè in eccedenza, sul cucchiaio restano pochi granuli di zucchero non sciolti e sporadiche gocce di equatoriale bevanda. Riflessa, capovolta, sgranata, scapigliata, indecisa, quella che riconosco come la mia immagine. Vediamoci per un caffè. Volentieri.
14 aprile 2006
Imposizione Verticale
"Hanno (1)
Croci-fisso (2)
Giovanni alla porta (3)
Come un cane bastardo (4)
Come un cane bastardo" (4)
Ti ho vista
inarcare indietro
la schiena
e piegare di lato
la testa
per sentire sul collo
il bacio caldo
del sole,
per sfidare il gelo
mostrandogli
il tuo profilo migliore.
"M'induceva a dirle l'argomento delle poesie che avevo intenzione di scrivere. E quelle fantasticherie m'avvertivano che, poiché volevo un giorno essere uno scrittore, era tempo di sapere che cosa mi proponessi di scrivere. Ma non appena me lo domandavo, cercando di trovare un argomento in cui potessi racchiudere un significato filosofico infinito, l'intelletto cessava di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo che il genio mi mancava o una malattia cerebrale impediva la sua nascita." M.P.
Croci-fisso (2)
Giovanni alla porta (3)
Come un cane bastardo (4)
Come un cane bastardo" (4)
Ti ho vista
inarcare indietro
la schiena
e piegare di lato
la testa
per sentire sul collo
il bacio caldo
del sole,
per sfidare il gelo
mostrandogli
il tuo profilo migliore.
"M'induceva a dirle l'argomento delle poesie che avevo intenzione di scrivere. E quelle fantasticherie m'avvertivano che, poiché volevo un giorno essere uno scrittore, era tempo di sapere che cosa mi proponessi di scrivere. Ma non appena me lo domandavo, cercando di trovare un argomento in cui potessi racchiudere un significato filosofico infinito, l'intelletto cessava di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo che il genio mi mancava o una malattia cerebrale impediva la sua nascita." M.P.
12 aprile 2006
Ero appena nel mezzo di un grido
Questa è la storia di una linea. Una linea indifesa, incompiuta, divelta. Essa tratteggiava il confine tra il mai ed il sempre. Sapeva estendersi a proprio piacimento verso il grande infinito oppure il piccolo infinito. Sapeva far incontrare le sue estremità e disegnare la circonferenza nascosta posta sul grande piano. Cieco chi non avesse potuto vederla. Era lì, nascosta, sotto gli occhi di tutti. La nostra linea correva affannata occupando tutti i suoi punti, si piegava sotto il peso della mancanza, sopportava ogni taglio, ogni segno, ogni cicatrice. Ogni idea si scioglieva al cospetto della linea. Qualcuno cercava dei segni nel passaggio della linea. Qualcuno la prendeva a capro espiatorio, qualcuno ci marciava sopra. Qualcuno la saltava, qualcuno la seguiva. Qualcuno la tracciava. Tutti avevano paura della linea. Tutti amavano la linea. Nessuno ascoltava la linea. Nessuno viveva la linea. Eppure la linea era generosa. Per ogni altra linea, essa aveva almeno un punto che avrebbe volentieri condiviso. Lo scopo della linea era trovare la sua linea gemella. Sovrapporsi e diventare un tutt'uno con essa. Dividersi in segmenti e scambiarseli senza che nessuno se ne accorgesse, complici. Frazionarsi, studiarsi, mostrarsi fin nella più piccola parte e poi ancora di nuovo, sempre più giù, sempre più piccolo, sempre più. Questa è la storia di una linea. E' una storia semplice, una storia carnivora. Un giorno la linea, stanca, poggiò la propria essenza su di un piano. Si chiuse in se stessa, s'acciambellò. Incontrò una sfera e strinse un patto. Immobile e immortale, promise di divenire la traiettoria di un mondo. Ed inventarono il tempo.
07 aprile 2006
Cinque giorni di giunonico digiuno
Segui la luce, premi il pippolo giallo. Se il pippolo giallo non c'è, sei perduto. Un esercito composto da migliaia di insetti bipedi si riversa ogni giorno nelle strade, sferragliando e strabuzzando lo sguardo incrociato di tanti fari a capo chino. La mia utopia è un mondo senza stati. Un giorno, nel lontano futuro, gli abitanti del mondo guarderanno a questa epoca di stati democratici come noi oggi guardiamo alle monarchie del passato. Ho condito due scatole di fagioli cannellini con cipolla, olio, sale e aceto balsamico. Ho versato l'acqua nella pentola e posto la pentola sul fuoco, per quando sarà pronta per accogliere la pasta. Ho aperto le scatolette di sgombro, le ho sgorgate dall'olio in eccesso e l'ho adagiato in un piatto. Ho apparecchiato la tavola. Vedo tutto nero, vedo tutto viola, vedo tutto rosso. Non ho occhi per sentire, ne' mani per vedere. Due musicisti bisticciano: sono in disaccordo su un accordo. Datemi 3 centimetri. Il mio cavallo per un 3 centimetri.
03 aprile 2006
Il Moulin Noir e le ballerine del Can't-Can't
Un cesto di patate da pelare.
Il vaso del sugo al ragù, nel primo cassetto del congelatore piccolo.
Un pacchetto di grissini torinesi ed un barattolo di nutella.
Un biglietto d'ingresso per una visita gratuita.
Il plettro nero di nylon, nero, 1mm di spessore, nero.
Un plettro di nylon suona meglio di uno di plastica, mi pare.
Io seduto sul bordo del letto, che mi sfilo i pantaloni, che faccio attenzione a non far cadere le monetine dalle tasche.
Io piegato a raccogliere i calzoni ormai sul pavimento, che mi volto a destra e vedo lo schermo del computer illuminare la sedia vuota davanti a se, con una luce elettrica e spettrale.
Io che ero lì, illuminato da quell'aurora mittel-notturna.
Io voltato alla mia sinistra, vedere fuori dalla finestra l'atmosfera sola della mia città farsi color mattone.
Una tinta frutto delle insegne rosse, dei lampioni arancio, di stanze illuminate di giallo.
La testa di quella marionetta di legno non ha un volto.
Eppure ha un'espressione che mi colpisce per la sua indecenza.
In bilico sul suo piedistallo, che si rifiuta di sfiorare.
La medaglia d'argento nella specialità del sollevamento di problemi.
La storia di una falena che ha fiducia nel genere umano.
Una storia di gatti e gocce di sangue.
Lessi di una medium che regurgitava ectoplasmi e capelli.
"Falle una sorpresa!".
Continuo a mandarti messaggi in codice ed ad ammiccare, per suggerirti la carta da giocare.
E neanche conosco le regole del gioco.
Il vaso del sugo al ragù, nel primo cassetto del congelatore piccolo.
Un pacchetto di grissini torinesi ed un barattolo di nutella.
Un biglietto d'ingresso per una visita gratuita.
Il plettro nero di nylon, nero, 1mm di spessore, nero.
Un plettro di nylon suona meglio di uno di plastica, mi pare.
Io seduto sul bordo del letto, che mi sfilo i pantaloni, che faccio attenzione a non far cadere le monetine dalle tasche.
Io piegato a raccogliere i calzoni ormai sul pavimento, che mi volto a destra e vedo lo schermo del computer illuminare la sedia vuota davanti a se, con una luce elettrica e spettrale.
Io che ero lì, illuminato da quell'aurora mittel-notturna.
Io voltato alla mia sinistra, vedere fuori dalla finestra l'atmosfera sola della mia città farsi color mattone.
Una tinta frutto delle insegne rosse, dei lampioni arancio, di stanze illuminate di giallo.
La testa di quella marionetta di legno non ha un volto.
Eppure ha un'espressione che mi colpisce per la sua indecenza.
In bilico sul suo piedistallo, che si rifiuta di sfiorare.
La medaglia d'argento nella specialità del sollevamento di problemi.
La storia di una falena che ha fiducia nel genere umano.
Una storia di gatti e gocce di sangue.
Lessi di una medium che regurgitava ectoplasmi e capelli.
"Falle una sorpresa!".
Continuo a mandarti messaggi in codice ed ad ammiccare, per suggerirti la carta da giocare.
E neanche conosco le regole del gioco.
01 aprile 2006
Alcune note a fondo pagina, a fondo perduto
In questo momento mi sento violato. Violentato. Derubato. Preda dello shock. Voglio vendetta. Odio chi si fa beffe della legalità perchè quello che possiede non è in pericolo. Ora voterei il più fascista dei partiti.
A proposito di voto: quando sarete al buio e al calduccio della vostra cabina elettorale, ma anche un poco prima magari, ricordate che state scegliendo tra un poco di buono e un poco di buono. Eufemismi. No perché, se dobbiamo fare del qualunquismo, facciamolo fino in fondo.
Ho deciso di volere nuovamente quel tatuaggio a forma di stella. Nera, sottile, sul dorso della mano dx, tra pollice e indice. Oppure sul lato sx del petto, un poco più grande. Ho deciso di volere nuovamente quel tatuaggio a forma di stella quando staremo insieme.
Un ricordo dell'adolescenza, quando sedevo davanti. Un ricordo dell'infanzia, quando "posso sedermi davanti?". La strada statale che porta da casa di nonna a casa al mare. A bordo strada, piccoli campi e qualche piccolo bosco artificiale. Gli alberelli, alti e sottili, piantati con regolarità nel terreno, a delimitare un fazzoletto di suolo con una griglia finissima. Mentre li sorpassiamo, ad ogni nuovo istante, essi si riallineano alla mia vista, gustosa parallasse, generando percorsi di interferenza. Per un attimo sembrano perdere il loro allineamento, disposti in ordine sparso ed irregolare, per poi acquistarne nuovamente uno, d'improvviso. Si alternano in istanti di riposo e fila serrate, come giovani militari di un esercito immobile e silenzioso. Poi di nuovo sole, che mi fa stringere le pupille e mi riscalda il viso. Ma non danza.
A proposito di voto: quando sarete al buio e al calduccio della vostra cabina elettorale, ma anche un poco prima magari, ricordate che state scegliendo tra un poco di buono e un poco di buono. Eufemismi. No perché, se dobbiamo fare del qualunquismo, facciamolo fino in fondo.
Ho deciso di volere nuovamente quel tatuaggio a forma di stella. Nera, sottile, sul dorso della mano dx, tra pollice e indice. Oppure sul lato sx del petto, un poco più grande. Ho deciso di volere nuovamente quel tatuaggio a forma di stella quando staremo insieme.
Un ricordo dell'adolescenza, quando sedevo davanti. Un ricordo dell'infanzia, quando "posso sedermi davanti?". La strada statale che porta da casa di nonna a casa al mare. A bordo strada, piccoli campi e qualche piccolo bosco artificiale. Gli alberelli, alti e sottili, piantati con regolarità nel terreno, a delimitare un fazzoletto di suolo con una griglia finissima. Mentre li sorpassiamo, ad ogni nuovo istante, essi si riallineano alla mia vista, gustosa parallasse, generando percorsi di interferenza. Per un attimo sembrano perdere il loro allineamento, disposti in ordine sparso ed irregolare, per poi acquistarne nuovamente uno, d'improvviso. Si alternano in istanti di riposo e fila serrate, come giovani militari di un esercito immobile e silenzioso. Poi di nuovo sole, che mi fa stringere le pupille e mi riscalda il viso. Ma non danza.
31 marzo 2006
Voglio quella ch'e` sul numer de le mille
Ballata silenziosa alla mia musa
Scrivendo, attraversavo in equilibrio il filo che porta dal passato al futuro, equilibrista senza posa, pagliaccio scevro da ogni grazia. Tu m'attendevi all'arrivo, a braccia conserte, seduta sulla pedana, dondolando i piedi. Chi t'avesse scorta dal basso, intenta in quel mulinare ritmato e sornione, non avrebbe potuto pensarti in alcun'altra attivita' che non intenta nella lettura di storie e racconti d'amore. "Non guardare in basso" mi dicevo. Feci di peggio. Mi voltai indietro, e dondolando la corda in modo imbarazzante, decisi di reciderla con un morso netto. Stupido omaggio. Mi scorgesti che ti volgevo le spalle, e dicesti "Egli vuole tornare indietro". Indignata, raccogliesti il tuo trapezio e saltasti. Sentii dondolare sopra di me queste parole: "Se non vuoi volare, non tendermi la mano. E io non ti afferrero' ". Io precipitavo, senza appigli. E il peso di quelle parole mi tirava ancora piu' per le vesti da buffone, verso una caduta senza rete. Ora sono qui, appeso all'ultimo brandello di filo reciso, che cerco di issarmi di nuovo verso di te. Rimpiango il mio gesto, digrigno i denti. Li voglio spezzare, loro e della loro impazienza la colpa di questo circense incidente. Il rimorso di aver dato per scontati quegli ultimi passi, verso di te, verso di noi, stringe la morsa delle mie dita contro la funesta fune. Ti chiamo a gran voce, continuamente, mentre racconto questa storia al vuoto intorno. Tu mi odi, ma non mi rispondi. Non importa. Cosa voglio, penserai. Quello che desidero e' arrivare in cima, e li' trovarti seduta, intenta a dondolare i piedi, pronta per scrivere un nuovo racconto d'amore.
Scrivendo, attraversavo in equilibrio il filo che porta dal passato al futuro, equilibrista senza posa, pagliaccio scevro da ogni grazia. Tu m'attendevi all'arrivo, a braccia conserte, seduta sulla pedana, dondolando i piedi. Chi t'avesse scorta dal basso, intenta in quel mulinare ritmato e sornione, non avrebbe potuto pensarti in alcun'altra attivita' che non intenta nella lettura di storie e racconti d'amore. "Non guardare in basso" mi dicevo. Feci di peggio. Mi voltai indietro, e dondolando la corda in modo imbarazzante, decisi di reciderla con un morso netto. Stupido omaggio. Mi scorgesti che ti volgevo le spalle, e dicesti "Egli vuole tornare indietro". Indignata, raccogliesti il tuo trapezio e saltasti. Sentii dondolare sopra di me queste parole: "Se non vuoi volare, non tendermi la mano. E io non ti afferrero' ". Io precipitavo, senza appigli. E il peso di quelle parole mi tirava ancora piu' per le vesti da buffone, verso una caduta senza rete. Ora sono qui, appeso all'ultimo brandello di filo reciso, che cerco di issarmi di nuovo verso di te. Rimpiango il mio gesto, digrigno i denti. Li voglio spezzare, loro e della loro impazienza la colpa di questo circense incidente. Il rimorso di aver dato per scontati quegli ultimi passi, verso di te, verso di noi, stringe la morsa delle mie dita contro la funesta fune. Ti chiamo a gran voce, continuamente, mentre racconto questa storia al vuoto intorno. Tu mi odi, ma non mi rispondi. Non importa. Cosa voglio, penserai. Quello che desidero e' arrivare in cima, e li' trovarti seduta, intenta a dondolare i piedi, pronta per scrivere un nuovo racconto d'amore.
30 marzo 2006
Dovevo 7 denari a Santippe ed 11 ad Eutifrone. Glieli restituii. Saremmo stati pari, se non fossimo stati in 3.
Avevo paura di togliere nuovamente il cappuccio alla mia penna rossa preferita; ero sicuro fosse eplosa. Ma poco fa ho preso il coraggio per le corna e l'ho scappucciata. Un'eiaculazione di inchiostro rosso. Allora ne ho preso la punta e l'ho strofinata contro il mio braccio destro, nella piega tra avambraccio e braccio. Agli antipodi del gomito. Lì, dove nasce la vita. Ora indosso una rappresentazione della passione. La politica si risolve nella decisione tra chi e come vadano spartiti i soldi. Il dibattito politico si risolve nel chiedere che chi abbia troppo dia a chi abbia troppo poco, da parte di chi ha abbastanza, ma non vuole dare. Crogiolo ipocrita. Egregio signor Me, forse dovresti cambiare. E se fossi già cambiato? Forse dovresti smettere di nasconderti pensando di essere il migliore e affrontare la sabbiosa mediocrità. Prendi quello che conta veramente e buttalo via. I migliori giorni della *mia* vita, li devo a te. Ora prima di andare via, aspettami. Ti raggiungo e davanti ai tuoi occhi distruggo la foto che non ci ritrae. Che non ci ritrae sorridenti. Scocca la metà della notte. Rimangono scene di brutti film, e brutte scene di film. Buonanotte anche a te che sei cattiva.
29 marzo 2006
Il solo denaro che realmente possiedi è quello che spendi
Ventidue è il numero naturale dopo il 21 e prima del 23. La sua notazione cardinale è "ventidue", in notazione ordinale "ventiduesimo,-a". E' composto dai seguenti fattori: 1,2 e 11. Poichè la somma dei suoi fattori è minore del numero stesso, ventidue è un numero difettivo. In notazione romana è "XXII", in notazione binaria è "10110", in notazione esadecimale è "16". E' il numero atomico del titanio, e questo forse spiega il mio invaghimento per il titanismo. 22 Kalliope è il nome di un asteroide chiamato così in omaggio a Calliope, musa della poesia epica e lirica. E questo forse spiega perchè non so scrivere. Nei tarocchi, ventidue sono gli arcani maggiori, e questo senza ombra di dubbio spiega perchè non credo nella cartomanzia, nel destino, nella lettura dei fondi d'investimento, nelle religioni, nelle verità rivelate, nelle falsità celate. All'oroscopo potrei crederci, ma non sto qui a spiegarvi perché. Fidatevi, è una motivazione fondata e sensata.
Anyway.
Ci sono due modi di non credere in Dio. Si può non credere nella sue esistenza, oppure non credere nella sua infinita bontà, nel suo intervento. L'esempio più classico di titanismo, della volontà di innalzarsi al livello della divinità, è Lucifero. Il portatore di luce, la stella del mattino, Prometeo. La favola ci racconta che Dio ci voleva come docili pecorelle nel suo orticello recintato. Ma poi, oooops! Scherzone! Lucifero/Prometeo ci dona il fuoco, la luce, la tecnica, la mela. E per ricompensa viene incatenato, oppure buttato all'inferno, a seconda delle versioni. L'ha presa male, il capo. Quale totale mancanza di senso dell'umorismo. Ma com'è, come non è, da quel momento non abbiamo avuto più bisogno del Sommo. Sempre la favola ci dice che sarebbe stato Dio stesso a cacciarci dal giardinetto, a punirci. Tsk. La verità è che ci siamo licenziati noi, da quel padrone assenteista. Quindi ricordate: ogni volta che accendete la luce, state adorando il demonio. Lunga vita alla mitologia.
Anyway.
Ci sono due modi di non credere in Dio. Si può non credere nella sue esistenza, oppure non credere nella sua infinita bontà, nel suo intervento. L'esempio più classico di titanismo, della volontà di innalzarsi al livello della divinità, è Lucifero. Il portatore di luce, la stella del mattino, Prometeo. La favola ci racconta che Dio ci voleva come docili pecorelle nel suo orticello recintato. Ma poi, oooops! Scherzone! Lucifero/Prometeo ci dona il fuoco, la luce, la tecnica, la mela. E per ricompensa viene incatenato, oppure buttato all'inferno, a seconda delle versioni. L'ha presa male, il capo. Quale totale mancanza di senso dell'umorismo. Ma com'è, come non è, da quel momento non abbiamo avuto più bisogno del Sommo. Sempre la favola ci dice che sarebbe stato Dio stesso a cacciarci dal giardinetto, a punirci. Tsk. La verità è che ci siamo licenziati noi, da quel padrone assenteista. Quindi ricordate: ogni volta che accendete la luce, state adorando il demonio. Lunga vita alla mitologia.
28 marzo 2006
Con le mie mani sul tuo io collo prendo il controllo
La difficile scelta tra impallidire e arrossire. Ci mancano tante di quelle parole, siamo così approssimati. Tutte le sfumature di colori, di profumi, di sensazioni tattili che non hanno un nome. Ci trasciniamo dietro una sinestesia perpetua ai danni del nostro senso più sopravvalutato, più sovraeccitato. Un adulto medio avrà un vocabolario non superiore a qualche migliaio di termini. E l'eccessiva esposizione ad inconografia femminile sovrastimola la produzione testosteronica nel maschio adulto. Ci deve essere una connessione, deve. A volte provo la sensazione di essere personaggio minore in una storia a fumetti. Troppi momenti in bianco e nero, troppe nuvolette di pensiero, troppe storie che si chiudono su stesse come fogli rilegati. La mitologia pop e quella religiosa hanno qualcosa in comune, negano la morte. Se sei buono - vai all'inferno. Se sei cattivo - vai in paradiso. Se sei il re - continuerai ad essere avvistato nelle più amene località della provincia americana. Ma che problema avete col nulla? Perchè i personaggi della storia infinita ne hanno un tale terrore? Perchè lottare contro l'avanzata del nulla? Nichilismo ed entropia sono più dolci dell'ambrosia. Non conosco gli sviluppi più recenti della filosofia moderna, ma la questione nichilista è stata risolta? Cosa si può ribattere a "nulla conta"? Newton m'ha detto che Achille prima o poi raggiunge la tartaruga. Newton mi manca. Anche Maxwell mi manca. Einstein no. Einstein era un impostore. Ci mancano le parole. Cos'è il piccante? (non certo un sapore) Come si chiama la sensazione di piacere che provo nell'esplodere le piccole bolle d'aria ricoperte di plastica dei fogli da imballaggio? Come distinguo il senso di appagamento che provo quando un giro armonico di accordi si risolve sulla dominante e quello che provo nel capire in anticipo il colpevole nelle puntate di CSI? Bah. Lo so, è stupido. Fatti una foto con indosso un paio di cuffie, o degli occhiali dalla montatura *sbarazzina* e sarò felice. I sardi alla luce ultravioletta sembrano negri. Lo so, è stupido.
26 marzo 2006
Tutte quelle foto di gente che si bacia e combacia
Mi sono alzato dalla mia sedia e sono andato ad aprire la porta. E indovinate chi c'era fuori? Nessuno. In effetti nessuno aveva bussato, ne' suonato, ne' chiamato. Ma quindi perchè sono andato ad aprire la porta? Non saprei. Ho richiuso la porta. Con l'occasione sono andato anche in cucina. Ho aperto il frigo. La lucina interna s'è accesa e me n'ha mostrato il contenuto. Mmm. Scelgo lo yogurt. Muller mix con le cosine da versarci dentro. 4 gusti disponibili. Banana coi pezzetti di fragola, Cocco con i cereali ricoperti di cioccolata, Crema di cacao con le palline al cacao, Crema di yogurt con i cereali semplici. Mmm. Come ti sbagli. Tutti accostamenti pessimi. Ottimale sarebbero Banana o Crema di yogurt coi cereali ricoperti di cioccolata. No eh? Quale piglio? Li metto in ordine di gradimento? E una volta messi in ordine, scelgo quello che mi piace di più, quello che mi piace di meno (per tenermi quelli più buoni di scorta), o uno in mezzo (stat virtus)? Vada per il Cocco con i cereali cioccolatosi. Meglio di niente. Torno al computer, verso i cereali nella brodaglia, carico firefox, affondo il cucchiaino, scrivo questo post, mangio, pubblico. Watashi wa stupido.
25 marzo 2006
A bordo della nave inaffondabile del capitano Nessuno
Nella fessura che la porta socchiusa tagliava nelle pareti, vide una figura attraversare il corridoio; non in modo esplicitamente silenzioso, ma ebbe la sensazione che con furtivita non volesse farsi notare. "Dove stai andando?" gettò al di fuori della sua stanza, gustando il suo intralciare quel piano di fuga felina. Non aveva nemmeno alzato gli occhi dai libri, mentre manteneva la sua posa composta ma non rigida. Chi l'avesse vista ora, alla luce calda ma netta della sua lampada da tavolo (un dono di suo padre), le curve del corpo appena accennate, da eterna adolescente, non avrebbe potuto supporre che il suo studio si fosse prolungato attraverso le quattro ore precedenti. Forse a causa della sua abitudine a sessioni così intense, forse perché per lei imparare era ancora un gioco, come quando era una bambina delle elementari. Quella bambina a cui il padre alcolizzato ed ignorante aveva donato una lampada da lettura dal taglio classico, pur non capendone il valore, ma colmo di amore e rispetto per il piccolo genio di casa. Quella bambina che ora era costretta a rincorrere quello stesso padre per infinite cliniche e finite speranze, perso dietro un fegato troppo debole per sopportare tanti eccessi passati. Quella bambina che ora s'era trovata catapultata a dover ricoprire il ruolo di sorella, madre, moglie, studentessa, attivista, lavoratrice. Per Margaret, la piccola di casa, liceale persa dietro l'ennesimo "amore" impossibile. Per Bartolomeo, suo fratello, sempre burbero con lei e dolce nei confronti dell'altra sorellina, senza un lavoro, simile ogni giorno di più a loro padre. Per Marjorie, sua madre, che ancora versava in condizioni spaventose: non si era più ripresa dall'esaurimento nervoso in seguito alla malattia del marito. L'ex nume tutelare della casa trasformata in un vegetale privo di emozioni. Ogni cosa ricadeva ora sulle spalle di Lisa: quando i fratelli avevano bisogno di qualcosa, chiedevano a lei. Lei accompagnava il padre in clinica, lei accudiva la madre e si assicurava che seguisse la sua terapia di sostegno. Ma tutto questo a Lisa non pesava. Aveva saputo affrontare le sue responsabilità senza timori, sin da piccola. Quella bambina. "Cazzi miei! Ci vediamo a cena." rispose amaramente Bart mentre scendeva le scale e si avviava verso il loro cortile. Avrebbe preso la scassata station-wagon della madre e passato il pomeriggio al bar di Boe, a stordirsi la coscienza. Per poi tornare a casa e reclamare un pasto caldo; non dovuto, ma mai negato. Lisa chiuse il libro che aveva davanti a se, spense la luce e chiuse gli occhi. Decise di trattenere la lacrima che inattesa s'era presentata alla soglia del suo pianto soffocato. Perché, si disse, non si sarebbe mai mostrata indifesa, disarmata. Mai, ai suoi occhi. Mai, agli occhi di quella bambina.
23 marzo 2006
Paragonare amore e coltelli
Quello che più mi infastidisce della mia mancanza di memoria, è che non mi ricordi i momenti di passaggio. Guardo un bambino piccolo e mi chiedo: com'era quando vedevo le parole scritte e non ne capivo il senso? E non capivo avessero un senso? Non posso mettermi oggi davanti agli occhi un testo in caratteri cirillici e illudermi che sia la stessa cosa. Oggi so che quegli scarabocchi hanno un senso, e se voglio posso trasformarli in qualcosa che per me ha un senso. Prima non era così. Prima non avevano e non potevano avere senso. Rimpiango di non ricordare il momento in cui ho spiccato il salto dal "non capisco" al "capisco". Mi tengo stretto, come fosse l'ultimo dei miei averi, il senso di meraviglia per le cose più sottili e marginali, per le piccole ennesime scoperte, per una frase che acquista un senso nuovo, per un cielo di una sfumatura mai registrata; ma non basta. Un salto come quello, di tale imponenza, così sconvolgente, non capita che raramente. La vera libertà è saper leggere e far di conto. Da quel momento in poi si hanno gli strumenti per andare ovunque. Non sputo nel piatto in cui mangio, ma voglio sapere cosa c'è dopo. Anche L. è affascinata dall'oltre, come nella patafisica. Lo stesso salto tra fisica e metafisica, ma fatto partendo a piedi uniti dalla metafisica. Ecco, io voglio fare la stessa cosa. Voglio saltare.
22 marzo 2006
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
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21 marzo 2006
Dolore e appunti
23/03/2006 - Deflore @ Locanda Atlantide
24/03/2006 - Robocop Kraus @ Jailbreak
29/03/2006 - Devics @ Circolo degli Artisti
11/04/2006 - Afterhours @ Circolo degli Artisti
19/04/2006 - Mogwai @ Qube
21/04/2006 - Settlefish @ Traffic
25/04/2006 - 65 Days of Static @ Circolo degli Artisti
27/04/2006 - Fantomas @ Palacisalfa
09/05/2006 - Xiu Xiu @ Circolo degli Artisti
10/05/2006 - Black Heart Procession @ (da definire)
24/03/2006 - Robocop Kraus @ Jailbreak
29/03/2006 - Devics @ Circolo degli Artisti
11/04/2006 - Afterhours @ Circolo degli Artisti
19/04/2006 - Mogwai @ Qube
21/04/2006 - Settlefish @ Traffic
25/04/2006 - 65 Days of Static @ Circolo degli Artisti
27/04/2006 - Fantomas @ Palacisalfa
09/05/2006 - Xiu Xiu @ Circolo degli Artisti
10/05/2006 - Black Heart Procession @ (da definire)
20 marzo 2006
Ho sciolto della digitale nel tuo bloody mary
Così quando vorrai succhiarmi il sangue di nuovo, ti scoppierà il cuore. Sto per uscire. Non so più parlare, le farfalle non le ho più nello stomaco, mi sono volate fuori dalla bocca e dal culo, ora dentro sono rimaste solo le uova e le larve che si cibano delle mie viscere. Cazzo che mal di stomaco. Mi sono rimasti solo dialoghi surreali, sguardi interrogativi di biasimo e gente che si vuole solo scandalizzare. Poi si riempie la bocca di terra e mentre parla ti sputa addosso fango misto a saliva e ai petali delle prime margheritine fiorite. Fiorite in mezzo ad uno spartitraffico. Mi fanno schifo. Le margheritine, non la gente. Il fondo è di quel colore che c'è nel limite di irriconoscibilità tra grigio tropposcuroperimieigusti e nero polveroso. E sto fondo della malora cade a pezzi come fosse fatto di tessere mosaicali perfettamente regolari, tagliate con filo di piombo. Sotti rivela croci gialle di qualche culto agnostico. Mifannoschifoancheglispazitraleparole. Mi sono un po' rotto il cazzo di dormire, di stare sveglio, di parlare, di stare zitto, di mangiare, di lavorare, di studiare, di leggere, di giocare, di perdere tempo, di ascoltare musica, di camminare, di guidare, di vedere sempre la stessa gente, di vedere sempre gente diversa, di attaccar bottone, di aspettare che gli altri attacchino bottone, di non venirti a trovare, di venirti a trovare, di guardare la tv, di guardare la tv spenta, di ignorare la tv, di sapere cosa votare, di non sapere cosa votare, di aprire le buste, di pagare, di vestirmi, di stare nudo, di passare la palla, di fare tutto da solo, di chiedere aiuto, di sorridere a chi ti mostra i denti, di mostrare i denti a chi ti sorride, di non sapere che ore sono, di guardare l'orologio, di mentire, di dire la verità, di tenere gli occhi aperti, di chiudere gli occhi, di parlare con te, di non parlare con te, di litigare, di essere innamorato, di non provare niente, di saltare, di non saltare abbastanza, di aspettare un futuro migliore, di non credere nel futuro, di dimenticare il passato, di credere di non aver avuto alcun passato, di parlare male l'italiano, di tradurre l'inglese, di dire sempre di sì anche quando non mi va, di dire sempre di no anche quando non mi va, di avere mal di stomaco, di non comprare niente, di credere di poter riempire i vuoti comprando cose, di credere di avere dei vuoti, di avere dei vuoti, di essere pieno di me, del cibo riscaldato, della mia forma, della mia sostanza, delle copertine dei libri e delle pagine con le orecchie, di chi urla, di chi parla sempre, di chi non parla mai, di chi ride sempre, di chi non ride mai, di chi è vecchio, di chi è giovane, di chi è lento, di chi va di fretta, di chi mi lampeggia, di coloro a cui lampeggio, di chi fuma perchè fa figo, di chi non fuma perchè fa male, di chi mangia un frutto al giorno, di chi non mangia frutta, di chi si lamenta del proprio corpo, di chi ha cura del proprio corpo, di chi ha qualcosa da nascondere, di avere qualcosa da nascondere, di chi non ha niente da nascondere, di non avere niente da nascondere, di bere vino, di bere birra scura, birra chiara, birra rossa, di non bere perchèpoidevoguidare, di stare a casa, di uscire, di chi è come me, di chi è diverso da me, di chi mi sta ad ascoltare, di chi non mi ascolta, di avere troppi soldi, di non avere abbastanza soldi, di non sapere cosa fare, di sapere esattamente cosa fare, di chi non sa cosa fare, di chi sa esattamente cosa fare, di chi sono, sono stato e sarò, di chi non sono, non sono stato e non sarò, di chi potrei essere, di chi potrei essere stato, di essere costretto, di essere libero, di essere padrone del mio futuro, di essere schiavo del mio futuro, di lamentarmi, di non lamentarmi, di lamentarmi di lamentarmi, di non potermi lamentare, di essermi rotto il cazzo. E vaffanculo, che mal di stomaco. E che rabbia.
19 marzo 2006
sofhbogfslofgreifgelif
Nello stesso modo in cui, avendo una pantofola sottosopra, le si dà un leggero calcetto per capovolgerla e questa compie un giro completo e ritorna sottosopra, così procede il tempo. Rivoluzioni che sembra debbano cambiare ogni cosa, infine non cambiano un secco fico. L'illusione della verità sta nel fatto che ogni perdita è solo metà del guadagno. Illusione e Presenza. Una epopea così allegorica che le senti entrambe in piedi dietro di te, a sbirciare quello che stai scrivendo. Attento dietro. A dispetto del proprio nome, sarebbe d'uopo una mappa dei luoghi comuni; troppo spesso capita di perdercisi. Ci sono troppe effe per essere un bel nome. Hai scritto sul mio corpo che non è la fine.
17 marzo 2006
Manifesto d'adesso
- Noi abbiamo sonno
- Noi abbiamo bisogno di più topi
- Noi aborriamo gli scherzi stupidi fatti da persone intelligenti
- Noi abbiamo la coda
- Noi vediamo spesso pallet, ultimamente
- Noi abbiamo i capelli davanti agli occhi
- Noi rinosciamo i muri
- Noi abbiamo ricercato strumenti per la geometria
- Noi, in quattro foto
- Noi ci titilliamo i capezzoli, ognuno i propri
- Noi abbiamo radici di legno e metallo
- Noi scolpiamo addominali
- Noi cambiamo profilo, un bel sorriso
- Noi scriviamo per chi non ci legge
- Noi fermi in aria
- Noi succhiamo
- Noi debelliamo il cancro mangiando piccante
- Noi posiamo quella pistola
- Noi scompariamo, tranne il sorriso
- Noi abbiamo il cuore in bianco e nero
- Noi abbiamo le labbra sporche di zucchero filato
- Noi ce ne freghiamo di partecipare
- Noi che i proiettori non servono
- Noi aspettiamo la fioritura dell'albero di quadrifoglio
- Noi facciamo colazione con la mano sinistra
- Noi siamo orbi da quell'occhio che vuole la sua parte
- Noi suoniamo i campanelli sul nostro cappello
- Noi in mutande e camicia
- Noi ci mordicchiamo la pelle del gomito, a vicenda
- Noi voliamo a bordo dello spitfire
- Noi voghiamo indoor
- Noi e i baci della morte, dell'amore
16 marzo 2006
Piene rotazioni planetarie di incoerente atmosferico
Ecco il mio sogno:
Sono nel mio letto, mi sveglio naturalmente. Niente sveglia. Male. Significa che non l'ho attivata la notte scorsa. Significa che è tardi. Mi ricordo che aspetti la mia chiamata per le 12.30. Sono nel cortile della mia vecchia scuola, i bambini stanno giocando dopo il pranzo. Mi chiedo cosa pensino di me, e mi sforzo di ricordare cosa pensavo io da bambino degli adulti in cortile. Non ci riesco. Entro nell'edificio scolastico, per sapere che ore sono. L'orologio è strano, ha quattro lancette: due segnano l'ora locale, altre due, aperte in un angolo più ottuso, un orario sconosciuto. Le due meno venti. "Cazzo è tardi". Provo a chiamarti, non rispondi. Ti mando un messaggio, cercando di giustificare il mio ritardo. Mi arriva questa risposta: "Non so se ho ancora voglia di perdere tempo con te". Poi una esplosione, viene dalla strada, da via nomentana. Mi avvicino al grande cancello nero, c'è stato un incidente e qualcuno ha sparato un colpo d'arma da fuoco. Davanti al cancello c'è una specie di terrapieno, e disseminati su di esso alcuni militari e poliziotti in copertura, come cecchini. Mi fanno segno di togliermi da lì, ed io inizio a far allontanare i bambini dal cancello. Bambini curiosi. Una bimba molto piccola sguscia fuori dal cancello, io la rincorro, la prendo in braccio e faccio per chiamare un soldato. Egli la prende con se e la pone al sicuro. Sono allo stadio, uno stadio inglese. Cammino a bordo campo e passo davanti una tribuna. Ho due biglietti per la partita, uno era per te, ma non sei voluta venire. Arrivo alla curva, dove sono i nostri posti. La prima fila è vuota, ma a me è riservato un posto più in alto. Salgo la gradinata. Mi faccio largo tra la gente, raggiungo il mio sedile. Discorrendo con i miei vicini scopro che almeno cinque di questi portano il mio stesso nome. E' una cosa che rallegra molti di loro. In fondo alla mia fila, a sinistra, una ragazza ride in modo sguaiato. Dalle tribuna accanto, tifosi stranieri l'additano e ridacchiano di lei, ma costei non ci fa caso, o non se ne cura. Il suo comportamento mi disturba in qualche modo, ma non comprendo quale. Ma da qui non vedo il campo, la tettoia copre tutta la mia visuale. Decido di andare a sedermi in prima fila, tanto è vuota. Passando davanti all'ilare ragazza, questa si rivolge a me.
-Eri tu ieri notte nel mio letto?
-No, purtroppo
-Purtroppo?
-Purtroppo.
Non faccio in tempo a sedermi in prima fila, che uno steward mi raggiunge. Non posso stare qui. Credo mi abbia preso per un orecchio. E temporaneamente mi fa sedere in seconda fila. In attesa della mia punizione. Si allontana e poco dopo torna con un altro trasgressore. Io scalo di un posto e questi si siede accanto a me. Non è più uno stadio, ora è un'aula universitaria. Il nostro carnefice è una specie di assistente che pone a noi della seconda fila un test da superare. Questa è la nostra punizione. Il test è così composto: ci sono due colonne; nella prima un elenco di persone, personalità e personaggi, nella seconda un lista di cose ed oggetti, materiali e non. Si devono collegare gli elementi della prima lista con quello che desiderano nella seconda lista. Tra le altre, ricordo che c'era Craxi tra i primi, e diverse quantità di denaro nel secondo elenco. Sono in casa mia, la mia vecchia casa. Siamo in sala, ci sono io, la mia famiglia, alcuni dei miei parenti più stretti. E' in corso una specie di lezione o conferenza, su di un libro. E' di un autore inglese, ed è pieno di indovinelli, enigmi, facezie. In uno dei brani iniziali manca una parola, che va scoperta. In uno dei brani finali c'è la soluzione del primo enigma. E la soluzione si presenta nella forma del quiz che stavo facendo in aula. Ci dicono che, se risolviamo quel quiz, troveremo la parola. Ci diamo tutti da fare, ma non ne caviamo un ragno dal buco. Così gli altri decidono di andare a mangiare, mentre io resto a scervellarmi. Penso che quest'autore deve essere troppo furbo, e poi l'unione tra i primi ed i secondi elementi non è affatto univoca. Pensa diversamente, mi dico. Guardo le parole con distacco. Le iniziali. Hanno un senso. Formano una frase. Trovato! E' lei, la soluzione. Si è gentilmente presentata a me, che la desideravo tanto. Ora siamo in strada, io, mia madre e mio zio. Si discute di spesa e di supermercati. Io vado alla mia macchina, per prendere l'acqua che avevo comprato in precedenza. Ne porgo una cassa a mio zio. E ci congediamo qui, così.
Ecco la mia ode:
Caparbia sovrana
Riempi di speranza di dolore
il tempo poi trascorso invano
attendendo solo conferma de
il tuo sentire
Cinta di luce la regale fronte
brillano di pallido riflesso
le immagini del volto tuo
che qui nascondo
Verso l'eterno alta ti leva
la montagna domicilio tuo
dea elengate ché severa
nel tuo olimpo
Introduci il tuo cortigiano
all'animo e al dio panico
dal mare peschi con grande rete
schiavo iberico
Cade la neve con gelosia
della tua nivea purezza
scende la pioggia per invidia
del chiarore tuo
V'ergete altera e magnifica
sopra e contro l'uomo vostro
ch'ogni impresa vi dedicherebbe
sua regina
Ogni essere ogni creatura
vi brama zelante ed indolente
avido del tesoro che portante
dentro di voi
V'amo v'adoro vi ambisco
parole candide ed oneste
m'illudo non vi paian vane
s'a voi rivolte
La penna mi fa difetto ora
a cantarvi la magnitudine
del vostro essere e del mio
leale sentir
Degno forse d'esservi schiavo
come immondo per immondo
la lusinga del vostro favore
mio nutrimento
Sono nel mio letto, mi sveglio naturalmente. Niente sveglia. Male. Significa che non l'ho attivata la notte scorsa. Significa che è tardi. Mi ricordo che aspetti la mia chiamata per le 12.30. Sono nel cortile della mia vecchia scuola, i bambini stanno giocando dopo il pranzo. Mi chiedo cosa pensino di me, e mi sforzo di ricordare cosa pensavo io da bambino degli adulti in cortile. Non ci riesco. Entro nell'edificio scolastico, per sapere che ore sono. L'orologio è strano, ha quattro lancette: due segnano l'ora locale, altre due, aperte in un angolo più ottuso, un orario sconosciuto. Le due meno venti. "Cazzo è tardi". Provo a chiamarti, non rispondi. Ti mando un messaggio, cercando di giustificare il mio ritardo. Mi arriva questa risposta: "Non so se ho ancora voglia di perdere tempo con te". Poi una esplosione, viene dalla strada, da via nomentana. Mi avvicino al grande cancello nero, c'è stato un incidente e qualcuno ha sparato un colpo d'arma da fuoco. Davanti al cancello c'è una specie di terrapieno, e disseminati su di esso alcuni militari e poliziotti in copertura, come cecchini. Mi fanno segno di togliermi da lì, ed io inizio a far allontanare i bambini dal cancello. Bambini curiosi. Una bimba molto piccola sguscia fuori dal cancello, io la rincorro, la prendo in braccio e faccio per chiamare un soldato. Egli la prende con se e la pone al sicuro. Sono allo stadio, uno stadio inglese. Cammino a bordo campo e passo davanti una tribuna. Ho due biglietti per la partita, uno era per te, ma non sei voluta venire. Arrivo alla curva, dove sono i nostri posti. La prima fila è vuota, ma a me è riservato un posto più in alto. Salgo la gradinata. Mi faccio largo tra la gente, raggiungo il mio sedile. Discorrendo con i miei vicini scopro che almeno cinque di questi portano il mio stesso nome. E' una cosa che rallegra molti di loro. In fondo alla mia fila, a sinistra, una ragazza ride in modo sguaiato. Dalle tribuna accanto, tifosi stranieri l'additano e ridacchiano di lei, ma costei non ci fa caso, o non se ne cura. Il suo comportamento mi disturba in qualche modo, ma non comprendo quale. Ma da qui non vedo il campo, la tettoia copre tutta la mia visuale. Decido di andare a sedermi in prima fila, tanto è vuota. Passando davanti all'ilare ragazza, questa si rivolge a me.
-Eri tu ieri notte nel mio letto?
-No, purtroppo
-Purtroppo?
-Purtroppo.
Non faccio in tempo a sedermi in prima fila, che uno steward mi raggiunge. Non posso stare qui. Credo mi abbia preso per un orecchio. E temporaneamente mi fa sedere in seconda fila. In attesa della mia punizione. Si allontana e poco dopo torna con un altro trasgressore. Io scalo di un posto e questi si siede accanto a me. Non è più uno stadio, ora è un'aula universitaria. Il nostro carnefice è una specie di assistente che pone a noi della seconda fila un test da superare. Questa è la nostra punizione. Il test è così composto: ci sono due colonne; nella prima un elenco di persone, personalità e personaggi, nella seconda un lista di cose ed oggetti, materiali e non. Si devono collegare gli elementi della prima lista con quello che desiderano nella seconda lista. Tra le altre, ricordo che c'era Craxi tra i primi, e diverse quantità di denaro nel secondo elenco. Sono in casa mia, la mia vecchia casa. Siamo in sala, ci sono io, la mia famiglia, alcuni dei miei parenti più stretti. E' in corso una specie di lezione o conferenza, su di un libro. E' di un autore inglese, ed è pieno di indovinelli, enigmi, facezie. In uno dei brani iniziali manca una parola, che va scoperta. In uno dei brani finali c'è la soluzione del primo enigma. E la soluzione si presenta nella forma del quiz che stavo facendo in aula. Ci dicono che, se risolviamo quel quiz, troveremo la parola. Ci diamo tutti da fare, ma non ne caviamo un ragno dal buco. Così gli altri decidono di andare a mangiare, mentre io resto a scervellarmi. Penso che quest'autore deve essere troppo furbo, e poi l'unione tra i primi ed i secondi elementi non è affatto univoca. Pensa diversamente, mi dico. Guardo le parole con distacco. Le iniziali. Hanno un senso. Formano una frase. Trovato! E' lei, la soluzione. Si è gentilmente presentata a me, che la desideravo tanto. Ora siamo in strada, io, mia madre e mio zio. Si discute di spesa e di supermercati. Io vado alla mia macchina, per prendere l'acqua che avevo comprato in precedenza. Ne porgo una cassa a mio zio. E ci congediamo qui, così.
Ecco la mia ode:
Caparbia sovrana
Riempi di speranza di dolore
il tempo poi trascorso invano
attendendo solo conferma de
il tuo sentire
Cinta di luce la regale fronte
brillano di pallido riflesso
le immagini del volto tuo
che qui nascondo
Verso l'eterno alta ti leva
la montagna domicilio tuo
dea elengate ché severa
nel tuo olimpo
Introduci il tuo cortigiano
all'animo e al dio panico
dal mare peschi con grande rete
schiavo iberico
Cade la neve con gelosia
della tua nivea purezza
scende la pioggia per invidia
del chiarore tuo
V'ergete altera e magnifica
sopra e contro l'uomo vostro
ch'ogni impresa vi dedicherebbe
sua regina
Ogni essere ogni creatura
vi brama zelante ed indolente
avido del tesoro che portante
dentro di voi
V'amo v'adoro vi ambisco
parole candide ed oneste
m'illudo non vi paian vane
s'a voi rivolte
La penna mi fa difetto ora
a cantarvi la magnitudine
del vostro essere e del mio
leale sentir
Degno forse d'esservi schiavo
come immondo per immondo
la lusinga del vostro favore
mio nutrimento
14 marzo 2006
Sì così, continua a sorridere
Non voglio comprare nulla, sto solo dando un'occhiata in giro. Le cose che vuoi-le cose che hai-le cose che ti fanno ancora ridere. Sono diventato impossible. Non è stato un incidente, è il motivo esatto per cui sono qui. Tu sei esattamente ciò di cui ho bisogno. Metti via i tuoi giochi, ma non prenderla alla leggera. Dovremmo prenderci alla leggera? Quindi sbrigati e aspettami. Mi sono fermato per riempire il serbatoio e quando sono risalito non c'era nessuno riflesso nello specchietto. Quello fu un giorno molto triste, un giorno. Avevo la tasca piena di spiccioli. Mi ci sono pagato la colazione. Se il mio corpo avesse dei lembi, li affererei e tireri forte. Così, per vedere cosa succede. Per vedere non l'effetto ma la causa. La mia debolezza è che ci credo. Vedere la gente andare su e giù e infilare la testa sott'acqua per allungare una mano. Affogare e preoccuparsi che fuori piove. Potrei bagnarmi, potrei. Molto lontano da casa, sento una eco che forse s'è persa. Avrei dovuto saperlo, avrei dovuto fare delle foto per provare il mio passaggio, He was here. C'è ancora spazio per credere alle cose che non si vedono, che non si toccano, che non si assaggiano, che non si rompono, che non si aprono per vedere come sono fatte dentro, che non si possono nascondere, che non si tirano potresti prendere qualcuno nell'occhio, che non si graffiano, che non si impolverano, che non si bagnano, che non sporcano, che non cadono, che non si vendono nelle telepromozioni in tv, che non si raggiungono, che non si cominciano, che non si strappano, che non puoi giocherellarci che poi le devi ripagare ,che non si possono liberare. Sono qui, dentro la mia testa. Sono qui, vivo ma non vegeto. Ti tengo lì, così puoi fermarti, così puoi fermarmi. Ballare ballare ballare, ma essere ancora fermi. Ti ho promesso che ti ci avrei portato, che ti avrei portato. Sempre, dentro. Non sono più dentro la mia testa, ora tutto è dentro la mia testa tranne me. L'inchiostro ha un sapore acre e vellutato. Dolce dolce fiore ti mangio e non mi sento in colpa, ma sono colpevole. Capisci le cose che senti dire dietro di te? Le risposte più delle domande. Mi hanno svelato che i fiori sono dolcificati. Nessuno ha il coraggio di semplicemente addolcire. Nessuno è pieno di persone che non conosco, e io mi rivolgo a loro con una familiarità che non ha proprio senso. Che non ho voglia. Che sei qualcosa. Ogni respiro che prendi, ogni boccone che ingoi, ogni movimento che fai, ogni argine rotto, ogni passo calcato, ogni singolo giorno, ogni parola non detta, ogni gioco rimandato, ogni notte dimenticata, ogni graffio sanguinante, ogni labbro morso, ogni sguardo taciuto, ogni frangietta mimetizzata tra gli altri capelli, ogni curva maledetta, ogni furberia che tanto non mi scopriranno mai e pure se mi scoprono che mi possono fare, non fanno altro che nutrire il tuo peccato banale. E io guardo te e vedo te. Sei dentro una scatola. Mostri: sporchi, asimmetrici, viscidi, riluttanti, lussuriosi, cocainomani, penzolanti, parassiti, vorticosi, pelosi, mucoidali, spasmodici, rigurgitanti, occlusi, rifluiti, stonati, defecati, spastici, secchi, decadenti, liquidi. Corpo e Anima. Corporali e Animali. Ridisegnare il labirinto per reinventare l'uscita. Niente supereroi, solo eroi normali o suberoi. Gioco la carta della vincibilità. Vado ALL-IN con una coppia di 9. Strisce pedonali: striscia e perdonali. Jumo mangia il mondo. Jumo non ha complimenti. Jumo ha complementi. Jumo in un campo di zafferano e salvia divinorum. Spenta la luce. Arriva l'esilio.
13 marzo 2006
menoventisette
Stanotte la musica era diversa. Le imposte erano sbarrate, nessuna proiezione luminosa a solleticare la mia vista, e un vento di gelida consistenza s'apriva la strada in camera mia, come un veleno mellifluo. Le coperte tirate fin sopra la testa, cercando di tenere in cattività fino all'ultima stilla di calore. Nessuno spazio per fantasticare, ma tanto buio per pensare. Ho immaginato che forse è questo il mio egoismo: cercare di fare al massimo ogni cosa. Io ho il mio, tu hai il tuo. Se di mattina ho del lavoro da svolgere mi faccio prendere cosi' tanto da non mandarti nemmeno un messaggio. Se lavoriamo insieme ad un template rimango silente per ore, alla ricerca di una chimerica combinazione di colore. E non una parola per te. Se mi introduci nella tua cerchia di conoscenze cerco di fare una buona impressione, non dico apparire brillante, ma almeno capace di conversazione piacevole e faceta. Cerco di essere qualcosa per cui tu possa essere almeno un poco orgogliosa. Mentre finisce che trascuro il vero motivo per cui sono lì, che sei tu. Potrebbe sembrare un assurdo: ciò che mi rende "imperfetto" è la ricerca di una ipotetica "perfezione". Che ovviamente non esiste. Ma ha perfettamente senso. Queste non sono scuse, è solo l'errore n°5. Come ti ho già detto ho gusto nel fare le scelte sbagliate. O forse sono solo un po' pigro. Abbasso la guardia e ricado nella perniciosa abitudine di non sentirmi all'altezza. E provo a metterci una pezza. Come se un'apparenza di gran laboriosità potesse sopperire ad un lavoro ben fatto e portato a termine con costanza. Abbasso la guardia e il colpo viene sferrato a te. E fin qui sono cose che già sai. Ora le novità. Di tutto quello scritto sopra, ora me ne importa poco. Se una cosa è importante e vale meno di zero e una cazzata qualunque diventa un delirio, io smetto di ascoltare. Chi si prende la colpa è perduto; e per una volta che ho qualcosa da perdere, non ho intenzione di farlo. Ci sentiamo presto, bellezza mia bellezza mia bellezza mia.
11 marzo 2006
EmoViolenza
Ieri notte ho visto suonare i La Quiete. Questo fa di me un tipo molto indie, un tipo molto hardcore. Sulla mano ho ancora il timbro del Traffic, e l'inchiostro si sta facendo strada tra le micropieghe dell'epidermide. Ho lasciato sul cuscino una serie di speculari timbrate CIFFART. Questo fa di me un tipo molto trasferello. Mi fischia ancora l'orecchio sinistro. E' stato devastante, stato devastante. Troppi pochi pezzi, troppo basso il volume del microfono del cantante, troppo avanti la maglietta di Costantino indossata dal bassista. Questo fa di me un tipo molto critico musicale. Ho arrubbato la discografia dei Mogwai. La sto ascoltando. Questo fa di me un tipo molto post-rock, un tipo molto tristantuolo. Non ho particolamente apprezzato i due gruppi spalla. I Fucking Blood, boh. I Restless Wrestlers, boh. Ma almeno questi ultimi erano vestiti bene. E mi hanno fatto venire voglia di microKorg. Questo fa di me un tipo molto gearpornomane. Qualcuno subisce ancora il fascino dei pacifisti a tutti i costi, dei tecnici della facciata restaurata, dei locali desolati e fatiscenti. Qualcuno più ottimista di me ha detto: "Dà ad un uomo qualcosa da perdere e diventerà il più mite tra tutti". Non sono le parole esatte, quindi forse non dovrei mettere le virgolette. Questo fa di me un tipo molto ipercinico, un tipo molto ipocinetico, un tipo molto privo di memoria fino all'ignominia. Canto vittoria. Questo fa di me un tipo molto la gara è stata sospesa per abbandono dei concorrenti. Ah, dimenticavo, indieblog è morto.
10 marzo 2006
La scorsa notte mi ha fatto visita il mio incubus e ha tentato di strangolarmi
Alzatevi in piedi, è il momento di fare un passo indietro. Fatto? Immagino di no. Anzi, vedo che siete ancora seduti. Poco male, tanto è già troppo tardi. Non facendo un passo indietro avete perso l'occasione di cadere. Come dite? Non avete alcuna intenzione di cadere? Oh beh. Peggio per voi. Io cado. Siete ancora là? Sì, qualcuno è rimasto. Sarete curiosi di sapere cosa c'è di desiderabile nell'atto di cadere. Ve lo spiego subito. Tanto per cominciare, se non si cade non ci si può rialzare. Solo questo dovrebbe farvi provare l'impulso irrefrenabile a perdere l'equilibrio. Non è forse una gran cosa poter riguadagnare la propria compostezza, la propria altezza, il controllo di se stessi? Mettendo una mano a terra, tenendo tesi i muscoli dello stomaco, facendo leva su di un piede e poggiando un ginocchio al suolo, su cui poi fare perno. Dite che non vi basta? Oh come siete difficili! Avete bisogno di una motivazione per ogni vostra minima azione quotidiana? Non credo proprio! Tu, che ti stai grattando il mento: perchè lo fai se non provi prurito? E tu, che alzi gli occhi al cielo (volevo dirti che la tua mimica è fuori luogo): cosa vedi di così interessante lassù? Niente, ecco cosa! Ma vi capisco. Obietterete che rialzarsi è faticoso e che cadendo rischiate di farvi male. E sia, non lo nego. Ma invito chiunque di voi a nominarmi un piacere che non richieda nemmeno uno sforzo per essere provato o che, se portato all'esagerazione, non rischi di arrecarvi del danno. E sì, perchè di piacere si tratta. Chiunque può gustare una succulenta caduta, se non teme di rimpiangere poi l'atterraggio. E' liberatorio. Vi pone sottosopra, e il cielo mi sia testimone se non avete bisogno. Quindi, invece di stare ad ascoltare me, fate un favore a voi stessi: Oggi cadete. Io, per mio conto, seguirò il mio consiglio. Cado!
09 marzo 2006
Una trappola di scorta
Mi hai fatto uno squillo. Forse vuoi che ti richiami. L'ultima volta era questo il segnale che avevamo convenuto. Ti chiamo. Squilla per un po', ma non rispondi. Forse non puoi. Poso il cellulare, e alzo di nuovo il volume dello stereo. "Forse non l'ho fatto squillare abbastanza" penso. Riporto la manopola del volume ad un innocuo 2 e riprendo il cellulare. Ti chiamo ancora. Il tempo di fare due squilli e mia madre entra in camera mia. Attacco.
"Non sei uscito mai oggi?"
"No, perchè?"
"Ci sarebbe da buttare l'immondizia"
"Ok vado". Prendo le scarpe, quelle che posso infilarmi senza doverle slacciare.
"Se vuoi puoi buttarla dopo cena". Mi infilo le scarpe, con un movimento solo, consumato.
"No, dopo cena non devo andare da nessuna parte". Prendo il cappello e mi avvio.
"Ricordati il cappello". Senza voltarmi sollevo il cappello per mostrarglielo.
Me lo infilo attraversando il corridoio buio. Prendo il cappotto, e torno in camera mia a prendere le chiavi che avevo dimenticato. Non mi va di farmi aprire, poi. Esco sul pianerottolo, raccolgo il sacco della spazzatura e chiamo l'ascensore. No, meglio le scale. Ci incrociamo al secondo piano. Lui vuoto, salente. Io pieno di pensieri vuoti, silente. Mentre scendo le ultime scale prima di raggiungere il portone, sento qualcuno che da fuori armeggia con delle chiavi e cerca di aprirlo. Tiro, mentre l'altro spinge. E' una signora che non conosco. "Buonasera". "Salve". Le tengo il portone aperto, mentre raccoglie i suoi pacchetti della spesa. "Questo portone è veramente strano" mi fa. "Eh". "Buonasera" ripete. " 'sera " rispondo a mezza voce. Buttare la spazzatura è compito mio. L'immondo è roba mia. Lo faccio così spesso che non me ne rendo conto nemmeno. E sono di nuovo davanti al portone di casa mia. Mi colpisce il marciapiede bagnato all'angolo della strada. Ci cammino sopra, svolto l'angolo e mi incammino per via Aquileia. Lavori in corso. Transenne. Sono quasi in fondo. Mi giro, distratto da un rumore. Un'auto ha imboccato la via, è lontana e i suo fari mi puntano. Forse cerca me. Quando mi raggiunge solleva un po' di polvere passandomi accanto. Non cercava me. C'è troppa polvere. L'hotel. Proseguo. La mia macchina è parcheggiata in Via Gradisca, per metà all'interno delle strisce blu, regolarmente, per metà su delle strisce pedonali gialle. Irregolarmente immagino. Non ci sono multe. Spero che la signora non faccia liberare la vescica al suo cane proprio sulla mia ruota. E poi quella scritta sul muro. "BIONDO FIFONE". Le due f sono scritte così male da essere quasi irriconoscibili. Forse l'emozione dell'imbrattamuri. Forse era una donna. Io non sono biondo, e nemmeno fifone. Però penso sia rivolta a me. Come i fari di prima. Risalgo la parallela a via Aquileia. Sugli alberelli che crescono in minuscoli oblò dell'asfalto, qualuno ha affisso dei cartelli. Contro chi porta i cani a farla per strada. Chissà se la signora di prima ne leggerà uno. Chissà se si sentirà un po' in colpa. Passo davanti alla mia finestra preferita. Un seminterrato, la luce accesa che filtra attraverso le tende alla finestra. Dentro, ci sono un letto ed una scrivania, sopra la scrivania un monitor. Ogni mercoledì sera intravedo qualcuno al pc. Potrei essere io. Stasera non c'è nessuno, e lo schermo è spento. Delusione. Dove sarai, compagno di telematica solitudine? Ho completato il giro dell'isolato, passo accanto ad una macchina asfaltatrice (lavori di rifacimento del manto stradale, ennesimi). In fondo ad una scaletta, un uomo entra in un portone. E' illuminato da una luce color ghiaccio, mi guarda. Ricambio lo sguardo, e penso che col cappello in testa e la barba incolta devo sembrare un poco di buono. Un ladro, magari. Stavolta prendo l'ascensore. Rientro in casa. "Ma dove vai a buttare l'immondizia?" sono le parole che accolgono il mio ritorno. Vedo nuovamente il tuo numero tra le chiamate senza risposta. Forse volevi che ti chiamassi. Ma ora è tardi. Ciao.
"Non sei uscito mai oggi?"
"No, perchè?"
"Ci sarebbe da buttare l'immondizia"
"Ok vado". Prendo le scarpe, quelle che posso infilarmi senza doverle slacciare.
"Se vuoi puoi buttarla dopo cena". Mi infilo le scarpe, con un movimento solo, consumato.
"No, dopo cena non devo andare da nessuna parte". Prendo il cappello e mi avvio.
"Ricordati il cappello". Senza voltarmi sollevo il cappello per mostrarglielo.
Me lo infilo attraversando il corridoio buio. Prendo il cappotto, e torno in camera mia a prendere le chiavi che avevo dimenticato. Non mi va di farmi aprire, poi. Esco sul pianerottolo, raccolgo il sacco della spazzatura e chiamo l'ascensore. No, meglio le scale. Ci incrociamo al secondo piano. Lui vuoto, salente. Io pieno di pensieri vuoti, silente. Mentre scendo le ultime scale prima di raggiungere il portone, sento qualcuno che da fuori armeggia con delle chiavi e cerca di aprirlo. Tiro, mentre l'altro spinge. E' una signora che non conosco. "Buonasera". "Salve". Le tengo il portone aperto, mentre raccoglie i suoi pacchetti della spesa. "Questo portone è veramente strano" mi fa. "Eh". "Buonasera" ripete. " 'sera " rispondo a mezza voce. Buttare la spazzatura è compito mio. L'immondo è roba mia. Lo faccio così spesso che non me ne rendo conto nemmeno. E sono di nuovo davanti al portone di casa mia. Mi colpisce il marciapiede bagnato all'angolo della strada. Ci cammino sopra, svolto l'angolo e mi incammino per via Aquileia. Lavori in corso. Transenne. Sono quasi in fondo. Mi giro, distratto da un rumore. Un'auto ha imboccato la via, è lontana e i suo fari mi puntano. Forse cerca me. Quando mi raggiunge solleva un po' di polvere passandomi accanto. Non cercava me. C'è troppa polvere. L'hotel. Proseguo. La mia macchina è parcheggiata in Via Gradisca, per metà all'interno delle strisce blu, regolarmente, per metà su delle strisce pedonali gialle. Irregolarmente immagino. Non ci sono multe. Spero che la signora non faccia liberare la vescica al suo cane proprio sulla mia ruota. E poi quella scritta sul muro. "BIONDO FIFONE". Le due f sono scritte così male da essere quasi irriconoscibili. Forse l'emozione dell'imbrattamuri. Forse era una donna. Io non sono biondo, e nemmeno fifone. Però penso sia rivolta a me. Come i fari di prima. Risalgo la parallela a via Aquileia. Sugli alberelli che crescono in minuscoli oblò dell'asfalto, qualuno ha affisso dei cartelli. Contro chi porta i cani a farla per strada. Chissà se la signora di prima ne leggerà uno. Chissà se si sentirà un po' in colpa. Passo davanti alla mia finestra preferita. Un seminterrato, la luce accesa che filtra attraverso le tende alla finestra. Dentro, ci sono un letto ed una scrivania, sopra la scrivania un monitor. Ogni mercoledì sera intravedo qualcuno al pc. Potrei essere io. Stasera non c'è nessuno, e lo schermo è spento. Delusione. Dove sarai, compagno di telematica solitudine? Ho completato il giro dell'isolato, passo accanto ad una macchina asfaltatrice (lavori di rifacimento del manto stradale, ennesimi). In fondo ad una scaletta, un uomo entra in un portone. E' illuminato da una luce color ghiaccio, mi guarda. Ricambio lo sguardo, e penso che col cappello in testa e la barba incolta devo sembrare un poco di buono. Un ladro, magari. Stavolta prendo l'ascensore. Rientro in casa. "Ma dove vai a buttare l'immondizia?" sono le parole che accolgono il mio ritorno. Vedo nuovamente il tuo numero tra le chiamate senza risposta. Forse volevi che ti chiamassi. Ma ora è tardi. Ciao.
Sciarada
Le parole mi massacrano. Le parole mi pigliano per la gola, si scagliano su di me tutte insieme. Quella mi tiene fermo, quella mi ruba le scarpe e mi svuota le tasche, quella mi sputa addosso, mentre una, la più cattiva di tutte, mi pratica una incisione parietale, infila una cannuccia nel mio cranio ed inizia a succhiar via materia pensosa. Infine, una volta sazia, sutura lo squarcio con la cicca che non ha mai smesso di masticare durante tutto l'intervento. Non so perchè mi fanno questo. A me poi, che pensavo di poterle controllare. Non sono mai stato un padrone sfruttatore; al massimo un padre severo ma amorevole. Ma tanto ormai non importa più. Di me rimane solo l'involucro inebetito che si trascina da una finestra murata all'altra. A farmi compagnia ed ad assistermi solo quelle di loro più fedeli, le più semplici tra le parole, quelle che non hanno mai voluto giocare con me, ma forse mi sono ancora grate perchè in tutto questo tempo non le ho private del loro senso. Ora c'è quella parola che mi imbocca, anche se non provo più lo stimolo della fame. Quella che mi mette a letto, anche se il giorno e la notte non sono più distinguibili. Quella che mi veste, anche se il senso del pudore non so più cosa significhi. Quella che mi racconta storie del passato e fantastica con me sul futuro, anche se io non la sto veramente ad ascoltare, perché lo scorrere del tempo assomiglia allo stesso fondale riciclato più e più volte per scene diverse. Ma in fondo uguali. Il set di questa messinscena è una città fantasma, abitata da fantasmi che si nutrono dell'illusione di poter ancora influenzare il mondo dei vivi. Ed è per questo che inventano parole nuove e le abbandonano al mondo, sperando che qualcun altro le accolga. Non si curano della loro educazione, della loro istruzione, di insegnar loro la differenza tra il bene e il male. Mi esortano in coro a fare altrettanto: "Dopo ti sentirai meglio". Non capiscono che non appena evocano il mostro di fango del "dopo", un golem uguale e contrario prende vita, quel "prima" che ai miei occhi appare mille volte più grande e terrificante. Ora che le parole sono lontane e ricercate, il posto che hanno lasciato vuoto è assordante. Non ho mai capito se è il vuoto a succhiare verso di se il pieno, per invidia, o il pieno a lanciare se stesso nel vuoto, per vanità. Ma so che appena parole inutili saturano l'aria, è l'ora di affacciarsi alla prossima finestra.
08 marzo 2006
Dolce e cantabile, marcando la melodia
- The big scientific broom.
- Essere investiti attraversando Via Abbazia in fila indiana.
- Molto forte, crescendo, pianissimo. Molto espressivo, cullando, a tempo.
- Solamente con gesti del corpo, comunicare idee oscene. Mimo osè. Mimose.
- Geloso delle tue spalle nude.
- Oggi mi sento un po' Coheso.
- Palleggio, arresto e tiro.
- La riproduzione e la vendita dell'arte è uno scempio a cui si deve porre fine.
- contraria e ostinata direzione ostinata direzione ostinata direzione In.
- Volevo solo parlarti addosso. O dell'uso improprio dell'altrui persona.
- Qualunquisivismo. Il tuo fare politica consiste nell'essere un apolide polipoide.
- Il mostro che ha sonno, in genere ha ragione.
- Mi sottopongo ad un intervento di iconectomia.
- Ma la mente, malamente...
- In fondo a pagina 72: "(...) vederlo di sbieco mostrare angoli e superficie nuove come un solido sorpreso in un momento sconosciuto della sua rivoluzione."
07 marzo 2006
Nudo
Il dito melluce, in entrambi i miei piedi, è appena più lungo del rispettivo alluce. Dicono sia un segnale di bellezza. L'eccezione che conferma la regola, nel mio caso. Le dita dei miei piedi sono sempre leggermente piegate, anche a riposo. Non so se sia normale. Le unghie mai curate, sempre dai bordi irregolari. Quella del mellino, molto piccola. Ho i piedi piatti. Qualche piccolo pelo copre il collo del mio piede. Le mia caviglie, troppo sottili. Le ginocchia portano i segni di tutte le mie cadute, antiestetiche cicatrici. Le gambe sono storte, non posso camminare tenendo contemporaneamente paralleli piedi e ginocchia. Ho le gambe pelose; al contrario del torace, quasi glabro. Ho il culo piatto. Mi sta venendo un po' di panzetta. Il mio ombelico è verso l'interno. I miei capezzoli sono larghi e rugosi. Ho un tronco robusto, mentre le mia braccia sono sottili e molto poco muscolose. I gomiti sporgenti e ossuti, i polsi troppo sottili. Non avevo niente da ridire sulle mie mani. Fin a quando non mi hanno fatto notare che sono salsicciose. A me non pare. Vabè, andiamo avanti. Non mi mangio le unghie, me le strappo piuttosto. Ma non si nota molto. A volte le mie mani prendono un colore rosso scuro e sotto la pelle il sangue sembra disegnare un tessuto a chiazze. A volte tremo un po'. Ho il collo lungo, i capelli tagliati male, la testa troppo grande, e il naso gobbuto e sporgente. La barba non mi cresce in modo uniforme sul volto, ho dei buchi sul mento, ai lati della bocca. Ho le orecchie piccole, ma a me non dispiacciono. Le sopracciglia troppo folte.
Per fortuna ci sono i miei occhi. L'unica cosa che non cambierei di me sono gli occhi.
Per fortuna ci sono i miei occhi. L'unica cosa che non cambierei di me sono gli occhi.
06 marzo 2006
a mano - 3 - bianche
Salto. C'è un istante, all'apice della parabola. In cui sono fermo. Immobile. Privo di peso. Velocità zero. Da qui potrei lanciarmi verso ogni ovunque. E' il secondo di silenzio tra due canzoni.
05 marzo 2006
The Melody at Night, with You
Così siamo sul fondo del mare. Ti vedo cercare di suonare coralli e spugne con un archetto per violino. I tuoi discorsi si tramutano in modulazioni di forma e dimensione di gocce d'aria che precipitano all'insù. I tuoi capelli riconquistano quella libertà finora negata loro dall'opprimente gravità. Non c'è orizzonte, solo colore. Mentre il cielo è la somma di motivi curvilinei. Come dubbi.
Esagerare in pubbliche effusioni potrebbe suscitare dispetto. Qualcuno ci dice: "fate schifo". Ed io: "Hai ragione. Perchè siamo liberi."
Esagerare in pubbliche effusioni potrebbe suscitare dispetto. Qualcuno ci dice: "fate schifo". Ed io: "Hai ragione. Perchè siamo liberi."
04 marzo 2006
Ora scriverò, e sarò meno lontano
Non sapevo in che direzione stesse nevicando. Mia nonna mi ha raccontato: "Una volta, prima che tu nascessi, più di 20 anni fa, nevicò il 30 aprile. Le stufe erano ormai spente e fu una giornata molto fredda". Mentre narrava controllava l'acqua in ebollizione, in attesa del momento per versarvi la pasta. Il vapor acqueo le saliva fino agli occhiali, per appannarli. Poi mi ha guardato ed ha sorriso. Dovrei decorare una parete. Dovrei. Magari con un segno indecifrabile per molti, e inconfondibile per quella sola persona. Poi mi siederei sul bordo del mio letto, di fronte alla decorazione e mi auto-scatterei foto in cui la mimica facciale non potrebbe lasciar dubbi sulla gamma dei miei stessi stati d'animo. E in un istante d'incredulità tu verseresti alcol sulle mie ferite e nella mia bocca. E sulle ferite della mia bocca. Il diavolo si toglie la maschera e si scopre innamorato dell'amore. Pareti lisce come specchi d'acqua mi offrono quattrocento colpi per farsi abbattere, quattrocento passi per farsi percorrere, quattrocento appigli per farsi scalare, su su, fino a grattare il cielo, ultimo baluardo tra me ed il mio soffitto. Perchè i pensieri manifesti non osano sollevarsi in aria al di là di dove l'occhio arriva a tracciare i confini del presente. Un sarto, con tratteggi di gesso e puntando spilli, può dichiarare a voce alta il confine tra l'eleganza e la goffaggine. Una chiamata nel cuore della notte, proveniente dalla città, può accendere la consapevolezza improvvisa di essere altrove. Bianco, rosso e blu sono i colori che si possono incrociare sul ponte di un traghetto. La verità è che non ho paura di sanguinare, ma pretendo il dolore che accompagna ogni ricompensa.
Al diavolo la brace, io voglio la padella
Immagina la scena. Ho appena chiuso. Mi preparo per la notte. Spengo la luce grande, accendo la luce piccola. Prendo il libro. Sono già sovrappensiero, tanto che tolgo il segnalibro dalle pagine segnate e lo dimentico lì. Tiro su il cuscino contro il muro, mi metto sotto le coperte. Apro il libro. Non leggo una riga. Penso. Come potrei toglierti il saluto? Solo perchè non credi alla mia incapace giustificazione di una colpa che non ho mai commesso? Non ci crederei neanche io, visto che è un tale assurdo. Un tale dolce assurdo. Tutto quello che posso portare come prova di una mia ipotetica innocenza è la mia ossessione. Ad ogni canzone d'amore non posso esimermi dal vedere noi due nei panni dei protagonisti. Tu sei ogni "tu" che leggo, che penso, che canto con voce comica e stonata. Quanto tempo è passato? Non ho letto una riga. E' ora di dormire. Dov'è il segnalibro? Me lo cerco addosso, non c'è. Sulla coperta, nemmeno. Sconvolgo le lenzuola. Ah, eccolo. M'alzo. Raggiungo il segnalibro e ripongo il libro. Notte senza fortuna, sii buona.
(Nuova puntata della vicenda Baricco. A gentile domanda, cortese risposta. Pare quindi che la stroncatura già ci fosse. Ma non cambia la sostanza. Ferroni non è in grado. Solo per essere l'autore del mio manuale di letteratura italiana del liceo meriterebbe una punizione esemplare.)
(Nuova puntata della vicenda Baricco. A gentile domanda, cortese risposta. Pare quindi che la stroncatura già ci fosse. Ma non cambia la sostanza. Ferroni non è in grado. Solo per essere l'autore del mio manuale di letteratura italiana del liceo meriterebbe una punizione esemplare.)
03 marzo 2006
L'arte venatoria applicata agli angeli. Ovvero: Cupido impallinato.
M'improvviso cameraman. E regista. E narratore. OhMammaMiaCheVergogna! Macchè, una volta forse. Beh, un pochino sì dai, all'inizio. Ah, quella non è la mia voce! (dicono tutti così). Spero apprezzerai il piccolo dono.
Esiste un manuale della vita pratica? Un testo che insegni tutte quelle piccole cose che non sono fondamentali ma che servono, qua e là, nel quotidiano. Come, che so, il fatto che le viti si svitano in senso antiorario, qual'è il bicchiere per il vino e quale quello per l'acqua, come si fischia "alla pecorara" con due dita in bocca, come si versa da una bottiglia senza far cadere -la goccia-, le regole del tresette, quando è il momento buono per seminare una pianta, i passi minimi di un lento, come si fa il pane... cose così...
Oh tu, lettore casuale, leggi! Il buon Baricco è una vecchia volpe. Ma fa sorridere. E poi credo che apprezzerebbe la mia citazione pop: "Chi sa fare, sa capire" (Cfr. Aldo,Giovanni e Giacomo - Chiedimi se sono felice)
STOP THE PRESS
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Qui è Blog che parla. Si si, proprio io, il Sig. Blog. Mi rivolgo a te, menagramo imbrattacarte, che riempi le mie pagine. Occhio. Io ti osservo. So cosa stai combinando. Non fare una cazzata delle tue. Non ci provare nemmeno a rovinare tutto. Non essere il solito E NON FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE. In bocca al lupo, va. Chiudo.
Esiste un manuale della vita pratica? Un testo che insegni tutte quelle piccole cose che non sono fondamentali ma che servono, qua e là, nel quotidiano. Come, che so, il fatto che le viti si svitano in senso antiorario, qual'è il bicchiere per il vino e quale quello per l'acqua, come si fischia "alla pecorara" con due dita in bocca, come si versa da una bottiglia senza far cadere -la goccia-, le regole del tresette, quando è il momento buono per seminare una pianta, i passi minimi di un lento, come si fa il pane... cose così...
Oh tu, lettore casuale, leggi! Il buon Baricco è una vecchia volpe. Ma fa sorridere. E poi credo che apprezzerebbe la mia citazione pop: "Chi sa fare, sa capire" (Cfr. Aldo,Giovanni e Giacomo - Chiedimi se sono felice)
STOP THE PRESS
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Qui è Blog che parla. Si si, proprio io, il Sig. Blog. Mi rivolgo a te, menagramo imbrattacarte, che riempi le mie pagine. Occhio. Io ti osservo. So cosa stai combinando. Non fare una cazzata delle tue. Non ci provare nemmeno a rovinare tutto. Non essere il solito E NON FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE. In bocca al lupo, va. Chiudo.
02 marzo 2006
Mi tappo le orecchie con le mani ed urlo, perché non voglio più vedere. LA LA LA LA LA LA LA LA.
T'ho sognata ancora, nonostante m'avessi chiesto di farlo tu. Il gran finale di una onirica pirotecnia. Ti racconto:
C'è un grande convegno. La struttura che lo ospita assomiglia all'esterno alla stazione Termini, all'interno alla sala congressi dell'ONU. L'evento è sull'integrazione con la Cina. Ci sono alcuni relatori cinesi, che si inalberano perchè nella scenografia c'è un errore. Una volta c'è scritto CHINA, un'altra CINA. Il mio compito è che tutto vada per il verso giusto, quindi inizio a girare parti della scenografia che contengono l'errore, come fossero lettere della ruota della fortuna ed io il valletto. Soddisfazione. Ma mentre sono sul palco, entrano in scena i ballerini per lo spettacolo d'apertura. Io, colto alla sprovvista, scivolo fino alla prima fila e scendo di scena. In fondo alla sala entra mia madre che vuole farmi sentire il suo nuovo profumo. Imbarazzo. Decido di correrle incontro, strapparle la boccetta di mano e scappare fuori della sala. Forse penseranno ad una trovata pubblicitaria. Lo spero. Sono fuori. E dall'interno della sala, una violenta esplosione. Un attentato. Scappo. Arrivano delle camionette. Persone stranamente vestite scendono a terra e corrono dentro il congresso. Un'altra esplosione, ancora più forte. Vetri in frantumi. Polvere. Detriti. Io scappo. Penseranno a me. Mi nascondo nei bagni di un edificio vicino. Vengono a cercarmi. Arriva una donna, anziana. Mi vede e, ridendo, esclama: "Ahah, pensavi cercassimo te? Io so che non è colpa tua, ma ora dovrò nasconderti. A casa mia". La seguo. Sono nel suo appartamento, arredato in modo bizzarro. Lei è stesa su quello che sembra un triclinio e mi ordina di massaggiarle il ventre gonfio. Eseguo. Non provo niente. Poi occupo il mio posto. E' uno strano sedile, scavato in una protuberanza del muro. Vedo fuori della finestra una città strana. Una Venezia senza acqua. La gente si muove su tetti, terrazzi e giardini pensili, collegati da ponti. Ci sono tante coppie. Il cielo si oscura di nubi tempestose, all'improvviso. E con la stessa facilità torna sereno.
Cambio di scena.
Sono un giornalista musicale. Devo intervistare una band e farle un servizio fotografico. La band è composta da una ragazza e due uomini. La ragazza sei tu. Ho occhi solo per te. E mi accanisco nel ritrarti. I tuoi colleghi si spazientiscono, e non vogliono farsi fotografare. Mentre cerco di convincerli e di trovare una location non troppo banale, tu mi strappi la macchina fotografica di mano. Hai deciso che vuoi fotografare me. Inizi a rincorrermi, ed io a darti sempre le spalle. Finiamo nel cortile di un palazzo, tra le auto parcheggiate. "Non mi prenderai mai, sento i tuoi passi" proclamo con fare gradasso. Ma mi freghi. Sto scappando da altri passi. "Sono qui", la tua voce dietro di me. Sempre dandoti le spalle, getto le braccia indietro e ti cingo i fianchi, e ti tiro a me. Ti stringo. Non so quanto sono rimasto ad ascoltare il tuo corpo contro il mio. Ma vengo risvegliato dal tuo respiro. Di nuovo ti prendo e ti porto davanti a me. E' un bacio violento, precipitoso, nervoso. Mi colpiscono le tue labbra sottili, ed il tuo sapore fresco. Ci dividiamo. Respiro di nuovo, respiro per la prima volta. Piego la testa dalla parte opposta. Ora voglio assaggiare il tuo labbro inferiore.
C'è un grande convegno. La struttura che lo ospita assomiglia all'esterno alla stazione Termini, all'interno alla sala congressi dell'ONU. L'evento è sull'integrazione con la Cina. Ci sono alcuni relatori cinesi, che si inalberano perchè nella scenografia c'è un errore. Una volta c'è scritto CHINA, un'altra CINA. Il mio compito è che tutto vada per il verso giusto, quindi inizio a girare parti della scenografia che contengono l'errore, come fossero lettere della ruota della fortuna ed io il valletto. Soddisfazione. Ma mentre sono sul palco, entrano in scena i ballerini per lo spettacolo d'apertura. Io, colto alla sprovvista, scivolo fino alla prima fila e scendo di scena. In fondo alla sala entra mia madre che vuole farmi sentire il suo nuovo profumo. Imbarazzo. Decido di correrle incontro, strapparle la boccetta di mano e scappare fuori della sala. Forse penseranno ad una trovata pubblicitaria. Lo spero. Sono fuori. E dall'interno della sala, una violenta esplosione. Un attentato. Scappo. Arrivano delle camionette. Persone stranamente vestite scendono a terra e corrono dentro il congresso. Un'altra esplosione, ancora più forte. Vetri in frantumi. Polvere. Detriti. Io scappo. Penseranno a me. Mi nascondo nei bagni di un edificio vicino. Vengono a cercarmi. Arriva una donna, anziana. Mi vede e, ridendo, esclama: "Ahah, pensavi cercassimo te? Io so che non è colpa tua, ma ora dovrò nasconderti. A casa mia". La seguo. Sono nel suo appartamento, arredato in modo bizzarro. Lei è stesa su quello che sembra un triclinio e mi ordina di massaggiarle il ventre gonfio. Eseguo. Non provo niente. Poi occupo il mio posto. E' uno strano sedile, scavato in una protuberanza del muro. Vedo fuori della finestra una città strana. Una Venezia senza acqua. La gente si muove su tetti, terrazzi e giardini pensili, collegati da ponti. Ci sono tante coppie. Il cielo si oscura di nubi tempestose, all'improvviso. E con la stessa facilità torna sereno.
Cambio di scena.
Sono un giornalista musicale. Devo intervistare una band e farle un servizio fotografico. La band è composta da una ragazza e due uomini. La ragazza sei tu. Ho occhi solo per te. E mi accanisco nel ritrarti. I tuoi colleghi si spazientiscono, e non vogliono farsi fotografare. Mentre cerco di convincerli e di trovare una location non troppo banale, tu mi strappi la macchina fotografica di mano. Hai deciso che vuoi fotografare me. Inizi a rincorrermi, ed io a darti sempre le spalle. Finiamo nel cortile di un palazzo, tra le auto parcheggiate. "Non mi prenderai mai, sento i tuoi passi" proclamo con fare gradasso. Ma mi freghi. Sto scappando da altri passi. "Sono qui", la tua voce dietro di me. Sempre dandoti le spalle, getto le braccia indietro e ti cingo i fianchi, e ti tiro a me. Ti stringo. Non so quanto sono rimasto ad ascoltare il tuo corpo contro il mio. Ma vengo risvegliato dal tuo respiro. Di nuovo ti prendo e ti porto davanti a me. E' un bacio violento, precipitoso, nervoso. Mi colpiscono le tue labbra sottili, ed il tuo sapore fresco. Ci dividiamo. Respiro di nuovo, respiro per la prima volta. Piego la testa dalla parte opposta. Ora voglio assaggiare il tuo labbro inferiore.
01 marzo 2006
Mentre fuori le strade e le vie si ridisegnano ancora
Sono steso sul letto a guardare il soffitto e a pensare: "...". Ma è un "..." di felicità, immagino. Cambio posizione. Prono. Sento le pulsazioni del mio cardio propagarsi dal petto al ventre al materasso al cuscino e risuonarmi in testa, accompagnando all'unisono quelle del polso, su cui ho poggiato la testa. Certo che sotto le coperte devo assumere delle pose davvero contorte. Imbarazzo. Mi volto di nuovo. Supino. Ho un accesso di sentimentalismo. (Breve inciso architettonico: la finestra nella mia stanza è costituita da due imposte, ognuna delle quali divisa in 6 riquadri, e sormontata da una piccola finestra semicircolare.) Mi dico che se ora avessi qualcuno accanto, potremmo giocare a contare le ombre che la mia finestra proietta sul soffitto, tutte di forma, lunghezza e intensità differenti, tutte dall'aspetto un po' gotico e ancestrale. Mi volto di nuovo. Bocconi."...della tua esistenza". Mi addormento con un sorriso ebete stampato sul volto. Mi desto un'ora e mezza prima che la sveglia suoni. C'è troppo poco tempo. Devo scrivere questo post.
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