Una mano stringe la bacchetta e rimane sollevata sopra la testa, per frazioni di battuta. Come un oggetto lanciato in aria, che arriva al punto più alto della sua parabola e rimane fermo lì, esaurita la spinta iniziale, aspettando che altre forze facciano il loro corso. Manca poco prima che si abbatta sul timpano, con scarsa convinzione, con l'indolenza richiesta dalla canzone. Messe sullo spartito, quelle parole in italiano scritte in bella calligrafia, piene di grazie. Senza fretta. I faretti motorizzati si mettono a roteare di luce viola, a riconquistare l'attenzione di chi, in piedi di fronte ad un palco, si perde in fantasie inevitabilmente tangenziali. Un ecosistema, là sotto, popolato con fauna di disinteresse e flora di comatoso sbigottimento. Decine di corpi impegnati a traspirare, in gruppetti. Una stessa cosa con nomi differenti è fonte di confusione. Fossero molecole di acqua la si chiamerebbe tensione superficiale. Ma questi si chiamano essere umano l'un l'altro e allora questa cos'è? Paura? Abitudine? Gravità emozionale? In qualsiasi momento potrebbe entrare in sala una spedizione di speleologi, tenendo in mano torce di legno fiammeggianti, a rischiarare il cammino. Lo speleologo entra sempre con la testa bassa e inarcando la schiena. Lo speleologo, con la sua torcia, darebbe fuoco a tutto il vapore di alcol che campeggia su queste teste. La speleologia, come suonare la batteria, è distruzione.
25 luglio 2010
18 luglio 2010
Agli alberi non importa
- Lo sai cosa mi piace dei numeri? Che vengono sempre uno dopo l'altro. Che sono così inequivocabili. Che non hanno bisogno di mistero per essere affascinanti. Si sa già quale sarà il prossimo numero, ma è nelle combinazioni che ci si può sbizzarrire.
Ti racconto a cosa penso quando non penso a niente. Mentre fuori è troppo pomeriggio per fare qualunque cosa. Mentre te ne stai in ginocchio sul letto e cerchi di dare una forma al tuo cuscino. Una forma qualsiasi. Adesso sembra un piccolo mammifero. Io stavo guardando te. So che non è necessario specificare che sto parlando solo dei numeri naturali. So che stai ascoltando, perchè non dici nulla.
- E nonostante tutto, non sono insostituibili. Se un giorno qualcuno rubasse tutti i 6 del mondo, non ci sarebbero grandi sconvolgimenti. Chi si dovesse trovare a contare, passerebbe direttamente dal 5 al 7, senza provare alcun rimorso.
Devo aver detto qualcosa di imperfetto. Sei passata dal silenzio-ti-sto-ascoltando al silenzio-sto-per-farti-una-domanda. C'è un codice morse anche per i silenzi. Un silenzio breve, due silenzi lunghi. Il problema sono le pause.
- Non stai dimenticando qualcosa?
- Cosa?
- Non pensi a chi abita al civico numero 6? Non troverebbe più la strada di casa! E i bambini di 6 anni? Destinati ad avere la stessa età per sempre! E quelli in viaggio, che si trovano al km 6 di un'autostrada? Senza possibilità di andare avanti o indietro! La loro unica salvezza sarebbe trovare uno svincolo in quei mille metri. Uno di quelli che porta ad un paesino sperduto tra le colline, con un nome improbabile tipo Poggio Pipetta. Dovrebbero inventarsi una nuova vita lì, mettere su casa, invecchiare e morirci.
Mi stai facendo sentire un tiranno, e la sensazione mi intriga. Ma sono io che ho strappato la trama delle vite di queste persone, rimaste intrappolate in mezzo al 6? Provo a recuperare.
- Non possono esserci solo cose positive intorno al 6. Magari c'è un uomo che sta cadendo da un palazzo e si trova a 6 metri da terra. Quando il 6 scompare, ha salva la vita. Se per ogni 6 buono scompare anche un 6 cattivo, l'equilibrio dell'universo è preservato.
- E le coppie che si sono conosciute il giorno 6? Si vogliono ancora bene dopo?
- Non lo so. A questo non ho pensato.
- Credo che sentirei la mancanza del 6. Mi piace il 6, è un bel numero. Non bello come il 4, ma bello.
Il tuo cuscino è volato via, a qualche metro dal letto. Ti stendi accanto a me e allunghi un braccio sul mio petto. In cielo passa una nuvola che non assomiglia a niente.
04 luglio 2010
Non voglio dirti cosa fare con le tue ginocchia. Voglio solo ricordarti che indicare non è buona educazione.
I re barbari adoravano i gioielli, soprattutto quelli verdi, e odiavano i test di trigonometria. Ci facevano sopra disegni di soli e rune. I genitori dei re barbari non permettevano loro di tenere telefoni cellulari, perchè temevano che potessero distrarsi mentre andavano a cavallo ed essere disarcionati. Allora i re, per ripicca, ogni volta che davano fuoco all'abitazione di un povero contadino, lasciavano sulle macerie fumanti un gatto vestito con una tunica bianca. Quando i re barbari si sposavano, le mogli erano molto belle e i re molto grassi. Dopo qualche anno le mogli diventavano molto grasse e i re allora andavano in guerra. Quando tornavano dalla guerra portavano in dono alle loro regine scatole di cioccolatini e musicassette. Tutti i gioielli del bottino li tenevano per sè, soprattutto quelli verdi. Le regine passavano le ore ad ascoltare le cassette dei duran duran e a provarsi nuovi vestiti. Le vecchine per le strade raccoglievano spezzoni di nastro magnetico; li cucivano insieme, li remixavano e poi li rivendevano, il giorno del mercato, sui loro banchetti di legno. I giovani si tenevano per mano perchè avevano solo le mani. I re barbari, oltre alle mani, avevano grossa considerazione e quindi si tenevano anche in grossa considerazione. I re barbari non tenevano le regine barbare per mano, per timore che queste sfilassero loro dalle dita gli anelli verdi. L'epopea dei re barbari si concluse quando fu inventato il tè. L'invenzione del tè permise agli uomini di creare i country club e i campi di golf, dai quali i re barbari furono presto esclusi a causa del loro parlare ad alta voce e del loro vezzo di usare bulbi oculari umani al posto delle palline da golf.
29 giugno 2010
Carta da parati per i pensieri
Ci sono coloro che vorrebbero mangiare i fiori, che sono diversi dai mangiatori di Loto. L'unico oblio che li interessa sono le orecchie piene di vento. Ad esempio: Il mondocielo, la voce del verbo stare e la direzione sbagliata possono coesistere solo in uno specchietto retrovisore.
Ci sono idee della realtà che sono un po' menzogne, che possono rovinare un pomeriggio. Ad esempio: nuotare con addosso il peso simbolico di un animale comune.
Ci sono momenti sporchi, sottili millimetri, che estinguono qualunque cosa nel raggio di km e non hanno bisogno di scavare per piantare un germe. Ad esempio: "Fermi... Sorridete... Fatta."
Ci sono permutazioni di punti di vista che celano il tedio invisibile alla fantasia pigra. Ad esempio: la differenza tra stare dentro una nuvola e stare fuori a guardare qualcuno dentro una nuvola.
Ci sono errori che mettono radici, su cui ti puoi dondolare, sotto cui puoi sonnecchiare, che non puoi abbattere perchè lì ci giocavo da bambino. Ad esempio: tentare di fermare, con le mani, le cose che tremano. Tentare di fermare le cose, con le mani che tremano.
29 maggio 2010
L'oggetto in sindrome (la trasformazione de)
Una derivazione di quel circuito elettrico che è l'anima, il pianoforte. Lì al pianoforte ci si sta bene murati dentro; ed è come un mammifero che, per nutrire il proprio cucciolo, prende per sbaglio tutta la sua testa dentro la bocca. Il pianoforte è un sasso ed io sono lo stagno. Il filosofo si chiede: Il pianoforte è tensione o tranquillità? Qualcuno dalla galleria risponde: Ci sono le cose del mondo che si aspettano di essere sollevate, dal basso verso l'alto. E poi ci sono i tasti del pianoforte.
A nessuno capita mai, quando si è in attesa al ritiro bagagli dell'aeroporto, di essere il possessore della prima valigia ad uscire. Credo che il personale aeroportuale ponga una valigia fittizia in testa a tutte le altre, che agisca come anestetico per le masse in attesa.
Rimane solo da mettere tutti i numeri in cielo, e aspettare che il vento risolva il problema.
13 aprile 2010
Hai visto quella donna francese col suo strano modo di mangiare un arancio?
La morte me la immagino in reggicalze.
Alcune navi si arenano così profondamente che a volte il mare si dimentica di essere mai stato lì. Le navi che si arenano sono le più orgogliose, sono quelle che dicono: "non osare dirmi dove posso o non posso navigare".
Il mondo decide dove si trova l'acqua, noi decidiamo quanto bagnarci.
Parlando da fantasma: anche io preferirei infestare un castello. Essere immateriali non vuol dire non essere pigri.
E' un peccato che la luce debba sempre venire da qualche parte. Sembra così impaziente. Va bene quando la luce viene da dietro i tuoi capelli, come è la dissolvenza del the, molecole, ma morbide. Forse la luce si porta dietro la propria casa, come fanno le chiocciole.
31 marzo 2010
Tutte le mani possibili
Per gli amanti della primavera, la primavera è una gran seccatura. A volte per mettere in discussione un'identità basta un campo di papaveri, un pallone fatto con la gomma da masticare, riconoscere un posto dalle nuvole.
Io ho una testa, che è come una tazza di the. Quando le cose si fanno interessanti, si forma una nuvoletta di vapor acqueo sulla sommità. Poi certo c'è anche il the freddo, ma quello è ripensarci dopo, a mente fredda.
Vorrei capire come il bianco e nero influisca sullo scorrere del tempo.
Io ho una teoria. Io non sono d'accordo. Io non sono d'accordo e ho una teoria. Io ho una teoria anche quando non ho una teoria, perchè ho una teoria sul perchè non ho una teoria. Io ho una teoria anche quando sarei d'accordo in teoria, ma poi non sono d'accordo. Quando penso troppo di avere una teoria, finisce che non sono d'accordo, perchè avere una teoria non basta e mi sembra troppo facile. Quando penso troppo di non essere d'accordo, finisce che non sono d'accordo sul non essere d'accordo, perchè non essere d'accordo non basta e mi sembra troppo facile. Tutto ciò potrebbe sembrare strano, ma non sono d'accordo. Anzi si può spiegare facilmente, e io ho una teoria.
E tu che, sul mio foglio da disegno gigante, potrai disegnare sempre.
27 marzo 2010
di moto dovuto
Dicevano che le ore di disegno erano obbligatorie, che non si poteva uscire. Eppure in quelle stesse ore continuavano a ripetere questa cosa dei punti di fuga. Ho creduto mi si stesse mettendo alla prova.
In seguito avrebbero detto che ero scappato, ma io penso che non sia giusto dire che si sta scappando quando invece si è alla ricerca di qualcosa. Il mondo fuori era un luogo mitologico, disseminato di strutture pericolanti, cavi scoperti, schegge di vetro nella pelle, alte tensioni. Di possibilità, insomma.
C'erano invenzioni umane con una direzione, come le strade, i binari. Ho imparato presto che si doveva rispettare la direzione, sopra di tutto. Non attraversare i binari, così era scritto. Fai tutto quello che vuoi, ma non attraversare i binari. Non sei più uno dei nostri, se ti azzardi.
Inseguivo le cose che mi piacevano, finché non scomparivano loro, o non scomparivo io. Allora mi fermavo e mi mettevo a dormire. Ho sognato spesso me, sopra una piccola barca di legno bianco e nero, e tutto intorno acque placide. C'era anche il cielo stellato, ma le costellazioni cambiavano ogni volta. Nel sogno mi sdraiavo sul fondo della barca, guardavo in alto e mi chiedevo di cosa preoccuparmi: del non avere un porto o una riva di destinazione, del non sapere in che direzione remare per raggiungerli o del non avere niente per remare.
Non mi faceva paura niente, ballavo anche. Ballare non sarebbe stata una catastrofe, se essere ballerini non volesse aver detto somigliare tanto a dei camerieri... così gentili e disinvolti, e al contempo così uguali a se stessi. Non ho mai capito perché tutti avessero bisogno di un paio di scarpe per ballare.
13 marzo 2010
ragazzo grammaticalmente emancipato
Gli amanti del deserto non sanno dove nascondersi quando arriva il marito del deserto.
Ogni goccia che cade è una lettera che faceva parte di una parola. L'asfalto bagnato dopo la pioggia è un'epopea sgangherata, il giaciglio su cui non ha mai pianto nessuno è un cuscino senza titolo, un rubinetto che perde nella notte è la storia scritta per ricordare che terrorizza la storia scritta per dimenticare.
Io non credo alle pagine dei libri che volano via, ai centri estivi apertura il 9 giugno, ai personaggi dei telefilm che portano i nomi dei filosofi. Eleganza non sono alberi piantati lungo una linea retta, piuttosto scarpe di quattro misure più grandi. Ci sono delle mattine in cui mi sento eviscerare dal freddo ginecologico dell'aria, quando i pensieri mi rimangono attaccati alla simmetria di certe banchine della metro A, come la lingua sul ghiaccio. Evito di passare davanti alle edicole, perché non mi interessano il feticismo quotidiano per ultimi sette giorni e le grandi eiaculazioni astrofisiche di cosmi lontani, sbattute sulle prime pagine da riviste scientifiche senza pudore. Non riesco a conciliare questa città con me che l'attraverso. Non si giustificano in una sola idea queste corporazioni di silenzio e una tale messe di slogan, le calze rotte e le stelle sulle scarpe, le isole spartitraffico e i nascondigli tra le siepi, i secondi piani dei caffè e la neve di plastica, vagabondare con le cuffie addosso e nessun posto dove infilare il jack. In bocca, provo nella mia bocca.
26 gennaio 2010
Puoi fidarti di me, ho ingoiato un lucchetto
Si vuole ora dimostrare come la parola "amore" rappresenti un jolly per tutti coloro che aspirino a scrivere una similitudine, od un arguto aforisma. Segue una dimostrazione per enumerazione, tentando l'autore improbabili accostamenti. È dunque lasciato all'accorto Lettore il giudizio sulla bontà della tesi.
L'amore è come un tubetto di dentifricio: quando qualcuno lo usa, la volta successiva sarà piu' difficile tirarne fuori qualcosa.
L'amore è come un cassonetto dei rifiuti: per incontrare qualcuno che se ne prenda cura bisogna attendere la notte.
L'amore è come la cisterna d'acqua del water: si svuota molto facilmente, ma dopo serve del tempo prima che possa essere usato di nuovo.
L'amore è come l'Ucraina: sei sicuro che esista, ma non sai quante persone ci siano dentro.
L'amore è come l'inferno: "Da fuori sembrava meglio".
L'amore è come un carapace: ti ci puoi nascondere dentro, soprattutto quando cercano di calpestarlo.
Funziona con tutto, davvero.
10 gennaio 2010
coserosse
"Da bambina ritagliavo tutte le foto su cui riuscivo a mettere le mani e le appuntavo al muro della mia camera. Lo facevo per non vedermele passare davanti agli occhi quando mi sdraiavo sul bordo del fiume, per specchiarmi. Sentivo i grandi raccontare tante storie strane, e già non mi fidavo più di quello che poteva portare la corrente."
Una fisarmonica trattiene il fiato per ogni istante in cui non viene suonata. Può respirare solo quando il musicista sgancia i nastri che la serrano a se stessa in un abbraccio di cuoio.
"C'erano delle volte in cui mi fermavo in mezzo ad un sentiero, mi liberavo le caviglie dai lacci delle scarpe e attraversavo lentamente il letto di foglie gialle che si formava durante l'autunno. Se qualcuno mi avesse fermato e mi avesse chiesto perché lo facevo, probabilmente gli avrei detto: "Per rispetto."
E' un abbraccio da matti, come tutte le cose che sono sincere ma ti si rinchiudono addosso. Ho paura quando penso che lo strumento possa parlare a me, ma non con me.
"Desideravo religiosamente avere i capelli lunghi. Odiavo fare il bagno nei giorni freddi, ma mi piacevano le goccioline di vapore che si depositavano su ogni cosa. Mi lasciavo scivolare sul fondo, guardavo il soffitto galleggiare e mi chiedevo che sensazione sarebbe stata vedermi i capelli ondeggiare davanti agli occhi, come immaginavo succedesse alle sirene."
Una fisarmonica trattiene il fiato per ogni istante in cui non viene suonata. Può respirare solo quando il musicista sgancia i nastri che la serrano a se stessa in un abbraccio di cuoio.
"C'erano delle volte in cui mi fermavo in mezzo ad un sentiero, mi liberavo le caviglie dai lacci delle scarpe e attraversavo lentamente il letto di foglie gialle che si formava durante l'autunno. Se qualcuno mi avesse fermato e mi avesse chiesto perché lo facevo, probabilmente gli avrei detto: "Per rispetto."
E' un abbraccio da matti, come tutte le cose che sono sincere ma ti si rinchiudono addosso. Ho paura quando penso che lo strumento possa parlare a me, ma non con me.
"Desideravo religiosamente avere i capelli lunghi. Odiavo fare il bagno nei giorni freddi, ma mi piacevano le goccioline di vapore che si depositavano su ogni cosa. Mi lasciavo scivolare sul fondo, guardavo il soffitto galleggiare e mi chiedevo che sensazione sarebbe stata vedermi i capelli ondeggiare davanti agli occhi, come immaginavo succedesse alle sirene."
25 dicembre 2009
Del trascendere dal letto a piedi nudi
Il lago artificiale è un luogo appena al di fuori dell'insieme dei luoghi che vale la pena ritrarre. Pochi posti sono meno adatti per coloro che amano la pesca; in compenso, per chi non si è fatto una opinione precisa sulla pesca, questo fatto è totalmente ininfluente. Io preferisco andarci quando ho così tante cose da fare che non ho niente da fare. Il lago artificiale si fa apprezzare perché è un posto pieno di significato, come quella volta che mi sono seduto sopra una panchina fresca di vernice e quando mi sono alzato avevo i pantaloni tutti sporchi di significato.
La coscienza collettiva del krill è uno di quei fenomeni che può lasciare a bocca aperta perfino un animale navigato come la balena. Alcuni scienziati credono che la natura stessa di Dio sia un prodotto emergente dalla coscienza condivisa del krill. Una volta uno studioso del krill mi disse: "Dio è come Mina: una volta stava in mezzo alla gente, si faceva vedere, sorrideva. Oggi nessuno sa che faccia abbia, vive nella reclusione del suo eremo e sporadicamente fa sentire la sua voce".
La coscienza collettiva del krill è uno di quei fenomeni che può lasciare a bocca aperta perfino un animale navigato come la balena. Alcuni scienziati credono che la natura stessa di Dio sia un prodotto emergente dalla coscienza condivisa del krill. Una volta uno studioso del krill mi disse: "Dio è come Mina: una volta stava in mezzo alla gente, si faceva vedere, sorrideva. Oggi nessuno sa che faccia abbia, vive nella reclusione del suo eremo e sporadicamente fa sentire la sua voce".
20 dicembre 2009
Entra il fragore del tuono, senza bussare
Più ci si avvicina all'orizzonte con lo sguardo, più ci si sente alleggeriti dalla responsabilità. La responsabilità di salire sopra uno sgabello per scrutare più lontano, la responsabilità di sconfiggere la nebbia. Avviene senza che il paesaggio influisca, ma lo stesso ci si aspetta che l'intorno venga annodato da qualche aurora che si muove veloce, o che si apra un sipario lento. C'è spazio per lo scoccare di collisioni. Si percepisce la smania della luce di sgorgare, come la cioccolata nelle fontane delle vetrine, quelle del corso grande. A chiudere la finestra rimane il sapore di una nostalgia, come se si fosse persa l'occasione di imparare a suonare la fisarmonica, e non poter così improvvisare un concertino a solo beneficio della pila di libri sullo scaffale. E quando una scimmietta balla, a chi importa che sia meccanica o meno?
19 dicembre 2009
20 settembre 2009
Massima cattiveria nel silenzio
Beh, era una giornata piena di sole. Non che ci fosse niente di male, ma l'unica caratteristica di quella giornata era l'abbondanza di sole. Essere pieni sole è una qualità come ce ne sono tante altre. Guidavo allegramente, che se la mia macchina avesse potuto saltellare, avrebbe saltellato. Dovete immaginarvi la mia macchina con il parabrezza quasi verticale. Ecco, mentre io me ne stavo a guidare, una cimice molto verde si arrampica sul parabrezza. La cimice era MOLTO verde. Le cimici sono molto verdi solo nelle giornate piene di sole. Camminava sulla mia macchina con quel modo di camminare che hanno le cimici e faceva finta di niente, come se la mia macchina fosse un pianeta. Quando qualcuno cammina su di un pianeta che si muove, lo fa sempre facendo finta di niente, o almeno facendo finta che il pianeta non si muova. Per un attimo ho pensato di chiedervi di considerare il punto di vista della cimice, ma adesso ci ho ripensato. Tutto qui.
Ammettiamo che tu sia una persona che si butta giù facilmente. Arriva un qualcuno qualsiasi e ti dice "Non buttarti giù!". Allora ti chiederai: "Dunque sono una persona che si butta giù facilmente?". Questo pensiero, poichè sei una persona che si butta giù con facilità, ti butterà giù. E succederà che il pensiero di essere buttato giù dal fatto di sapere di essere facile a buttarsi giù, ti butterà giù. A causa di tutto questo essere buttato giù, ti dirai: "Sì, è vero, mi butto giù facilmente." e ti butterai giù di conseguenza. Fin quando non ci sarà qualcuno che, vedendoti così buttato giù, ti dirà: "Non buttarti giù!".
Immaginate di avere davanti a voi un cofano emozionale, uno di quelli che si manovrano solo dall'esterno. Lo aprite e ci trovate dentro qualcuno. La verità è che quel qualcuno non è la vittima. Soprattutto quando ha ancora le chiavi in tasca.
Ora le mie mani non sono dove dovrebbero essere. La riduzione a horror.
Vorrei iniettarmi mine di matite nelle vene, per vedere disegnato in trasparenza il grafico del mio sangue che circola sterile, in un gran premio senza fine e senza premio.
Io esisto nel tempo come un'auto che passa dentro una fotografia.
Sono seduto in un caffè. Davanti a me c'è seduta una donna, in mezzo un tavolo di plastica bianco sporco a dividerci. Alla mia sinistra una vetrata che affaccia su un giorno che comincia o inizia o prosegue sulla falsariga di. La donna è sottile, si stringe nelle spalle, tiene i gomiti sul tavolo non troppo distanti tra loro. Tiene la testa appoggiata sul dorso della mano destra. Indossa una maglia nera di lana, aderente, che le copre gli avambracci fino a metà. Tutto nel suo viso è estremamente orizzontale. Non stiamo dicendo niente, non abbiamo parlato di niente. Lei osserva la parte del mio schienale che raggiunge il muro, dove parte dell'imbottitura è fuoriuscita dalla tappezzeria. Io fisso il bordo interno della tazza vuota che ha davanti. E' macchiato di caffè. Immagino di segarle il braccio a metà, lungo la manica, e osservarne la sezione longitudinale, i muscoli, l'ulna, il radio, il midollo osseo, le vene e le arterie. Immagino che per un momento non vi sia più interazione possibile tra alcun atomo della materia; ogni cosa sarebbe polverizzata, nebulizzata, tutto rientrerebbe anonimo nei processi pseudocaotici della galassia, io, lei, la tazza di caffè, il bar, la strada, il giorno fuori. Immagino di prendere la tazza vuota e tirarla contro il muro, sento già il rumore dei cocci che rimbalzano per terra, sento già il rumore degli sguardi degli altri avventori sul nostro tavolo. Immagino uno scenario meno compromettente. Immagino che d'improvviso la forza di gravità si inverta, ma limitatamente alla tazza di caffè. Cadrebbe verso l'alto, e si andrebbe a schiantare sul soffitto. La gente intorno osserverebbe il fenomeno con stupore e cercherebbe il mio sguardo per darmi di gomito, un nauseante lo-hai-visto-anche-tu, siamo-parte-di-qualcosa-insieme. Ma a quel punto noi saremmo già andati via, e io sarei già lontano.
Ammettiamo che tu sia una persona che si butta giù facilmente. Arriva un qualcuno qualsiasi e ti dice "Non buttarti giù!". Allora ti chiederai: "Dunque sono una persona che si butta giù facilmente?". Questo pensiero, poichè sei una persona che si butta giù con facilità, ti butterà giù. E succederà che il pensiero di essere buttato giù dal fatto di sapere di essere facile a buttarsi giù, ti butterà giù. A causa di tutto questo essere buttato giù, ti dirai: "Sì, è vero, mi butto giù facilmente." e ti butterai giù di conseguenza. Fin quando non ci sarà qualcuno che, vedendoti così buttato giù, ti dirà: "Non buttarti giù!".
Immaginate di avere davanti a voi un cofano emozionale, uno di quelli che si manovrano solo dall'esterno. Lo aprite e ci trovate dentro qualcuno. La verità è che quel qualcuno non è la vittima. Soprattutto quando ha ancora le chiavi in tasca.
Ora le mie mani non sono dove dovrebbero essere. La riduzione a horror.
Vorrei iniettarmi mine di matite nelle vene, per vedere disegnato in trasparenza il grafico del mio sangue che circola sterile, in un gran premio senza fine e senza premio.
Io esisto nel tempo come un'auto che passa dentro una fotografia.
Sono seduto in un caffè. Davanti a me c'è seduta una donna, in mezzo un tavolo di plastica bianco sporco a dividerci. Alla mia sinistra una vetrata che affaccia su un giorno che comincia o inizia o prosegue sulla falsariga di. La donna è sottile, si stringe nelle spalle, tiene i gomiti sul tavolo non troppo distanti tra loro. Tiene la testa appoggiata sul dorso della mano destra. Indossa una maglia nera di lana, aderente, che le copre gli avambracci fino a metà. Tutto nel suo viso è estremamente orizzontale. Non stiamo dicendo niente, non abbiamo parlato di niente. Lei osserva la parte del mio schienale che raggiunge il muro, dove parte dell'imbottitura è fuoriuscita dalla tappezzeria. Io fisso il bordo interno della tazza vuota che ha davanti. E' macchiato di caffè. Immagino di segarle il braccio a metà, lungo la manica, e osservarne la sezione longitudinale, i muscoli, l'ulna, il radio, il midollo osseo, le vene e le arterie. Immagino che per un momento non vi sia più interazione possibile tra alcun atomo della materia; ogni cosa sarebbe polverizzata, nebulizzata, tutto rientrerebbe anonimo nei processi pseudocaotici della galassia, io, lei, la tazza di caffè, il bar, la strada, il giorno fuori. Immagino di prendere la tazza vuota e tirarla contro il muro, sento già il rumore dei cocci che rimbalzano per terra, sento già il rumore degli sguardi degli altri avventori sul nostro tavolo. Immagino uno scenario meno compromettente. Immagino che d'improvviso la forza di gravità si inverta, ma limitatamente alla tazza di caffè. Cadrebbe verso l'alto, e si andrebbe a schiantare sul soffitto. La gente intorno osserverebbe il fenomeno con stupore e cercherebbe il mio sguardo per darmi di gomito, un nauseante lo-hai-visto-anche-tu, siamo-parte-di-qualcosa-insieme. Ma a quel punto noi saremmo già andati via, e io sarei già lontano.
14 agosto 2009
dlt
dentrolatesta i ricordi si perdono come la crema scivola via da un dolce appena addentato. dentrolatesta ogni pensiero grande è anche audace e riesce sempre ad evadere da dentrolatesta. dentrolatesta milioni di stelle non possono avere torto, è dunque meglio non esserci più e brillare ancora. dentrolatesta il mondo non è più piatto come una mappa, quindi possiamo ancora cadere fuori dai bordi di una mappa, ma non del mondo. dentrolatesta per questo il mondo non ha bisogno di un parapetto. dentrolatesta fotesi + fotoantitesi = fotosintesi. dentrolatesta una volta i telefoni squillavano dove e quando non c'era nessuno pronto a rispondere. dentrolatesta le bottiglie vuote dello shampoo sono perfetti sottomarini. dentrolatesta se non andassi a dormire sarebbe sempre oggi. dentrolatesta i pollici opponibili sono antidemocratici. dentrolatesta da bambino ero così solo che neanche le gemelle di shining volevano giocare con me. dentrolatesta esistere fa il solletico. dentrolatesta c'è una versione di me che non conosci, ma anche quella non parla mai. dentrolatesta l'egocentrismo salva da altri sistemi di riferimento inerziali. dentrolatesta cosa altro fanno i bambini, se non stare seduti sul sedile posteriore? dentrolatesta se fossi un giorno sarei martedì oppure giovedì. dentrolatesta non smetto mai di tamburellare le dita. dentrolatesta sei per me la prima canzone punk mai ascoltata.
14 giugno 2009
Manuale per giovani mar morti
Sta a guardare la gente che si china sul fioco getto d'acqua che sgorga dal marmo, mentre raccoglie le mani a coppa e tenta di dissetarsi.
"non si accorgono che questo è il gesto più religioso che faranno in tutta la vita"
A causa dei piccioni e delle persone e delle coppie di piccioni e delle coppie di persone, chiude gli occhi. Per non essere assediati da luoghi comuni e tubature.
"vogliono solo essere felici come animali"
Si trova la bocca con le mani, tenendo gli occhi chiusi. Se la apre infilandoci le dita, come se le fosse sconosciuta e aliena. Allunga una mano e chiede che ci metta sopra qualcosa che possa essere mangiato. Io ho solo una caramella avvizzita. La inserisce in quella fessura con biasimo chirurgico.
"falso"
Dopo un poco.
"non è facile vivere con gli occhi chiusi, quando hai fame"
Certi fogli di giornale se ne vanno in giro da soli, come un teatrino della marionette. Il vento tira le fila. Metto le mani dove è lei, cercando di non farla apparire una spaccatura. Mi sembra una bambina che colora con la testa appoggiata sul foglio, contro la guancia, fissando la matita a tempera mentre oscilla fuori fuoco. Un delirio delfico.
"se io fossi una cleptomane, tu saresti il monogramma di uno sconosciuto sopra un fazzoletto rubato"
Apre gli occhi. Per un istante la sua pupilla si stringe e si stringe, lasciando un forellino d'ossidiana nel mezzo. Capisco che è rimasta delusa quando tutto questo non è semplicemente scomparso.
"ora lasciami stiracchiare un po', poi andiamo via. dobbiamo festeggiare"
festeggiare cosa?
"che ci sia ancora qualcosa da salvare"
"non si accorgono che questo è il gesto più religioso che faranno in tutta la vita"
A causa dei piccioni e delle persone e delle coppie di piccioni e delle coppie di persone, chiude gli occhi. Per non essere assediati da luoghi comuni e tubature.
"vogliono solo essere felici come animali"
Si trova la bocca con le mani, tenendo gli occhi chiusi. Se la apre infilandoci le dita, come se le fosse sconosciuta e aliena. Allunga una mano e chiede che ci metta sopra qualcosa che possa essere mangiato. Io ho solo una caramella avvizzita. La inserisce in quella fessura con biasimo chirurgico.
"falso"
Dopo un poco.
"non è facile vivere con gli occhi chiusi, quando hai fame"
Certi fogli di giornale se ne vanno in giro da soli, come un teatrino della marionette. Il vento tira le fila. Metto le mani dove è lei, cercando di non farla apparire una spaccatura. Mi sembra una bambina che colora con la testa appoggiata sul foglio, contro la guancia, fissando la matita a tempera mentre oscilla fuori fuoco. Un delirio delfico.
"se io fossi una cleptomane, tu saresti il monogramma di uno sconosciuto sopra un fazzoletto rubato"
Apre gli occhi. Per un istante la sua pupilla si stringe e si stringe, lasciando un forellino d'ossidiana nel mezzo. Capisco che è rimasta delusa quando tutto questo non è semplicemente scomparso.
"ora lasciami stiracchiare un po', poi andiamo via. dobbiamo festeggiare"
festeggiare cosa?
"che ci sia ancora qualcosa da salvare"
21 maggio 2009
Con tanti saluti dal basso ereticato
Se fossi una mela probabilmente non la chiamerei gravità, ma libero arbitrio.
21 aprile 2009
Ma poi non sapresti a cosa aggrapparti
vorrei avere da raccontare storie che sanno di bruciato. vorrei assaggiare gli occhi liquorosi del mondo. A volte rigurgito. risputo nel bicchiere prima di buttare giù. per vedere se ci sono parole incastrate tra i denti, parole a marcire contro le pareti bucate della bocca. parole di carne troppo cotta, formiche negre sul tronco encefalico. mi fanno rizzare i peli dietro la nuca. ho questa riserva di stima incondizionata per una ragazza che sapesse bruciarmi sul petto la parola IRONIA. ho questa cosa addosso che arranco sulla superficie delle persone. voi per me siete tutti in salita.
(fino a tre, trattenendo il respiro con una scusa)
1) Questa situazione è del tutto surrenale.
2) Da bambino volevo uccidere tutti con i trasferelli e diventare un decalcomaniaco omicida.
3) Raramente ci è concesso il fiore che desidereremmo. Più spesso, veniamo costretti a scendere a compromessi con i nostri orchideali.
Se le conversazioni sono porte, so fare sospiri a doppia mandata. Contro le persone che per vizio si introducono a vicenda. Come dannate VHS E120 dove non entra mai il finale. Ho l'impressione che mi rimangano solo azioni e manifestazioni troppo visibili per essere viste. Come dire: sono stato sfidato a duello e la mia scelta dell'arma è ricaduta su Torte in faccia. Poter annunciare "Senza rancore, ma abbiamo sbagliato tutto; Dobbiamo tornare indietro di 10 pagine". Tanto ci stavamo leggendo senza capire niente. Perchè comportarsi come se quello che hai in mano debba per forza appartenere ad un luogo e che quello che non hai in mano debba essere tenuto insieme da equilibri già contrattati, da dadi già tratteggiati, equivale a tracciare la rotta del proprio non saper nuotare. Rigore e compassione. Crapuloni coraggiosi.
Strizzo le tempie abbastanza forte da far affiorare i dotti dove scorre la linfa. Filigrana di certe ispirazioni. Mi scorre dentro artritica, a piccole valanghe con le unghie spezzate. Le pareti interne tutte graffitate e carbonizzate, come i bordi delle mappe del tesoro. A seguirne la tessitura con i polpastrelli si potrebbe capire da dove tutto ha inizio. Probabilmente dalla pancia. L'inizio, arroccato intorno a un buco che non va a finire da nessuna parte. Il covo. Scalcio dentro, come un feto cronenberghiano.
Io posso anche fare la parte del cretino spelacchiato, quello che se ne sta a farsi nevicare in testa, quello con gli occhi annuvolati, quello che crede che la pioggia sgorghi solo da un cielo ulceroso, quello dai sentimenti idrodinamici, quello che per fare la corsa col sacco prima col sacco ci deve stringere un legame, quello che sogna di suscitare prodigiose increspature della pelle, quello che inchino e sberrettata, quello che sarà salvato dalla chimica, cavaliere della tavola periodica, quello che ti prego ti prego ti prego chiedimi di tirarti fuori di qui.
(fino a tre, trattenendo il respiro con una scusa)
1) Questa situazione è del tutto surrenale.
2) Da bambino volevo uccidere tutti con i trasferelli e diventare un decalcomaniaco omicida.
3) Raramente ci è concesso il fiore che desidereremmo. Più spesso, veniamo costretti a scendere a compromessi con i nostri orchideali.
Se le conversazioni sono porte, so fare sospiri a doppia mandata. Contro le persone che per vizio si introducono a vicenda. Come dannate VHS E120 dove non entra mai il finale. Ho l'impressione che mi rimangano solo azioni e manifestazioni troppo visibili per essere viste. Come dire: sono stato sfidato a duello e la mia scelta dell'arma è ricaduta su Torte in faccia. Poter annunciare "Senza rancore, ma abbiamo sbagliato tutto; Dobbiamo tornare indietro di 10 pagine". Tanto ci stavamo leggendo senza capire niente. Perchè comportarsi come se quello che hai in mano debba per forza appartenere ad un luogo e che quello che non hai in mano debba essere tenuto insieme da equilibri già contrattati, da dadi già tratteggiati, equivale a tracciare la rotta del proprio non saper nuotare. Rigore e compassione. Crapuloni coraggiosi.
Strizzo le tempie abbastanza forte da far affiorare i dotti dove scorre la linfa. Filigrana di certe ispirazioni. Mi scorre dentro artritica, a piccole valanghe con le unghie spezzate. Le pareti interne tutte graffitate e carbonizzate, come i bordi delle mappe del tesoro. A seguirne la tessitura con i polpastrelli si potrebbe capire da dove tutto ha inizio. Probabilmente dalla pancia. L'inizio, arroccato intorno a un buco che non va a finire da nessuna parte. Il covo. Scalcio dentro, come un feto cronenberghiano.
Io posso anche fare la parte del cretino spelacchiato, quello che se ne sta a farsi nevicare in testa, quello con gli occhi annuvolati, quello che crede che la pioggia sgorghi solo da un cielo ulceroso, quello dai sentimenti idrodinamici, quello che per fare la corsa col sacco prima col sacco ci deve stringere un legame, quello che sogna di suscitare prodigiose increspature della pelle, quello che inchino e sberrettata, quello che sarà salvato dalla chimica, cavaliere della tavola periodica, quello che ti prego ti prego ti prego chiedimi di tirarti fuori di qui.
29 marzo 2009
Mi nascosi all'ombra d'una sagacia
Il cannibale sogna un'umanità glabra.
In pieno agosto,
a bordo del mezzo di trasporto pubblico,
La convinzione dell'umanista vacilla.
Danza d'accoppiamento tra spettatore e tv:
Lo spettatore ammaestra colesterolo ubbidiente.
La tv propone preservativi con intarsi maori.
Lo spettatore affigge la guida ai programmi
fuori dalla porta del salotto
e dal suo modellato scranno, secede.
La tv predica pozze catramose agli eteroformi.
Lo spettatore espia a mezzo carta di credito.
La tv placca in oro idoli dalla chiappa antonomastica.
Lo spettatore dispera dei propri cedimenti idraulici.
La tv dota lo spettatore d'un cervello coibentato.
Lo spettatore, occhi spalancati nella notte
cerbiatto d'autostrada, immobile a fari accorrenti
imbambolato e perduto, applaude.
(il seguente brano è tratto da: "I migliori racconti della tradizione favolostica")
L'uomo mangia l'uovo. L'uovo abbandona la cesta. L'uovo si fa strumento. L'uomo sbuffa. La linea dell'uovo è affilata, la ... dell'... è stilizzata. L'uomo è compiaciuto. L'uomo sceglie un angolo e si dedica alla vestizione. L'uovo l'ha scelto una puttana. Poi di nuovo l'uomo e l'uovo sono insieme, tutto viene registrato, regolato, vantaggiosamente per tutti. L'uomo fissa i piedi della bambola al pavimento con i chiodi. La bambola è narcisa poi recisa. L'uovo barcolla. L'elicottero antincendio supera la linea dell'orizzonte. L'ascesa dell'elicottero è uno sberleffo. La linea dell'orizzonte picchietta contro i vetri. L'uomo apre la finestra. L'uomo va in epistassi. La bambola si preoccupa della disinfezione. L'uovo previene la fibromialgia. L'elicottero sorvola un'impiccagione. L'uovo si tranquillizza, poi insubordina. L'uomo ripiana il debito verso la bambola con un'omelette. La bambola esplode. L'assenza di traffico proietta oscurità contro la strada vuota. Il semaforo solitario recita un'omelia di colore nella notte, inascoltato.
In pieno agosto,
a bordo del mezzo di trasporto pubblico,
La convinzione dell'umanista vacilla.
Danza d'accoppiamento tra spettatore e tv:
Lo spettatore ammaestra colesterolo ubbidiente.
La tv propone preservativi con intarsi maori.
Lo spettatore affigge la guida ai programmi
fuori dalla porta del salotto
e dal suo modellato scranno, secede.
La tv predica pozze catramose agli eteroformi.
Lo spettatore espia a mezzo carta di credito.
La tv placca in oro idoli dalla chiappa antonomastica.
Lo spettatore dispera dei propri cedimenti idraulici.
La tv dota lo spettatore d'un cervello coibentato.
Lo spettatore, occhi spalancati nella notte
cerbiatto d'autostrada, immobile a fari accorrenti
imbambolato e perduto, applaude.
(il seguente brano è tratto da: "I migliori racconti della tradizione favolostica")
L'uomo mangia l'uovo. L'uovo abbandona la cesta. L'uovo si fa strumento. L'uomo sbuffa. La linea dell'uovo è affilata, la ... dell'... è stilizzata. L'uomo è compiaciuto. L'uomo sceglie un angolo e si dedica alla vestizione. L'uovo l'ha scelto una puttana. Poi di nuovo l'uomo e l'uovo sono insieme, tutto viene registrato, regolato, vantaggiosamente per tutti. L'uomo fissa i piedi della bambola al pavimento con i chiodi. La bambola è narcisa poi recisa. L'uovo barcolla. L'elicottero antincendio supera la linea dell'orizzonte. L'ascesa dell'elicottero è uno sberleffo. La linea dell'orizzonte picchietta contro i vetri. L'uomo apre la finestra. L'uomo va in epistassi. La bambola si preoccupa della disinfezione. L'uovo previene la fibromialgia. L'elicottero sorvola un'impiccagione. L'uovo si tranquillizza, poi insubordina. L'uomo ripiana il debito verso la bambola con un'omelette. La bambola esplode. L'assenza di traffico proietta oscurità contro la strada vuota. Il semaforo solitario recita un'omelia di colore nella notte, inascoltato.
Iscriviti a:
Post (Atom)