La storia strana di un uomo che uccide altri uomini
mansueto (qui ci va il grafico spaccato
di un vagone della metropolitana)
alla sua vittima tiene la testa sott'acqua per troppo
troppo tempo
con una mano gli paralizza le mani
con una mano gli somministra
il suo secondo ed ultimo battesimo
con le gambe gli blocca le gambe
con il corpo gli ammutolisce il corpo
"Non ci siamo mai visti prima di oggi
e solo io ti sto volendo veramente bene
adesso amico"
...
"Non sei contento di essere arrivato al
traguardo? Non ti interessa vedere com'è
da qui in poi? Ridi amico che ci sei quasi"
...
"Rimango concentrato sulla mia mano e sulla tua nuca
Rimango concentrato sulle tue vie di fuga
Rimango concentrato a soffocare i tuoi tentativi di fuga
Niente può minare la perfezione del mio gesto
Un errore ed io divento te e tu diventi me
Ed io non voglio essere come te,
mio sfortunato amico"
Io me ne sto dentro il mio buco
amanuense di cosa poi
scrivo il mio codex un paragrafo al giorno
sarà finito per quando avrò i miei capelli indietro
sarò finito per molto molto meno
Non sapevo cosa fare
Allora ho impresso la fronte contro il muro
Segue la corsa in ospedale
(sono arrivato terzo)
Mi hanno dato tre punti di riferimento
gentilissimi
I miei capelli per pennacchio
Le parole se ne stanno tutte buttate lì in terra, sparse e disordinate. Loro sono pesanti, vedo alcune brutte occhiate provenire dal gruppo dei sinonimi di "pesante". Io sono fiacco e svogliato. Piuttosto che raccoglierle ci cammino sopra a piedi nudi. Una si rompe e fa "croc", la guardo ed era infatti un pezzo di "accrocchio". Mi rimangono un paio di parole attaccate sotto i piedi, come "ferrita", "taghlio", "l'acerazione". Sono sporche di sangue, errori da matita rossa. Metto il piede sinistro sopra "incautamente" e con quello destro calpesto "scivolare". Un'altra parola si incastra tra quelle che ho già attaccate sotto i piedi, credo sia "tetano". Metto in fila mille parole e poi prendo la prima e la porto in fondo e ripeto ad libitum. Raccolgo "via" che è una parola piccolina e delicata e mi sta facilmente nel palmo della mano. Me la metto in tasca. Io e la processione di parole ce ne andiamo.
29 marzo 2007
23 marzo 2007
La contingente lotta tra Qui e Adesso
Cavalcare tori meccanicistici.
Riprendere il controllo.
Leccare l'interno di una scarpa e salivare copiosamente.
Avere un occhio nero e uno bianco.
Spiare le grate metalliche da sottoterra.
Piantare stelle alpine nella steppa.
Assomigliare a Shirley Manson, ma con p+ù trasparenze.
Mappare la trasformazione da zebra a mucca e ritorno.
Rimanere seri al telefono.
Cancellarla di nuovo.
Gonfiare palloncini fino a quando fanno male le mascelle.
Mettere in fila il giallo, il magenta, il nero e il grigio azzurro.
Incrociare le braccia per sfruttare assieme il linguaggio del corpo e la psicologia inversa.
Parlare a cena del test di Turing.
Spiegare un acronimo.
Scrivere sulla schiena di qualcuno come fosse una tastiera.
Disturbare la percezione del proprio corpo con rombi ed ellissi, ma soprattutto rombi.
Credere di essere i primi ad immaginare la bicicletta con la retromarcia.
Filtrare la luce con della cartilagine, ad esempio dell'orecchio.
Trovare l'alfa e l'omega in una salsiccia abbrustolita, adagiata su un letto di purea di patate.
Indossare la compassione con criterio.
Mettersi nei panni di qualcuno che è nudo.
Trattare gli oggetti come persone.
Liberaci dal male, in cambio di 5 talebani.
Cowabungalow.
Aspettare la propria stazione avendo gli occhi verdi.
Affitta allo stomaco.
Soffitto di cipolle.
Perchè tra il sì e il no, vince il sì.
Ma con un colpo di coda, far vincere il no a tavolinetto. Divanolinetto. Diavolometto?
All'ego non basta una sedia, pretende un divano.
C'è un regista teatrale che si chiama con un certo nome, che è proprio il suo. Il suo più grande problema attualmente è una attrice teatrale, che anche lei ha un certo nome, ma che non è proprio solo il suo perchè lo stesso nome ce l'ha anche un'altra, che però non fa l'attrice, ma è teatrale lo stesso. Beh, c'è questa scena in cui l'attrice dal nome proprio comune deve infilare le mani in una cesta piena di segni e messaggi raccolti nei letti del mondo. Capelli, brandelli di pelle, sopracciglia, macchie di sangue, di sperma, di urina, di saliva, peli di gambe, pezzi di unghie. E l'attrice interpreta la scena sempre con disgusto. Il regista invece si aspetta meraviglia e delirio.
Tatuare nel braccio interno l'atlante delle tempeste, degli assiomi, dei fuochi d'artificio, delle crociere, delle inondazioni, dei fori nelle orecchie, dei liquori clandestini, delle funzioni d'onda, dei denti devitalizzati, della mineralizzazione, delle armi da fuoco da terra da acqua da aria, delle schiene incancrenite, degli errori di grammatica, dei capelli rossi, delle foto sparse sopra un tavolo da biliardo, delle vesti di marche che imitano altre marche più costose ma che non ti puoi permettere e che scuci e ricuci di notte per farle sembrare sempre diverse, della ruggine sulle portiere delle automobili, delle tecniche giapponesi per disegnare i gatti, dei ragni soffiati via dalle loro ragnatele, delle scale metalliche che collegano esternamente i piani di tutti e solo gli edifici rossi, dei finti mal di testa per non andare in cielo, delle scelte sbagliate nell'accostamento dei colori, nelle notti in cui la fase della luna non ha un nome, delle vignette politiche che non fanno ridere, dei disegni fatti cambiando la direzione della peluria sul velluto, dei decessi programmati con ottimistico anticipo.
C'era una volta una principessa, ma era morta due anni prima.
L'amore per la logica produce lussuria per la meccanica.
Riprendere il controllo.
Leccare l'interno di una scarpa e salivare copiosamente.
Avere un occhio nero e uno bianco.
Spiare le grate metalliche da sottoterra.
Piantare stelle alpine nella steppa.
Assomigliare a Shirley Manson, ma con p+ù trasparenze.
Mappare la trasformazione da zebra a mucca e ritorno.
Rimanere seri al telefono.
Cancellarla di nuovo.
Gonfiare palloncini fino a quando fanno male le mascelle.
Mettere in fila il giallo, il magenta, il nero e il grigio azzurro.
Incrociare le braccia per sfruttare assieme il linguaggio del corpo e la psicologia inversa.
Parlare a cena del test di Turing.
Spiegare un acronimo.
Scrivere sulla schiena di qualcuno come fosse una tastiera.
Disturbare la percezione del proprio corpo con rombi ed ellissi, ma soprattutto rombi.
Credere di essere i primi ad immaginare la bicicletta con la retromarcia.
Filtrare la luce con della cartilagine, ad esempio dell'orecchio.
Trovare l'alfa e l'omega in una salsiccia abbrustolita, adagiata su un letto di purea di patate.
Indossare la compassione con criterio.
Mettersi nei panni di qualcuno che è nudo.
Trattare gli oggetti come persone.
Liberaci dal male, in cambio di 5 talebani.
Cowabungalow.
Aspettare la propria stazione avendo gli occhi verdi.
Affitta allo stomaco.
Soffitto di cipolle.
Perchè tra il sì e il no, vince il sì.
Ma con un colpo di coda, far vincere il no a tavolinetto. Divanolinetto. Diavolometto?
All'ego non basta una sedia, pretende un divano.
C'è un regista teatrale che si chiama con un certo nome, che è proprio il suo. Il suo più grande problema attualmente è una attrice teatrale, che anche lei ha un certo nome, ma che non è proprio solo il suo perchè lo stesso nome ce l'ha anche un'altra, che però non fa l'attrice, ma è teatrale lo stesso. Beh, c'è questa scena in cui l'attrice dal nome proprio comune deve infilare le mani in una cesta piena di segni e messaggi raccolti nei letti del mondo. Capelli, brandelli di pelle, sopracciglia, macchie di sangue, di sperma, di urina, di saliva, peli di gambe, pezzi di unghie. E l'attrice interpreta la scena sempre con disgusto. Il regista invece si aspetta meraviglia e delirio.
Tatuare nel braccio interno l'atlante delle tempeste, degli assiomi, dei fuochi d'artificio, delle crociere, delle inondazioni, dei fori nelle orecchie, dei liquori clandestini, delle funzioni d'onda, dei denti devitalizzati, della mineralizzazione, delle armi da fuoco da terra da acqua da aria, delle schiene incancrenite, degli errori di grammatica, dei capelli rossi, delle foto sparse sopra un tavolo da biliardo, delle vesti di marche che imitano altre marche più costose ma che non ti puoi permettere e che scuci e ricuci di notte per farle sembrare sempre diverse, della ruggine sulle portiere delle automobili, delle tecniche giapponesi per disegnare i gatti, dei ragni soffiati via dalle loro ragnatele, delle scale metalliche che collegano esternamente i piani di tutti e solo gli edifici rossi, dei finti mal di testa per non andare in cielo, delle scelte sbagliate nell'accostamento dei colori, nelle notti in cui la fase della luna non ha un nome, delle vignette politiche che non fanno ridere, dei disegni fatti cambiando la direzione della peluria sul velluto, dei decessi programmati con ottimistico anticipo.
C'era una volta una principessa, ma era morta due anni prima.
L'amore per la logica produce lussuria per la meccanica.
22 marzo 2007
Mixtape n.4
Crime and The City Solution - Six Bell Chime
Rolling Stones - Ruby Tuesday
Nine Inch Nails - Hurt
The Beatles - Eleanor Rigby
Verdena - Non prendere l'acme, Eugenio
Verdena - Trovami un modo semplice per uscirne
Tre Allegri Ragazzi Morti - Il mondo prima
Tre Allegri Ragazzi Morti - Ninnanannapernina
Delicious 69 - La solitudine
Pennywise - Stand by me
The Go! Team - Get It Together
Evanescence - Lithium
Brad Mehldau - Intro
HIM - Killing Loneliness
Penguin Cafe Orchestra - Telephone and rubber band
Penguin Cafe Orchestra - Music for a found harmonium
Penguin Cafe Orchestra - Perpetuum Mobile
Sparklehorse - Wish you were here
Lost Prophets - Rooftops
Finch - Ender
Oasis - Whatever
Air - Le soleil est pres de moi
Air - All I need
Mates Of State - Nature and wreck
Bad Religion - Los Angeles is burning
Radiohead - Fake Plastic Trees
Radiohead - High and Dry
Blackfield - Once
Bear vs Shark - Kylie
Bear vs Shark - MPS
Bear vs Shark - Second
All About Yves - Fuck a loop instrumental
Caspian - Some are white light
Boards of Canada - Dayvan Cowboy
And You Will Know Us By The Trail Of Dead - Wasted state of mind
Genghis Tron - Rock Candy
Silversun Pickups - Melatonin
Explosions In The Sky - The only moment we were alone
Explosions In The Sky - The birth and the death of the day
Elliott - Calm americans
Lucio Dalla e Tiromancino - Come è profondo il mare
Daniele Silvestri - L'uomo col megafono
Brian Eno - By this river
The Appleseed Cast - Convict
The Appleseed Cast - Signal
The Album Leaf - Over the pond
The Weakerthans - Left and leaving
Mogwai - Take me somewhere nice
Babyshambles - Sedative
John Lennon - Instant Karma
Mr Phil Feat. Danno - Fango e piombo
Verbena - Baby got shot
Lou Reed - New york telephone conversation
Fort Minor - Remember the name
Jay Z - 99 problems
Arab Strap - Speed Date
Giorgio Canali - Precipito
Regina Spektor - Hotel Song
Stereophonics - Mr. Writer
Radiohead - Sit down, stand up
Tom Waits - You can never hold back spring
CSI - Intimisto
The Office (US) Theme Song
Tiziano Ferro - Ti scatterò una foto
John Murphy - Who are you
Norma Jean - Like swimming circles
Norma Jean - No passenger no parasite
Grandi Animali Marini - Tu mi fai stare male
Grandi Animali Marini - Io amo il rock
Damien Rice - 9 Crimes
Damien Rice - Me, my yoke and I
Elisa - Eppure sentire (un senso di te)
Deftones - Cherry Waves
My Chemical Romance - Welcome to the black parade
Ben Harper - By my side
Keith Jarrett - Carnagie Hall Concert Part IV
Keith Jarrett - My Song
Keith Jarrett - True Blues
Marta sui Tubi - Vecchi difetti
Marta sui Tubi - Post
Marta sui Tubi - Sei dicembre
Marta sui Tubi - L'abbandono
Marta sui Tubi - Via dante
The Shins - New Slang
Rolling Stones - Ruby Tuesday
Nine Inch Nails - Hurt
The Beatles - Eleanor Rigby
Verdena - Non prendere l'acme, Eugenio
Verdena - Trovami un modo semplice per uscirne
Tre Allegri Ragazzi Morti - Il mondo prima
Tre Allegri Ragazzi Morti - Ninnanannapernina
Delicious 69 - La solitudine
Pennywise - Stand by me
The Go! Team - Get It Together
Evanescence - Lithium
Brad Mehldau - Intro
HIM - Killing Loneliness
Penguin Cafe Orchestra - Telephone and rubber band
Penguin Cafe Orchestra - Music for a found harmonium
Penguin Cafe Orchestra - Perpetuum Mobile
Sparklehorse - Wish you were here
Lost Prophets - Rooftops
Finch - Ender
Oasis - Whatever
Air - Le soleil est pres de moi
Air - All I need
Mates Of State - Nature and wreck
Bad Religion - Los Angeles is burning
Radiohead - Fake Plastic Trees
Radiohead - High and Dry
Blackfield - Once
Bear vs Shark - Kylie
Bear vs Shark - MPS
Bear vs Shark - Second
All About Yves - Fuck a loop instrumental
Caspian - Some are white light
Boards of Canada - Dayvan Cowboy
And You Will Know Us By The Trail Of Dead - Wasted state of mind
Genghis Tron - Rock Candy
Silversun Pickups - Melatonin
Explosions In The Sky - The only moment we were alone
Explosions In The Sky - The birth and the death of the day
Elliott - Calm americans
Lucio Dalla e Tiromancino - Come è profondo il mare
Daniele Silvestri - L'uomo col megafono
Brian Eno - By this river
The Appleseed Cast - Convict
The Appleseed Cast - Signal
The Album Leaf - Over the pond
The Weakerthans - Left and leaving
Mogwai - Take me somewhere nice
Babyshambles - Sedative
John Lennon - Instant Karma
Mr Phil Feat. Danno - Fango e piombo
Verbena - Baby got shot
Lou Reed - New york telephone conversation
Fort Minor - Remember the name
Jay Z - 99 problems
Arab Strap - Speed Date
Giorgio Canali - Precipito
Regina Spektor - Hotel Song
Stereophonics - Mr. Writer
Radiohead - Sit down, stand up
Tom Waits - You can never hold back spring
CSI - Intimisto
The Office (US) Theme Song
Tiziano Ferro - Ti scatterò una foto
John Murphy - Who are you
Norma Jean - Like swimming circles
Norma Jean - No passenger no parasite
Grandi Animali Marini - Tu mi fai stare male
Grandi Animali Marini - Io amo il rock
Damien Rice - 9 Crimes
Damien Rice - Me, my yoke and I
Elisa - Eppure sentire (un senso di te)
Deftones - Cherry Waves
My Chemical Romance - Welcome to the black parade
Ben Harper - By my side
Keith Jarrett - Carnagie Hall Concert Part IV
Keith Jarrett - My Song
Keith Jarrett - True Blues
Marta sui Tubi - Vecchi difetti
Marta sui Tubi - Post
Marta sui Tubi - Sei dicembre
Marta sui Tubi - L'abbandono
Marta sui Tubi - Via dante
The Shins - New Slang
19 marzo 2007
The twilight salad - Un'insalata al crepuscolo
Simul - acre
Sono così bravo a fare finta. Ipotizzo e temo che la mia faccia possa rivelare quello che vorrei dire veramente ma non dico: con un'occhiata sbagliata ad esempio, oppure alzando un sopracciglio nel momento meno adatto. Ma poi in un riflesso mi riconcilio con il me inespressivo, e non è più un problema. Spuntano come "fingo" dopo un temporale.
Dentro vs Fuori
A guardare la gente dall'alto, si vede che intorno ha un cerchiolino sottile. Avrà 80 centimetri di diametro e dovrebbe essere violetto. Un rapporto tra due persone è isomorfo ad un trattato rinascimentale sulle fortificazioni e le tecniche di assedio. "Fare breccia nel cuore di" è una metafora che non vuol dire niente. "Fare breccia nel suo cerchio viola", invece. Disadatto è l'equilibrata miscela tra inadatto e disadattato.
Così come il cibo, può avanzare anche un po' di fame
Se ti chiedo di andare via è perchè mi interessa sentirti rispondere no. Rassicurato sul tuo desiderio di restare. Siediti sul letto, perfavore, che ti scatto un po' di foto. Nella prima sfogli una stupida rivista. In una nascondi il naso in una tazza nera di ceramica, è la tua preferita e stai bevendo. In un'altra ti stai infilando un paio di calze veramente brutte e indossi un berretto militare, una scena ridicola e maliziosa.
Ci sono uno messaggi in attesa
"Buongiorno. O buonasera, a seconda delle circostanze. Sempre circostanze attenuanti. A rispondere è la segreteria telefonica attiva al numero di telefono che avete appena composto. Ovviamente non vi dirò chi sono, visto che, se riconoscete la mia voce, vuol dire che avete composto il numero corretto. Se mi riconoscete, ma non avevate intenzione di parlare con me, vuol dire che avete digitato il mio numero sovrappensiero e quindi avete una piccola ossessione nei miei confronti; e la cosa un po' mi lusinga, grazie. Ora, se avete qualcosa di breve ed interessante da dire, potete farlo lasciando il prevedibile messaggio dopo il prevedibile bip. Addio."
Sono così bravo a fare finta. Ipotizzo e temo che la mia faccia possa rivelare quello che vorrei dire veramente ma non dico: con un'occhiata sbagliata ad esempio, oppure alzando un sopracciglio nel momento meno adatto. Ma poi in un riflesso mi riconcilio con il me inespressivo, e non è più un problema. Spuntano come "fingo" dopo un temporale.
Dentro vs Fuori
A guardare la gente dall'alto, si vede che intorno ha un cerchiolino sottile. Avrà 80 centimetri di diametro e dovrebbe essere violetto. Un rapporto tra due persone è isomorfo ad un trattato rinascimentale sulle fortificazioni e le tecniche di assedio. "Fare breccia nel cuore di" è una metafora che non vuol dire niente. "Fare breccia nel suo cerchio viola", invece. Disadatto è l'equilibrata miscela tra inadatto e disadattato.
Così come il cibo, può avanzare anche un po' di fame
Se ti chiedo di andare via è perchè mi interessa sentirti rispondere no. Rassicurato sul tuo desiderio di restare. Siediti sul letto, perfavore, che ti scatto un po' di foto. Nella prima sfogli una stupida rivista. In una nascondi il naso in una tazza nera di ceramica, è la tua preferita e stai bevendo. In un'altra ti stai infilando un paio di calze veramente brutte e indossi un berretto militare, una scena ridicola e maliziosa.
Ci sono uno messaggi in attesa
"Buongiorno. O buonasera, a seconda delle circostanze. Sempre circostanze attenuanti. A rispondere è la segreteria telefonica attiva al numero di telefono che avete appena composto. Ovviamente non vi dirò chi sono, visto che, se riconoscete la mia voce, vuol dire che avete composto il numero corretto. Se mi riconoscete, ma non avevate intenzione di parlare con me, vuol dire che avete digitato il mio numero sovrappensiero e quindi avete una piccola ossessione nei miei confronti; e la cosa un po' mi lusinga, grazie. Ora, se avete qualcosa di breve ed interessante da dire, potete farlo lasciando il prevedibile messaggio dopo il prevedibile bip. Addio."
15 marzo 2007
"Va tutto bene" per sufficientemente circoscritte definizioni di "tutto" e "bene"
Con la faccia gonfia, le labbra che sembrano modellate con la sabbia e in bocca il sapore del fiele. Amaro e organico, la mia bile deve avere questo sapore. Vado fuori e in tasca ho una banconota da 5 euro, una moneta da un euro, una da 50 centesimi e una da 20. Insieme mi garantiscono un certo numero di combinazioni, e tutte insieme mi pare che bastino. Gli ascensori sono strani animali, figli di cabine telefoniche mute e piccole case di scena, tirate su e giù al passare degli atti, da lavoranti del teatro, legate a sacchi di sabbia. Ancora la sabbia. Entro nel mio, di ascensore, e mi ci chiudo dentro con 4 gesti automatici. La mia interpretazione in onore dell'efficienza dei movimenti, che lo spreco di energie ci perdoni. Premo il bottone numero cinque, sul quale è comprensibilmente intagliato un "4" senza grazie.
E non succede niente, perchè sono già al quarto piano.
Io volevo scendere.
Così la mia serie di movimenti pianificati e ingegnerizzati la posso buttare nel cesso e tirare la catena. Mando innocentemente una maledizione mentale allo scrittore di logiche per ascensori, ma è una debolezza che dura solo un attimo. Dipendesse da me, se uno che si trova al quarto piano preme il tasto del quarto piano, vuol dire che si è palesemente ingannato e intendeva dare il comando per scendere a terra. Tanto più se il quarto è incidentalmente anche l'ultimo dei piani raggiungibili con l'ascensore. Ma non fa differenza. Chiunque, tornando a casa la sera o uscendo la mattina per andare a lavoro, potrebbe azionare il meccanismo d'ascensione premendo sempre e solo un tasto.
Adesso sono fuori ed è questo l'importante.
C'è ancora luce in strada, ma l'illuminazione notturna è già stata messa in funzione.
Mi piace tantissimo quand'è così. E' una sensazione estiva e solitaria, una di quelle che anticipa una stagione che sta per dischiudersi.
Quando non riesco a dormire, metto la testa sotto il cuscino, sopra il materasso. Il peso è gentile e mi rilassa. Direi che è come essere accarezzati dalla privazione dei sensi. Con la testa sopra il cuscino, invece, si hanno strane visioni. Quello che si vede tenendo aperto un solo occhio, scompare quando si apre solo quell'altro. E tenendoli aperti entrambi, un po' si vede e un po' no. Da bambino, uno potrebbe anche pensare di avere il potere di vedere attraverso gli oggetti, ma solo nel dormiveglia. Una sorta di vista a raggi ICSonnoliti.
E poi era ieri che ti aspettavo in piedi e mi guardavo intorno. Mi sono scelto un angolo di marciapiede.
Nella macchina che mi era parcheggiata di fronte c'era una farfalla di carta, posata sul cruscotto.
Le luci sulla strada erano appese a cavi tesi tra i palazzi ai due lati della strada. E in corrispondenza di ogni luce, sul muro una targhetta numerata, e un numero di telefono da chiamare in caso di guasto. Un giorno andremo in caccia di lampioni guasti e potrò togliermi la soddisfazione di sentire chi risponde a quel telefono.
Il cinema ha un'insegna luminosa che sarà larga al massimo un metro e mezzo. E si ostinano a scriverci il nome completo del film proiettato, su una sola riga. E' divertente vedere quanto si possa far dimagrire una lettera. Un giorno ci andremo a vedere un film dal titolo incredibilmente lungo. Un altro giorno.
E non succede niente, perchè sono già al quarto piano.
Io volevo scendere.
Così la mia serie di movimenti pianificati e ingegnerizzati la posso buttare nel cesso e tirare la catena. Mando innocentemente una maledizione mentale allo scrittore di logiche per ascensori, ma è una debolezza che dura solo un attimo. Dipendesse da me, se uno che si trova al quarto piano preme il tasto del quarto piano, vuol dire che si è palesemente ingannato e intendeva dare il comando per scendere a terra. Tanto più se il quarto è incidentalmente anche l'ultimo dei piani raggiungibili con l'ascensore. Ma non fa differenza. Chiunque, tornando a casa la sera o uscendo la mattina per andare a lavoro, potrebbe azionare il meccanismo d'ascensione premendo sempre e solo un tasto.
Adesso sono fuori ed è questo l'importante.
C'è ancora luce in strada, ma l'illuminazione notturna è già stata messa in funzione.
Mi piace tantissimo quand'è così. E' una sensazione estiva e solitaria, una di quelle che anticipa una stagione che sta per dischiudersi.
Quando non riesco a dormire, metto la testa sotto il cuscino, sopra il materasso. Il peso è gentile e mi rilassa. Direi che è come essere accarezzati dalla privazione dei sensi. Con la testa sopra il cuscino, invece, si hanno strane visioni. Quello che si vede tenendo aperto un solo occhio, scompare quando si apre solo quell'altro. E tenendoli aperti entrambi, un po' si vede e un po' no. Da bambino, uno potrebbe anche pensare di avere il potere di vedere attraverso gli oggetti, ma solo nel dormiveglia. Una sorta di vista a raggi ICSonnoliti.
E poi era ieri che ti aspettavo in piedi e mi guardavo intorno. Mi sono scelto un angolo di marciapiede.
Nella macchina che mi era parcheggiata di fronte c'era una farfalla di carta, posata sul cruscotto.
Le luci sulla strada erano appese a cavi tesi tra i palazzi ai due lati della strada. E in corrispondenza di ogni luce, sul muro una targhetta numerata, e un numero di telefono da chiamare in caso di guasto. Un giorno andremo in caccia di lampioni guasti e potrò togliermi la soddisfazione di sentire chi risponde a quel telefono.
Il cinema ha un'insegna luminosa che sarà larga al massimo un metro e mezzo. E si ostinano a scriverci il nome completo del film proiettato, su una sola riga. E' divertente vedere quanto si possa far dimagrire una lettera. Un giorno ci andremo a vedere un film dal titolo incredibilmente lungo. Un altro giorno.
11 marzo 2007
Questo è l'inferno e quella la porta: sei pregato di uscire
Lo sguardo arriva fino ad un determinato e preciso punto, ma crede di abbracciare qualunque cosa. Di questo inganno è figlia la supposizione che tutto si riduca ad una distesa di onde. Che si agitano, si toccano, si spintonano l'un l'altra. C'è veramente tanto che viene sospinto in superfice, ma ancora di più è quello che scorre sotto, sul fondale, velocissimo.
Eravamo abbracciati alla stessa piattaforma; io sono stato il primo ad andare sotto. Per un'ora, o quella che mi è sembrata lunga un'ora, sono riaffiorato e ridisceso, in ripetizioni mai uguali e mai intenzionali. Lottavo sì, ma ne' per galleggiare ne' per affondare. Alla fine le onde hanno sedotto anche te, ti hanno risucchiato via: hai provato ad affogare ed ha funzionato. "La sensazione di una morsa" e invece stavi solo soffocando.
Se solo tu riuscissi a restare qui sotto con me, nuoterei con te fino in fondo. Invece mi hai stretto un'ancora intorno al collo e hai riso. All'inizio credevo anch'io fosse divertente, e ho riso con te. Ma tu hai continuato a ridere e io ad andare giù. E più andavo giù e più il tuo riso era macabro. E' stato il nostro ultimo scambio di regali: io ti ho dato follia, tu inevitabilità. Quello che non ti ho detto: il solo punto di fuga è il più profondo possibile. Grazie a questo gentile scambio di prospettive scorrette, adesso nessuno dei due potrà raggiungerlo e attraversarlo e mettersi in salvo. Se vuoi tornare su, devi andare giu. E' così semplice che non ci siamo arrivati nè io nè te, nè ci arriveremo mai. Strano modo di esaudire un desiderio.
E' allo stesso tempo diabolicamente ironico e terribilmente triste che, sullo stesso pianeta, il paese più povero abbia troppo poco cibo per garantire la salute della sua popolazione e il paese più ricco troppo cibo per garantire la salute della sua popolazione. Più triste che ironico, però.
Quello NON è un pontile. E' un ponte, a tutti gli effetti. Non cercate di convincermi del contrario. E' stato progettato e costruito da un visionario, una persona che non si è lasciata fermare da secondari dettagli tecnici, come la mancanza di una riva opposta. E' successo che quello che gli altri guardano è uscito dai miei occhi, e ho potuto vedere, per una marginale frazione di tempo, la realtà denudata dai preconcetti dell'abitudine e dall'assuefazione. Non ho bisogno di crederci, ho solo osservato. Se ci sono rive che aspettano di essere raggiunte da un ponte, allora ci possono essere ponti che aspettano di essere raggiunti da una riva.
Eravamo abbracciati alla stessa piattaforma; io sono stato il primo ad andare sotto. Per un'ora, o quella che mi è sembrata lunga un'ora, sono riaffiorato e ridisceso, in ripetizioni mai uguali e mai intenzionali. Lottavo sì, ma ne' per galleggiare ne' per affondare. Alla fine le onde hanno sedotto anche te, ti hanno risucchiato via: hai provato ad affogare ed ha funzionato. "La sensazione di una morsa" e invece stavi solo soffocando.
Se solo tu riuscissi a restare qui sotto con me, nuoterei con te fino in fondo. Invece mi hai stretto un'ancora intorno al collo e hai riso. All'inizio credevo anch'io fosse divertente, e ho riso con te. Ma tu hai continuato a ridere e io ad andare giù. E più andavo giù e più il tuo riso era macabro. E' stato il nostro ultimo scambio di regali: io ti ho dato follia, tu inevitabilità. Quello che non ti ho detto: il solo punto di fuga è il più profondo possibile. Grazie a questo gentile scambio di prospettive scorrette, adesso nessuno dei due potrà raggiungerlo e attraversarlo e mettersi in salvo. Se vuoi tornare su, devi andare giu. E' così semplice che non ci siamo arrivati nè io nè te, nè ci arriveremo mai. Strano modo di esaudire un desiderio.
E' allo stesso tempo diabolicamente ironico e terribilmente triste che, sullo stesso pianeta, il paese più povero abbia troppo poco cibo per garantire la salute della sua popolazione e il paese più ricco troppo cibo per garantire la salute della sua popolazione. Più triste che ironico, però.
Quello NON è un pontile. E' un ponte, a tutti gli effetti. Non cercate di convincermi del contrario. E' stato progettato e costruito da un visionario, una persona che non si è lasciata fermare da secondari dettagli tecnici, come la mancanza di una riva opposta. E' successo che quello che gli altri guardano è uscito dai miei occhi, e ho potuto vedere, per una marginale frazione di tempo, la realtà denudata dai preconcetti dell'abitudine e dall'assuefazione. Non ho bisogno di crederci, ho solo osservato. Se ci sono rive che aspettano di essere raggiunte da un ponte, allora ci possono essere ponti che aspettano di essere raggiunti da una riva.
08 marzo 2007
In morte di Bob la spugna
Non un'altra stupida metafora sulla vita, per(perfavore)favore. Le tasche dei pantaloni. Serve una scelta attenta su cosa infilarci. Cosa potrebbe servire, in molte occasioni ma non in tutte. Ci infili troppe cose e rischi di apparire ridicolo. Le lasci vuote e finisce che ti trovi senza soldi, chiuso fuori di casa, senza telefono. Poi conviene mettere sempre le stesse cose nelle stesse tasche, che se vengono a mancare te ne accorgi con una strana sensazione. Ma ogni tanto è bene anche cambiare, per il gusto di farlo. Non si possono mettere in tasca le penne, che bucano e macchiano e scoppiano e macchiano. (sono due tipi di macchie diverse). Il piccolo taschino sopra la tasca anteriore è comodo per tenerci dentro le monetine da pochi centesimi, tranne quando ti fanno male le dita e allora tirare fuori qualcosa da lì può diventare un'operazione spiacevole.
Mi ero abituato a pensarti come a quelle carte che si mettono in orizzontale quando si fa un castello di carte. Mi interessa il giudizio di una persona fino al momento in cui arrivo a conoscerla bene, il punto dove so le sue debolezze o difetti e trovo un motivo per cui il suo giudizio non mi interessa più. Faccio ombra col corpo per colpa di una eclissi auto-inflitta. Dopo aver scritto la tua parola preferita, riempine le lettere con un colore pastello. Poi inspessisci i bordi e colorali di nero. Al posto del puntino, sopra la i, fa un piccolo disegno. Distanzia le lettere. Al posto di qualche vocale, mettici una stella. Non è meglio, così? Dicono che quando si fa una domanda ad una persona, questa sposterà lo sguardo alla sua sinistra richiamando un ricordo del passato, a destra invece se cercherà di inventare una bugia. Inoltre, in un ritratto, il soggetto guarderà a sinistra pensando al passato, a destra pensando al futuro, in alto se i suoi pensieri sono positivi, in basso se sono negativi. Adesso dovresti guardarmi e dirmi dove sono.
Riprendere violentemente coscienza sotto una valanga di sabbia, forse ancora vivi. Il corpo è immobilizzato e la pressione sembra voler schiacciare il petto come la corazza di un insetto. Gli occhi e la bocca e il naso e anche le orecchie sono piene di sabbia e bruciano e sono ferite e insanguinate e ogni movimento aumenta il dolore, che arriva a ondate e pulsante. Ci sono ferite ovunque che come sorgenti bagnano di sangue la sabbia intorno, che diventa calda e appiccicaticcia. Tentare di scavare si rivela uno sforzo inutile, perchè le unghie si spezzano ed ogni centimetro conquistato si riempie subito con altra sabbia. Ad ogni nuovo tentativo, la sabbia sembra sempre più pesante e compatta, e lo sforzo per attaccarla sempre più un ostacolo troppo grande. Dopo pochi minuti i più grandi rimpianti sono l'ossigeno e il senso dell'alto e del basso. Non c'è mai stata luce, ma adesso, che è quasi la fine, si percepisce che è lei che sta andando via. Che ne dovrebbe essere adesso dei sentimenti e delle emozioni, quando la luce non c'è più? E dei ricordi e del passare del tempo? Niente, non ce ne facciamo niente. Qui sotto è come la morte, tranne per la parte che fa ancora male, come la vita. Per(perfavore)favore, non un'altra stupida metafora sulla vita.
Mi ero abituato a pensarti come a quelle carte che si mettono in orizzontale quando si fa un castello di carte. Mi interessa il giudizio di una persona fino al momento in cui arrivo a conoscerla bene, il punto dove so le sue debolezze o difetti e trovo un motivo per cui il suo giudizio non mi interessa più. Faccio ombra col corpo per colpa di una eclissi auto-inflitta. Dopo aver scritto la tua parola preferita, riempine le lettere con un colore pastello. Poi inspessisci i bordi e colorali di nero. Al posto del puntino, sopra la i, fa un piccolo disegno. Distanzia le lettere. Al posto di qualche vocale, mettici una stella. Non è meglio, così? Dicono che quando si fa una domanda ad una persona, questa sposterà lo sguardo alla sua sinistra richiamando un ricordo del passato, a destra invece se cercherà di inventare una bugia. Inoltre, in un ritratto, il soggetto guarderà a sinistra pensando al passato, a destra pensando al futuro, in alto se i suoi pensieri sono positivi, in basso se sono negativi. Adesso dovresti guardarmi e dirmi dove sono.
Riprendere violentemente coscienza sotto una valanga di sabbia, forse ancora vivi. Il corpo è immobilizzato e la pressione sembra voler schiacciare il petto come la corazza di un insetto. Gli occhi e la bocca e il naso e anche le orecchie sono piene di sabbia e bruciano e sono ferite e insanguinate e ogni movimento aumenta il dolore, che arriva a ondate e pulsante. Ci sono ferite ovunque che come sorgenti bagnano di sangue la sabbia intorno, che diventa calda e appiccicaticcia. Tentare di scavare si rivela uno sforzo inutile, perchè le unghie si spezzano ed ogni centimetro conquistato si riempie subito con altra sabbia. Ad ogni nuovo tentativo, la sabbia sembra sempre più pesante e compatta, e lo sforzo per attaccarla sempre più un ostacolo troppo grande. Dopo pochi minuti i più grandi rimpianti sono l'ossigeno e il senso dell'alto e del basso. Non c'è mai stata luce, ma adesso, che è quasi la fine, si percepisce che è lei che sta andando via. Che ne dovrebbe essere adesso dei sentimenti e delle emozioni, quando la luce non c'è più? E dei ricordi e del passare del tempo? Niente, non ce ne facciamo niente. Qui sotto è come la morte, tranne per la parte che fa ancora male, come la vita. Per(perfavore)favore, non un'altra stupida metafora sulla vita.
04 marzo 2007
Camponero
Un mostro viene oggi a graffiare il sonno dell'infanzia remota. Ha due teste, che si guardano negli occhi, che spuntano entrambe dallo stesso ammasso di carne. Una testa ha in testa capelli rosa lunghi e lisci, occhi azzurri, e una bocca di metallo. L'altra testa di carnagione e pelo scuro, soffia dalle narici vapori mortali. Il corpo è ricoperto di squame verdi e costellato di fauci aggiuntive che si aprono in mezzo alle membra. Sono rivestite di 3 fila circolari di denti triangolari e seghettati. Ne penzolano 117 paia di piedini da neonato ricoperti da scarpine di lana da neonato, cucite a mano con fili bianchi e neri.
Da piccolo fantasticavo di avere un ufficio. Da grande fantasticherò di non avere un ufficio.
Le nuvole sono bianche. Vagano per il cielo che è bianco e coprono il sole che irradia la sua luce, bianca. Passa uno stormo di uccelli dal piumaggio bianco, col becco e le zampe bianche e se da quaggiù riuscissi a vederne le pupille, giurerei che sono bianche. Le foglie dell'albero sotto cui mi sono seduto sono bianche e attaccate a rami bianchi che si staccano dal tronco bianco. Scavando via un po' di terra bianca troverei le radici dell'albero che si infilano bianche sempre più in profondità. Anche la sete dell'albero è bianca.
La mia pelle diventerebbe sempre più bianca stando alla luce del sole, ma preferisco stare nell'ombra bianca di questo albero. Mentre ti avvicini correndo, calpesti l'erba bianca e intanto l'abito bianco che indossi si anima di vita propria e mi saluta affettuosamente. Metto da parte i fogli bianchi che mi sono portato da leggere e ti guardo avvicinarti e allontanarti. Inizio a percepire il formicolio di tante zampette che mi corrono lungo le gambe. Con un gesto della mano scaccio qualche strano insetto bianco. Chiudo gli occhi e tutto fa finta di scomparire. Vengo disarcionato dai miei stessi pensieri. C'è solo tanto nero, completamente bianco.
Da piccolo fantasticavo di avere un ufficio. Da grande fantasticherò di non avere un ufficio.
Le nuvole sono bianche. Vagano per il cielo che è bianco e coprono il sole che irradia la sua luce, bianca. Passa uno stormo di uccelli dal piumaggio bianco, col becco e le zampe bianche e se da quaggiù riuscissi a vederne le pupille, giurerei che sono bianche. Le foglie dell'albero sotto cui mi sono seduto sono bianche e attaccate a rami bianchi che si staccano dal tronco bianco. Scavando via un po' di terra bianca troverei le radici dell'albero che si infilano bianche sempre più in profondità. Anche la sete dell'albero è bianca.
La mia pelle diventerebbe sempre più bianca stando alla luce del sole, ma preferisco stare nell'ombra bianca di questo albero. Mentre ti avvicini correndo, calpesti l'erba bianca e intanto l'abito bianco che indossi si anima di vita propria e mi saluta affettuosamente. Metto da parte i fogli bianchi che mi sono portato da leggere e ti guardo avvicinarti e allontanarti. Inizio a percepire il formicolio di tante zampette che mi corrono lungo le gambe. Con un gesto della mano scaccio qualche strano insetto bianco. Chiudo gli occhi e tutto fa finta di scomparire. Vengo disarcionato dai miei stessi pensieri. C'è solo tanto nero, completamente bianco.
01 marzo 2007
Alti e bassi dell'esperienza allucinatoria (e anche il pistacchio, certo)
Continuano ad arrivare telefonate destinate ad altri apparecchi telefonici. La giornata scorre in modo inverosimile, interrotta da sconosciuti che non vogliono parlare con te. Provi lo stesso un certo astio per colui che si presenterà sulla soglia della tua abitazione, identificandosi come "il tecnico dei telefoni". Potrebbe essere uscito di fresco da un racconto pseudo-pornografico di terza categoria. Ti rivengono in mente tutte quelle riviste al limite dell'insulso che qualcuno della tua famiglia usava comprare in estate, da sfogliare in mancanza di meglio da fare: Stop, Grand Hotel, D con Repubblica. I fotoromanzi erano qualcosa di volgarmente spettacolare. Poi quei piccoli racconti romanticoidi da due, tre paginette. Qualche volta hai pensato che da grande saresti potuto essere uno scrittore di soggetti spazzatura, pagato un tot a parola. Uno di quelli che stanno sempre scrivendo il loro capolavoro. Beh, in un certo senso sei già così. Va bene, non nel campo della scrittura, ma che importa? Hai sempre pensato che accumulare potenzialità inespresse fosse esteticamente corretto, no? E adesso perchè ti lamenti, eh? Che schiappa che sei. Vai via.
25 febbraio 2007
Il bene e il meglio e il male e il peggio escono insieme per un picnic
Due forze negative opposte si incontrano, si stringono la mano, si piegano ad un volere superiore e firmano insieme una lettera di dimissioni. Le motivazioni dei rispettivi psicologi curanti preoccupano più per la grammatica che per la chiarezza di pensiero. Un'allenza scritta molto simile ad una palude. I pensieri stratificati prendono l'aspetto di un progetto ben pianificato, mentre in realtà sono solo coincidenze, pure coincidenze. Possiedo dei pensieri che migrano nelle stagioni fredde verso territori più caldi, territori più a sud. Non li vedo per un certo periodo di tempo e poi rispuntano insieme a certe esternazioni del termometro. Qui abbiamo chiaramente un problema di stima del danno: il problema è che non c'è nessun danno e quindi non serve alcuna stima, nè attestati di. Potrebbe sembrare un girotondo ma anche un inseguimento in cui l'inseguito non si distingue dall'inseguitore, e ci si dà la mano per non rompere l'illusione. C'è un nucleo e una particella che ruota intorno al nucleo, ma non si sa chi è chi. Suppongo che il primo che va a sbattere e si procura una significante quantità di dolore da contatto può esternare senza remore: "ero io che mi stavo muovendo".
Oggi niente storia, mi dispiace.
Io non indosso cravatta, ma se la indossassi avrebbe sempre una coda più lunga dell'altra. Che è come dovrebbe essere, ma le mie sarebbero sbagliate per partito preso. E qualcuno che dimostra meno anni della sua vera età e ha i capelli che sono un gran casino. Ed è una buona cosa. Le bottiglie di birra spuntano e crescono spontaneamente ai bordi delle spiagge tropicali e saltuariamente arriva portata dalla corrente una palma che contiene un messaggio d'aiuto. O d'addio. Tonno e fagioli non si raccoglie bene con la pinza per l'insalata. Ciotole decorate e i cucchiai abbinati. La moquette alle pareti e tavole di legno inchiodateci. Sopra le tavole, raffigurazioni monocromatiche di animali da fattoria: un'oca verde ad esempio. Scrivere tutti i segni d'interpuntazione che conosco uno accanto all'altro e chiedersi come si pronunciano; o che faccia dovrei fare recitandoli. Secondo me ogni punto e ogni virgola e punto esclamativo e due punti corrisponde ad una precisa configurazione di sopracciglia e angoli di bocca. Una sola coperta a coprire tutto il letto. La coperta è decorata con quadrati. Sedercisi sopra a gambe incrociate e a piedi nudi. Una posizione scomoda ma molto illuminante. Tenendo le ginocchia contro il petto aumento la mia capacità di riflettere di un tanto percento. Come potrebbe essere stare sul bordo di una voragine molto profonda, senza protezione? La gente crede a quello che dico e si forma un'opinione di me in base a questi elementi. E' un gioco ed è il motivo per cui non credo a quello che la gente dice. Alcuni punti non importanti, non ordinati:
1) Ci sono delle lacune nelle mie conoscenze e nella mia capacità di comportarmi, ma non sono qualcosa che accetto. "L'importante è essere se stessi" è solo una grande scusa tonda che è piacevole da far rotolare in pianura.
2) Guarda il sole direttamente e potresti danneggiarti gli occhi. Suona come una sfida.
3) Ciano è un bel nome. E' il corrispettivo maschile di Celeste.
4) Sarebbe bello ricevere in regalo uno strumento a fiato e avere la testa rasata.
6) Manca il punto 5.
7) Il mio nome è strano. Anche tutta una serie di cose altre sono strane. Ci deve essere un collegamento.
8) Cambiamo le regole della logica e vediamo cosa succede?
9 e ultimo) C'è questa immagine in cui a cominciare da lunedì ogni giorno è sul gradino superiore di una scala. Poi il sabato cade dalla scala, domenica giace a terra per un po' e poi ricomincia un'altra scalinata.
A chi, avendone il potere, non ti obbliga a vestire in un determinato modo, cosa dai in cambio? Manuali che insegnano ad avere successo. Una volta ad una cena con amici c'era una ragazza con un trucco "dark", tipo tanto nero intorno agli occhi. Qualcuno la derideva un po'. Io penso che renda chiunque più attraente, e l'ho detto ad alta voce. Ma credo sia suonato più come un'altra derisione che come un complimento. Trovare la morte in un incidente diplomatico. Quando è stata inventata la vasca con le palle in cui si mettono ad annoiarsi i bambini? Nomi di colori didascalicamente indipendenti: Blu singhiozzo di pesce, oppure nero violenza domestica. E quando in una clessidra anche l'ultimo granello di sabbia sia disceso nella metà inferiore, è allora che si ha la certezza che una promessa non è stata mantenuta.
Oggi niente storia, mi dispiace.
Io non indosso cravatta, ma se la indossassi avrebbe sempre una coda più lunga dell'altra. Che è come dovrebbe essere, ma le mie sarebbero sbagliate per partito preso. E qualcuno che dimostra meno anni della sua vera età e ha i capelli che sono un gran casino. Ed è una buona cosa. Le bottiglie di birra spuntano e crescono spontaneamente ai bordi delle spiagge tropicali e saltuariamente arriva portata dalla corrente una palma che contiene un messaggio d'aiuto. O d'addio. Tonno e fagioli non si raccoglie bene con la pinza per l'insalata. Ciotole decorate e i cucchiai abbinati. La moquette alle pareti e tavole di legno inchiodateci. Sopra le tavole, raffigurazioni monocromatiche di animali da fattoria: un'oca verde ad esempio. Scrivere tutti i segni d'interpuntazione che conosco uno accanto all'altro e chiedersi come si pronunciano; o che faccia dovrei fare recitandoli. Secondo me ogni punto e ogni virgola e punto esclamativo e due punti corrisponde ad una precisa configurazione di sopracciglia e angoli di bocca. Una sola coperta a coprire tutto il letto. La coperta è decorata con quadrati. Sedercisi sopra a gambe incrociate e a piedi nudi. Una posizione scomoda ma molto illuminante. Tenendo le ginocchia contro il petto aumento la mia capacità di riflettere di un tanto percento. Come potrebbe essere stare sul bordo di una voragine molto profonda, senza protezione? La gente crede a quello che dico e si forma un'opinione di me in base a questi elementi. E' un gioco ed è il motivo per cui non credo a quello che la gente dice. Alcuni punti non importanti, non ordinati:
1) Ci sono delle lacune nelle mie conoscenze e nella mia capacità di comportarmi, ma non sono qualcosa che accetto. "L'importante è essere se stessi" è solo una grande scusa tonda che è piacevole da far rotolare in pianura.
2) Guarda il sole direttamente e potresti danneggiarti gli occhi. Suona come una sfida.
3) Ciano è un bel nome. E' il corrispettivo maschile di Celeste.
4) Sarebbe bello ricevere in regalo uno strumento a fiato e avere la testa rasata.
6) Manca il punto 5.
7) Il mio nome è strano. Anche tutta una serie di cose altre sono strane. Ci deve essere un collegamento.
8) Cambiamo le regole della logica e vediamo cosa succede?
9 e ultimo) C'è questa immagine in cui a cominciare da lunedì ogni giorno è sul gradino superiore di una scala. Poi il sabato cade dalla scala, domenica giace a terra per un po' e poi ricomincia un'altra scalinata.
A chi, avendone il potere, non ti obbliga a vestire in un determinato modo, cosa dai in cambio? Manuali che insegnano ad avere successo. Una volta ad una cena con amici c'era una ragazza con un trucco "dark", tipo tanto nero intorno agli occhi. Qualcuno la derideva un po'. Io penso che renda chiunque più attraente, e l'ho detto ad alta voce. Ma credo sia suonato più come un'altra derisione che come un complimento. Trovare la morte in un incidente diplomatico. Quando è stata inventata la vasca con le palle in cui si mettono ad annoiarsi i bambini? Nomi di colori didascalicamente indipendenti: Blu singhiozzo di pesce, oppure nero violenza domestica. E quando in una clessidra anche l'ultimo granello di sabbia sia disceso nella metà inferiore, è allora che si ha la certezza che una promessa non è stata mantenuta.
22 febbraio 2007
La famiglia degli oboi
Sono dentro. Guardo fuori, fuori è buio, dentro è accesa la luce. Di fuori sono accese le luci di altri dentro. Io col naso contro la finestra. La mia parte tangibile si riflette nella parte nera di un fuori e ha la barba vecchia di tre giorni. Respiro addosso al vetro e si condensa una macchia d'anima grigia a forma di cuore. Cuore il muscolo, non il simbolo. Sono dentro. Io sono la falena - che picchia contro il vetro - che sbatte le ali sfrenata e inebriata dalla luce - che cerca di entrare: come se da questo inutile varco dipendesse la sua sopravvivenza o un orgasmo, che poi sono la stessa cosa. Io la falena mi sbaglio quando formulo pensieri sulla luce e sulla vita. Sono dentro. Sono dentro che guardo fuori e fuori che muoio di volare dentro. Ora dentro è acceso un buio che non assomiglia a nessun altro buio. Sono fuori.
Parte da una vecchia foto. C'è lui e il gruppo dei suoi amici, risale ai tempi del liceo. Una foto di gruppo, scattata in un parco della città in cui abitavano tutti.
Qualcuno cerca di aiutarlo a capire, affinché sia felice. Gli chiedono: "Chi vorresti che tu sia?".
Inizia tagliando via lo sfondo. Poi, con una punta di metallo, gratta via i suoi amici. Lascia solo sè stesso e lei, in questa sorta di alone bianco.
Per lungo tempo, ogni volta gli venisse rivolta questa domanda, lui capiva: "Chi lei vuole che tu sia?". Era un interprete invisibile, che traduceva a sua insaputa ogni parola egli udisse.
Con un pennarello nero indelebile cancella il proprio volto, le mani e tutta le parti esposte del suo corpo, quelle non protette dai leggeri vestiti estivi.
Accadde un giorno, e fu un solo istante, che egli intravide l'ombra di questo oscuro traduttore; e si accorse di quanto fosse tardi.
Strappa via la figura di lei. Inizia a piegare questo frammento a metà, poi ancora e ancora.
Imparò così quanto la lingua parlata da questo osceno e indecifrabile individuo fosse ancora bizzarramente discordante...
...che fino ad allora non aveva fatto altro che ripetergli "Chi saresti se lei ti volesse?"
Rimane un centimetro quadrato della pelle di lei, in scala 1 contro 22.
Parte da una vecchia foto. C'è lui e il gruppo dei suoi amici, risale ai tempi del liceo. Una foto di gruppo, scattata in un parco della città in cui abitavano tutti.
Qualcuno cerca di aiutarlo a capire, affinché sia felice. Gli chiedono: "Chi vorresti che tu sia?".
Inizia tagliando via lo sfondo. Poi, con una punta di metallo, gratta via i suoi amici. Lascia solo sè stesso e lei, in questa sorta di alone bianco.
Per lungo tempo, ogni volta gli venisse rivolta questa domanda, lui capiva: "Chi lei vuole che tu sia?". Era un interprete invisibile, che traduceva a sua insaputa ogni parola egli udisse.
Con un pennarello nero indelebile cancella il proprio volto, le mani e tutta le parti esposte del suo corpo, quelle non protette dai leggeri vestiti estivi.
Accadde un giorno, e fu un solo istante, che egli intravide l'ombra di questo oscuro traduttore; e si accorse di quanto fosse tardi.
Strappa via la figura di lei. Inizia a piegare questo frammento a metà, poi ancora e ancora.
Imparò così quanto la lingua parlata da questo osceno e indecifrabile individuo fosse ancora bizzarramente discordante...
...che fino ad allora non aveva fatto altro che ripetergli "Chi saresti se lei ti volesse?"
Rimane un centimetro quadrato della pelle di lei, in scala 1 contro 22.
18 febbraio 2007
Il ricordo della linea di contatto tra il mio orecchio destro e la tua schiena
Mia quando si alzava di pomeriggio. Indossando le stesse cose nelle quali si era già svegliata e addormentata e svegliata di nuovo, usciva dalla camera da letto e a piedi nudi entrava in cucina. La luce del sole che entrava in casa loro, attraverso le spesse tende chiuse di pomeriggio, che aveva un aspetto diverso dal solito. Come se si appoggiasse su quei quattro mobili spelacchiati, invece che caderci sopra con la solita pesantezza. Forse la luce era veramente diversa, o forse era solo un'impressione: lo smarrimento di quando ci sveglia nel cuore del giorno. Mia che si avvicinava al piano del cucinino. Faceva riscaldare una teiera d'acqua sul fuoco e, posato il filtro di carta sulla sua tazza, lo riempiva di quella miscela di thé così amaro e scuro. Guardava il disordine con gentilezza: i piatti da lavare vecchi di tre giorni e accanto la spugna (una di quelle con un lato verde, più ruvido dell'altro); i cartoni vuoti di succo di frutta e le buste della spesa ancora non svuotate del tutto. Mia che saltellava da un piede all'altro sulle mattonelle fredde, in attesa che l'acqua raggiungesse una buona temperatura; I piedi di Mia, decisamente piatti e con le dita piccole e rannicchiate. Le unghie delle mani di Mia, mangiucchiate e smaltate con più ironia che malizia. Mia che versava lentamente l'acqua sulle foglie di thé triturate. Cos'altro si ricordava di lei?
Una cosa ancora: Quando si faceva il bagno ed infilava tutto il corpo sotto il pelo dell'acqua. Rimanevano fuori appena i suoi occhi lisci; che si facevano completamente scuri, velati, come si riempissero di petrolio. E a guardarci dentro, volute iridescenti. L'ultima cosa che gli aveva detto era stata: "Smettila di dire sempre -se c'è una cosa che odio-. Smettila di dimenticare tutte le cose che hai già odiato e che odierai. Credi ancora di essere ragionevole? Se solo non fossi così pieno d'odio e di dimenticanza."
Sì, proprio l'ultima.
Dopo c'era stato tanto silenzio invece, e poco d'altro.
Ma soprattutto frasi non dette e piante appassite.
Una cosa ancora: Quando si faceva il bagno ed infilava tutto il corpo sotto il pelo dell'acqua. Rimanevano fuori appena i suoi occhi lisci; che si facevano completamente scuri, velati, come si riempissero di petrolio. E a guardarci dentro, volute iridescenti. L'ultima cosa che gli aveva detto era stata: "Smettila di dire sempre -se c'è una cosa che odio-. Smettila di dimenticare tutte le cose che hai già odiato e che odierai. Credi ancora di essere ragionevole? Se solo non fossi così pieno d'odio e di dimenticanza."
Sì, proprio l'ultima.
Dopo c'era stato tanto silenzio invece, e poco d'altro.
Ma soprattutto frasi non dette e piante appassite.
15 febbraio 2007
Quest'anno mascherati da Panda Molestie Sessuali
Quando si presenta un problema, trovare la soluzione non basta. Ci sono sempre almeno due operazioni da svolgere: individuare la causa e scongiurare il ripetersi. L'eleganza di una soluzione consiste nel ridefinire tutta la procedura in modo da eliminare la causa, in modo che la seconda operazione segua naturalmente. Se necessario, anche attribuire responsabilità personali. Il modo sbagliato di affrontare una difficoltà è quello di "mettere una pezza". Ignorare l'origine di un problema e complicare la procedura in modo da arrivare ad un compimento efficace anche in presenza della causa d'errore. E generalmente il risultato che si ottiene in questo modo non è altro che quello di fare due volte il lavoro: la prima volta sbagliando, la seconda volta in modo corretto.
Credo che, invece di "coriandoli a natale", il titolo originale fosse "cavoli a merenda".
Idea per un fumetto di San Valentino:
Lui arriva sotto casa di lei.
Guarda in alto trasognato.
Nei suoi occhi cuoricini al posto delle pupille.
Lei si affaccia dall'esagerato-esimo piano e lo vede.
Intorno alla testa di lei cuoricini come bolle di sapone, alcuni scoppiano facendo POP.
Lui tira fuori una bomboletta spray.
Le scrive sul marciapiede "PROVIAMO A VOLARE".
Spazio bianco.
Primo piano sulla faccia di lui, sconvolta e distrutta.
Inquadratura del corpo di lei precipitato e fracassato sul marciapiede, in una pozza di sangue, cervella e interiora.
Credo che, invece di "coriandoli a natale", il titolo originale fosse "cavoli a merenda".
Idea per un fumetto di San Valentino:
Lui arriva sotto casa di lei.
Guarda in alto trasognato.
Nei suoi occhi cuoricini al posto delle pupille.
Lei si affaccia dall'esagerato-esimo piano e lo vede.
Intorno alla testa di lei cuoricini come bolle di sapone, alcuni scoppiano facendo POP.
Lui tira fuori una bomboletta spray.
Le scrive sul marciapiede "PROVIAMO A VOLARE".
Spazio bianco.
Primo piano sulla faccia di lui, sconvolta e distrutta.
Inquadratura del corpo di lei precipitato e fracassato sul marciapiede, in una pozza di sangue, cervella e interiora.
13 febbraio 2007
La troppo poca lisse: peripezie con l'accento sulla seconda e
Stamattina sono andato a lavoro come al solito ma niente di che... a pranzo ho cenato da solo con mio padre; poi oggi pomeriggio invece di andare alla posta ho fatto una passeggiata col cane. Stasera sono andato a basket con il mio amico Marco. Adesso ho finito di mangiare e mi metto a guardare un po' di tv.
11 febbraio 2007
Dormimmo in un hotel alla periferia di Adelaide
All'interno dell'occhio, sulla retina, ci sono due tipi di cellule fotorecettive: coni e bastoncelli. I coni permettono di vedere i colori, ma hanno bisogno di certa quantità di luce, mentre i bastoncelli percepiscono anche a basse intensità, ma non i colori. Al centro della retina c'è una zona chiamata fovea, nella quale c'è un'alta concentrazione di coni. L'elaborazione ad alta risoluzione delle immagini avviene lì. Questo spiega perchè di notte, guardando un cielo stellato, le stelle al centro del campo visivo sembrano scomparire mentre sono più brillanti ai lati. (A me, ad esempio, capita, spegnendo la luce per mettermi a letto, di riuscire a intravedere con la coda dell'occhio una leggera luminescenza della lampadina appena spenta, luminescenza che scompare appena guardo la lampada direttamente). Un'altra caratteristica della fovea è quella di essere praticamente priva di coni per la visione del colore blu. Per questo motivo è molto difficile leggere un testo di colore giallo chiaro su di una pagina bianca: l'unica differenza tra quei due colori è la quantità di blu. Ed è per lo stesso motivo per cui l'evidenziatore giallo funziona così bene: cattura l'attenzione sfruttando la visione periferica che riesce a "vedere" il blu; quando poi si sposta lo sguardo sulla parte evidenziata, ed entra in azione la fovea, il contrasto giallo/bianco diventa poco percebile e non intralcia la lettura.
Oggi, domenica undici febbraio duemilasette. Molti pensano che oggi sia stato preceduto da sabato dieci febbraio duemilasette, comunemente detto ieri, ma solo per oggi. E molti hanno ragione. Quella dei giorni è una serie. Quindi ogni giorno può essere visto come un elemento di una lista infinita. Per comodità di analisi noi riduciamo il sistema osservato: per un giorno, ci sono un giorno precedente e un giorno successivo. Così ogni caratteristica che si può dedurre per un giorno con queste caratteristiche, si può dedurre per ogni altro giorno. Per induzione, cara. Ora, consideriamo la sequenza di questi tre giorni come una sola entità, con oggi non distinguibile da ieri o da domani. Il nostro "esserci" sarebbe adagiato in questi tre contenitori e ne prenderebbe la forma come se fosse acqua. Il problema della percezione del qui ed adesso si può così ridurre ad una questione geometrica, la sezione generata dall'intersezione tra questo oggetto temporale e un piano perpendicolare alla direzione del tempo. Questa osservazione però comporta dei problemi di linguaggio: quello che noi chiamiamo "scorrere del tempo" sarebbe una percezione generata da una osservazione effettuata da un punto di vista che trascende il tempo stesso e lo deduce da qualcosa che tempo non è. Le implicazioni sono innumerevoli. Ma quello che volevo dire è che sono già le sei e tra poco è di nuovo lunedì.
Oggi, domenica undici febbraio duemilasette. Molti pensano che oggi sia stato preceduto da sabato dieci febbraio duemilasette, comunemente detto ieri, ma solo per oggi. E molti hanno ragione. Quella dei giorni è una serie. Quindi ogni giorno può essere visto come un elemento di una lista infinita. Per comodità di analisi noi riduciamo il sistema osservato: per un giorno, ci sono un giorno precedente e un giorno successivo. Così ogni caratteristica che si può dedurre per un giorno con queste caratteristiche, si può dedurre per ogni altro giorno. Per induzione, cara. Ora, consideriamo la sequenza di questi tre giorni come una sola entità, con oggi non distinguibile da ieri o da domani. Il nostro "esserci" sarebbe adagiato in questi tre contenitori e ne prenderebbe la forma come se fosse acqua. Il problema della percezione del qui ed adesso si può così ridurre ad una questione geometrica, la sezione generata dall'intersezione tra questo oggetto temporale e un piano perpendicolare alla direzione del tempo. Questa osservazione però comporta dei problemi di linguaggio: quello che noi chiamiamo "scorrere del tempo" sarebbe una percezione generata da una osservazione effettuata da un punto di vista che trascende il tempo stesso e lo deduce da qualcosa che tempo non è. Le implicazioni sono innumerevoli. Ma quello che volevo dire è che sono già le sei e tra poco è di nuovo lunedì.
09 febbraio 2007
Esco dal tunnel e la pioggia sul vetro è come una malattia della pelle in avanti veloce
Questo post è lasciato inintenzionalmente bianco.
Lo si consideri riempito con tutti i sinonimi di nulla; scelti tra i possibili, ma soprattutto tra gli impossibili.
Lo si consideri riempito con tutti i sinonimi di nulla; scelti tra i possibili, ma soprattutto tra gli impossibili.
06 febbraio 2007
Le mie labbra si sono addormentate
...e ho perso fiducia nell'aiuto del pubblico.
Introduzione melodica, ingredienti per due persone, condire con rumore a piacimento.
Non sono che frazioni trascurabili dell'unità di tempo, quelle in cui io mi trattengo immobile. Non sono modellate con le stesse particelle dell'aria, perchè non le respiro. Sono come flussi, campi invisibili, che mi attraversano quasi fossi a loro impalpabile e ogni volta abbandonano o portano via qualcosa. Invece di doni, pedaggi. Dovrei essere sollevato quando tutto questo accade e invece mi sento tirato giù. Anzi tirato in tondo, come se mi avessero legato le caviglie alla lancetta di un enorme orologio meccanico. Ed in ogni momento il braccio dei minuti indicasse il basso. Poi quando mi sento parlare, mi sembro un essere perfettamente razionale, uno di quelli che tengono nascosti in stanza bianche dalle pareti tempestate di cuscini. Lo so benissimo che ti piace discutere della libertà, ed è per questo che non tiro più fuori questo argomento. Una volta volevamo scrivere un libro e riempirlo di tutte le cose che riempivano il tempo passato insieme. E adesso siamo rimasti senza libro e senza tempo insieme. Gli intervalli delle nostre relazioni impersonali sono così leggeri, leggeri, e i passi fatti sulla strada verso dimenticare verso ricordare così pesanti, pesanti. Che se tu mi stessi lasciando delle mollichine di pane per trovare la strada, io starei andando in direzione opposta; e naturalmente dopo aver girato la testa alla prima mollica sarei già perso. Ci si sta consolando con forme trite quando entra in scena la vocina impertinente: ella fa domande elementari, chiede "ma chi?" "ma perchè?". E mette in crisi un sistema. Allora che la si spinga via, titubando: "Mmmmma, dai, non stare a cavillare, lascia fare, non ti preoccupare". Il problema di girare intorno alle cose è che poi si forma il solco per terra, diventa un binario e non se ne esce più. Io lo so come andrà a finire: Dal punto centrale entrambi si allontano, dandosi le spalle, come duellanti. Lui le ha lasciato scegliere l'arma e lei ha scelto se stessa. L'inquadratura da sopra la spalla di lui, che si gira e la vede andare via: "non si volterà". L'inquadratura da sopra la spalla di lei, che si gira e lo vede andare via: "non si è voltato". Tutto sfuma in un bianco accecante. Cos'è quella cosa che distilli e mi instilli, gocce soporifere o vanagloria?
Introduzione melodica, ingredienti per due persone, condire con rumore a piacimento.
Non sono che frazioni trascurabili dell'unità di tempo, quelle in cui io mi trattengo immobile. Non sono modellate con le stesse particelle dell'aria, perchè non le respiro. Sono come flussi, campi invisibili, che mi attraversano quasi fossi a loro impalpabile e ogni volta abbandonano o portano via qualcosa. Invece di doni, pedaggi. Dovrei essere sollevato quando tutto questo accade e invece mi sento tirato giù. Anzi tirato in tondo, come se mi avessero legato le caviglie alla lancetta di un enorme orologio meccanico. Ed in ogni momento il braccio dei minuti indicasse il basso. Poi quando mi sento parlare, mi sembro un essere perfettamente razionale, uno di quelli che tengono nascosti in stanza bianche dalle pareti tempestate di cuscini. Lo so benissimo che ti piace discutere della libertà, ed è per questo che non tiro più fuori questo argomento. Una volta volevamo scrivere un libro e riempirlo di tutte le cose che riempivano il tempo passato insieme. E adesso siamo rimasti senza libro e senza tempo insieme. Gli intervalli delle nostre relazioni impersonali sono così leggeri, leggeri, e i passi fatti sulla strada verso dimenticare verso ricordare così pesanti, pesanti. Che se tu mi stessi lasciando delle mollichine di pane per trovare la strada, io starei andando in direzione opposta; e naturalmente dopo aver girato la testa alla prima mollica sarei già perso. Ci si sta consolando con forme trite quando entra in scena la vocina impertinente: ella fa domande elementari, chiede "ma chi?" "ma perchè?". E mette in crisi un sistema. Allora che la si spinga via, titubando: "Mmmmma, dai, non stare a cavillare, lascia fare, non ti preoccupare". Il problema di girare intorno alle cose è che poi si forma il solco per terra, diventa un binario e non se ne esce più. Io lo so come andrà a finire: Dal punto centrale entrambi si allontano, dandosi le spalle, come duellanti. Lui le ha lasciato scegliere l'arma e lei ha scelto se stessa. L'inquadratura da sopra la spalla di lui, che si gira e la vede andare via: "non si volterà". L'inquadratura da sopra la spalla di lei, che si gira e lo vede andare via: "non si è voltato". Tutto sfuma in un bianco accecante. Cos'è quella cosa che distilli e mi instilli, gocce soporifere o vanagloria?
04 febbraio 2007
Come sono stupidi i titoli delle canzoni inglesi tradotti in italiano
Qui dentro fa eccezionalmente caldo. Eppure in questa marea c'è un iceberg, uno di quelli di cui si vede solo la punta. E' gelido, è solido, così impenetrabile che basterebbe toccarlo per farlo scomparire. Al suo interno ogni cosa è cristallizzata e addormentata. La marea si muove disordinata sospinta da un tempo che viene interrotto, poi cambiato, poi interrotto di nuovo e ancora cambiato. Ci sono luci blu da un lato e luci rosse da un altro lato. Se lì ci fossero l'inferno e il paradiso vorrebbe dire che noi ci troviamo in un limbo (e io non avevo mai immaginato che il limbo potesse essere così buio e affollato). Andiamo ancora più addentro? Io tengo gli occhi spesso chiusi, per il fumo, per non dover sentire con niente altro che lo stomaco e le gambe. Ogni tanto guardo in basso verso lo spazio che ci sta in mezzo. Se apro la mano al massimo, c'entrerà magari due volte in questo spazio: quindi non ci dividono che 50 cm, al massimo. Io non permetto che siano di più e tu non permetti che siano di meno. Ogni tanto guardo te mentre sei girata verso chissà chi altro. A volte mi dici qualcosa e io intuisco che mi stai domandando della canzone che c'è adesso, ma non ti so decifrare, che come al solito il senso di riconoscere le parole è il primo ad andarsene; e allora annuisco, oppure scuoto la testa sconsolato, e ti sorrido. Quando andiamo via non ci sono rimpianti, che la musica tanto è finita.
In tutto ciò che fila così liscio, non manca un certo senso di crudeltà. Può capitare di spaventarsi intravedendo un uomo addormentato dentro un furgone, che non si capisce se ti stia guardando o meno. Può capitare che uno si attacchi all'uso improprio della persona di un pronome, o all'uso sottilmente chiarificatore. Può capitare che uno, dopo aver parcheggiato, si fermi ad ascoltare quei 9 minuti di canzone che il giorno dopo a leggerne il testo erano proprio azzeccati -ma ieri non lo sapevi e allora capisci che era pura ispirazione-. Può capitare che uno, appena sceso dalla macchina, senta impazzire gli uccelli nascosti dagli alberi ancora neri per la notte, e lo prenda il senso di sè e la giornata successiva che si stanno aspettando a vicenda per darsi il cambio. Può capitare che uno prima d'addormentarsi si figuri Oscar Wilde che proclama che la vita vada vissuta come un'opera d'arte, e a me il cyrano mi sta bene che è una gran bella opera: però questo può capitare per colpa di quel gin tonic in più preso perchè lo si era letto il giorno prima in un racconto di Hemingway e lo si voleva provare; ma che l'unico effetto sortito può essere stato quello di aver provocato stupidi pensieri d'amore e di pennacchi.
In tutto ciò che fila così liscio, non manca un certo senso di crudeltà. Può capitare di spaventarsi intravedendo un uomo addormentato dentro un furgone, che non si capisce se ti stia guardando o meno. Può capitare che uno si attacchi all'uso improprio della persona di un pronome, o all'uso sottilmente chiarificatore. Può capitare che uno, dopo aver parcheggiato, si fermi ad ascoltare quei 9 minuti di canzone che il giorno dopo a leggerne il testo erano proprio azzeccati -ma ieri non lo sapevi e allora capisci che era pura ispirazione-. Può capitare che uno, appena sceso dalla macchina, senta impazzire gli uccelli nascosti dagli alberi ancora neri per la notte, e lo prenda il senso di sè e la giornata successiva che si stanno aspettando a vicenda per darsi il cambio. Può capitare che uno prima d'addormentarsi si figuri Oscar Wilde che proclama che la vita vada vissuta come un'opera d'arte, e a me il cyrano mi sta bene che è una gran bella opera: però questo può capitare per colpa di quel gin tonic in più preso perchè lo si era letto il giorno prima in un racconto di Hemingway e lo si voleva provare; ma che l'unico effetto sortito può essere stato quello di aver provocato stupidi pensieri d'amore e di pennacchi.
30 gennaio 2007
Cosa ho mangiato a colazione e altre inutili informazioni
Soggetto maschile n. uno: Conflittuale rapporto con il proprio status sociale, alterna episodi di ostentazione a momenti di dissimulazione.
Soggetto maschile n. due: E' solito attaccare verbalmente l'interlocutore per evitare il confronto personale.
Soggetto maschile n. tre: Sembra non riuscire ad applicare la sua grande mole di conoscenze e abilità ad alcuna attività concreta.
Soggetto maschile n. quattro: Intrattiene rapporti utilitaristici con gli amici e insinceri con le molte partner.
Soggetto maschile n. cinque: Infantile e ideologico, non conosce il senso della misura.
Soggetto femminile n. uno: Ha architettato una personalità tormentata e una vita disordinata, potrebbe avere già tutto quello che vuole.
Soggetto femminile n. due: Pretende sempre il giusto comportamento da chi le sta intorno, ma non lascia mai intuire quale sia.
Soggetto femminile n. tre: Chiede costante attenzione e nasconde una parte di sè, forse cruciale.
Soggetto femminile n. quattro: Grandissime potenzialità e senso del dovere, ha un enorme blocco psicologico verso il rischio e le situazioni incerte.
Soggetto femminile n. cinque: E' convinta che una quantità di principi astratti possano essere trasferiti alla vita reale senza compromessi, soffre nel tentativo.
Ho capito il controintuitivo senso d'orgoglio di portare addosso un difetto, una deformità. Da mostrare agli altri come una ferita di guerra, una cicatrice, una prova che, per un limitato periodo di tempo, si è vissuto. C'entra lontanamente anche il graffio che mi hanno premurosamente lasciato sulla carrozzeria. Ma ha senso solo se frutto delle conseguenze di altre azioni: immotivato, scollegato, un effetto collaterale. Nulla di autoinflitto, dunque. Nell'essere materialmente differenti non vedo alcuna colpa, nè merito.
Un poligono regolare, con un numero sufficientemente grande di lati, è praticamente indistinguibile da una circonferenza. Il singolo essere vivente più grande del pianeta è un bosco. Ricordo ore passate a discutere sull'esistenza dell'anno 0.
Ogni volta che si fanno puntualizzazioni analcoliche mi sembra di sentire in sottofondo gli shellac.
Se non sei una persona molto intelligente non dovresti osare/usare quella montatura per gli occhiali. Quella squadrata, nera, bassa e spessa, non so se hai presente.
Continuo a darti del tu.
E già che ci siamo, ti dico pure questa: se ti definisci una persona simpatica, un po' pazza, solare, stronza-ma-in-fondo-buona, romantica, sincera, estroversa/introversa, affidabile e disponibile, c'è una buona probabilità che tu non sia nessuna di queste cose. Prova di nuovo e più forte.
Soggetto maschile n. due: E' solito attaccare verbalmente l'interlocutore per evitare il confronto personale.
Soggetto maschile n. tre: Sembra non riuscire ad applicare la sua grande mole di conoscenze e abilità ad alcuna attività concreta.
Soggetto maschile n. quattro: Intrattiene rapporti utilitaristici con gli amici e insinceri con le molte partner.
Soggetto maschile n. cinque: Infantile e ideologico, non conosce il senso della misura.
Soggetto femminile n. uno: Ha architettato una personalità tormentata e una vita disordinata, potrebbe avere già tutto quello che vuole.
Soggetto femminile n. due: Pretende sempre il giusto comportamento da chi le sta intorno, ma non lascia mai intuire quale sia.
Soggetto femminile n. tre: Chiede costante attenzione e nasconde una parte di sè, forse cruciale.
Soggetto femminile n. quattro: Grandissime potenzialità e senso del dovere, ha un enorme blocco psicologico verso il rischio e le situazioni incerte.
Soggetto femminile n. cinque: E' convinta che una quantità di principi astratti possano essere trasferiti alla vita reale senza compromessi, soffre nel tentativo.
Ho capito il controintuitivo senso d'orgoglio di portare addosso un difetto, una deformità. Da mostrare agli altri come una ferita di guerra, una cicatrice, una prova che, per un limitato periodo di tempo, si è vissuto. C'entra lontanamente anche il graffio che mi hanno premurosamente lasciato sulla carrozzeria. Ma ha senso solo se frutto delle conseguenze di altre azioni: immotivato, scollegato, un effetto collaterale. Nulla di autoinflitto, dunque. Nell'essere materialmente differenti non vedo alcuna colpa, nè merito.
Un poligono regolare, con un numero sufficientemente grande di lati, è praticamente indistinguibile da una circonferenza. Il singolo essere vivente più grande del pianeta è un bosco. Ricordo ore passate a discutere sull'esistenza dell'anno 0.
Ogni volta che si fanno puntualizzazioni analcoliche mi sembra di sentire in sottofondo gli shellac.
Se non sei una persona molto intelligente non dovresti osare/usare quella montatura per gli occhiali. Quella squadrata, nera, bassa e spessa, non so se hai presente.
Continuo a darti del tu.
E già che ci siamo, ti dico pure questa: se ti definisci una persona simpatica, un po' pazza, solare, stronza-ma-in-fondo-buona, romantica, sincera, estroversa/introversa, affidabile e disponibile, c'è una buona probabilità che tu non sia nessuna di queste cose. Prova di nuovo e più forte.
28 gennaio 2007
Ameba monocellulare che, in risposta alla mancanza di nutrienti, piange
Subito neo, subitaneo.
Un colpo di t'osserva.
Verità per grammi.
Tessere un mosaico con tessere di una tela.
Cominciarono con il toglierci le unghie dalle dita. Tutte le unghie da tutte le dita, anche quelle dei piedi. Un effetto fu meno immediato del dolore, ma più insopportabile: non sapemmo più raccogliere gli spilli caduti sul pavimento; e grattar via i nostri pruriti divenne una faccenda ingrata: ogni volta dovevamo munirci d'oggetti appuntiti o ruvidi, che i polpastrelli nudi non ci bastavano più.
Ogni impronta lasciata camminando sulla terra è l'inizio di un vulcano. Quando spuntano, il ghiaccio si scioglie e l'acqua è scartata in favore della polvere. Quando esplodono, nell'aria intorno viene lanciata materia in uno stato innaturale, un poco metafisico. Tutto quello che si sa è che è blu e cade come pioggia. Se in quei momenti si tira fuori la lingua non ci si disseta, ma almeno ci si commuove e per un po' si rimane convinti che, dopo tutto, un qualche tipo di battesimo non può essere così sbagliato. Dopo tutto però, non prima di tutto.
Non tocchiamoci. Non pensiamoci neanche. Non stiamo fermi davanti ad una lampada accesa di notte o all'uscita di un tunnel senza luce, che un osservatore causale potrebbe, passando, vederci come figure nere in controluce. Non accontentiamoci del fascino dell'infelicità. Non prendiamoci in giro, chiedendoci perchè a vicenda. Non iniziamo a bere preventivamente, per calmare una sete che non abbiamo. Non mettiamoci a parlare del tempo, del lavoro, dell'università, di cinema, di musica, di politica, di calcio, delle altre persone, della nostra infanzia, di quello che ci piace, di quello che non ci piace. Non chiediamoci quando di nuovo. Non fingiamo di apparire migliori e peggiori di quello che siamo. Non restiamo qua seduti. Non respiriamo troppo intensamente. Se tu non sei, allora non sono neanche io.
Se pensiamo le stesse cose non è che possiamo considerarci un coro.
Una delle mie immagini preferite è il guerriero che si siede in riva al fiume e attende passare il corpo esanime del nemico. La singola idea dell'attesa si rispecchia così meccanicalmente in quello che sono e in quello che faccio, e su così tanti livelli, che non saprei da dove cominciare a descriverla.
C'è così tanto sporco in quest'aula. Il cestino della spazzatura che non è stato ancora svuotato. La polvere di gesso che si materializza in una evanescente nuvoletta bianca, come se le parole scritte sulla lavagna prendessero vita e i concetti che esprimono decadessero con questa forma nel mondo materiale. Ci sono le gomme da masticare nascoste pigramente sotto i banchi, come microspie, e le scritte offensive e oscene incise nel legno degli schienali di quelle sediacce, scomode e incerte. Ma questo è il meno. Gli sguardi degli altri studenti, tutti rivolti religiosamente avanti verso la cattedra-altare, sono come fili di ragno. Entrare e sentirsi addosso questi occhi sporchi. Schifo, chissà su cos'altro si sono posati prima di venire a pungolarmi. Attraversare il campo d'inquadratura come una comparsa inetta e confusa. Passando, rompere tutte queste ragnatele, che rimangono addosso. Arrivare finalmente al proprio posto, oramai al sicuro, coperto di filamenti bianchi. Ricucirli, farne il proprio bozzolo. Dimenticarsi pensosi di adesso.
Lo assaggiarono, ed era gelato. Lo nascosero, e divenne celato.
Il solitario, è come un nuovo gioco, un uomo gioco. Tira in avanti la mascella e allinea i denti di sopra con i denti di sotto. L'uomo accanto al solitario gli chiede: "perchè fai così con la bocca?" e il solitario per tutta risposta gli fa annusare le mani. Le mani del solitario, se sono sudate e vengono a contatto con la lana, acquistano un odore singolare. Un odore che si riconosce provenire da qualcosa di vivo, ma non per questo sgradevole. L'uomo accanto al solitario non è molto intelligente e spesso inventa delle storie su di sè per sentirsi importante, o almeno questo è ciò che crede il solitario. Il solitario di solito scrive cose che non fa leggere a nessuno; spesso lo si può vedere iniziare nuovi paragrafi. Si diverte anche a bilanciare reazioni di ossidoriduzione, il solitario. Lui è il solitario perchè sospetta il peggio in chi gli vuole bene e si aspetta il bene dai peggiori, perchè non sa mai cosa rispondere e quando, perchè non sa perchè rispondere, e il tempo gli si presenta sempre in incognito. Il solitario, quando sa che sta per ripetersi un rituale, scappa via. In un tempo sepolto insieme ad altri passati, trascorreva le sue ore seduto su scalini di travertino bianco, da solo. Sfogliava riviste di cui conosceva già il contenuto o svolgeva sbrigativamente i compiti che gli erano stati assegnati. Il solitario fantasticava: credeva di vivere in un fumetto, ed era sicuro che non si sarebbe accorto dello spazio bianco tra le vignette, del tempo bianco tra i riquadri. Ipotizzava tutto ciò che gli altri non avrebbero avuto il coraggio di dirgli, e lo prendeva per vero. Il solitario scrive oggi indifferentemente in prosa come in poesia. Parla poche lingue, ma non si fida di nessuna. Ma alla fine tutto quello che occorre sapere è che c'è sempre una buona ragione, o una valida scusa, per ogni volta che un solitario non riesce.
Vicini di carne.
Litigherei a causa di centimetri.
Con piacere, per il piacere.
Invece erigere muri.
Soluzione universale a problema condominiale.
Non c'era bisogno, veramente.
Ti s'apre il sorriso e ci sarebbe da piangere.
Un colpo di t'osserva.
Verità per grammi.
Tessere un mosaico con tessere di una tela.
Cominciarono con il toglierci le unghie dalle dita. Tutte le unghie da tutte le dita, anche quelle dei piedi. Un effetto fu meno immediato del dolore, ma più insopportabile: non sapemmo più raccogliere gli spilli caduti sul pavimento; e grattar via i nostri pruriti divenne una faccenda ingrata: ogni volta dovevamo munirci d'oggetti appuntiti o ruvidi, che i polpastrelli nudi non ci bastavano più.
Ogni impronta lasciata camminando sulla terra è l'inizio di un vulcano. Quando spuntano, il ghiaccio si scioglie e l'acqua è scartata in favore della polvere. Quando esplodono, nell'aria intorno viene lanciata materia in uno stato innaturale, un poco metafisico. Tutto quello che si sa è che è blu e cade come pioggia. Se in quei momenti si tira fuori la lingua non ci si disseta, ma almeno ci si commuove e per un po' si rimane convinti che, dopo tutto, un qualche tipo di battesimo non può essere così sbagliato. Dopo tutto però, non prima di tutto.
Non tocchiamoci. Non pensiamoci neanche. Non stiamo fermi davanti ad una lampada accesa di notte o all'uscita di un tunnel senza luce, che un osservatore causale potrebbe, passando, vederci come figure nere in controluce. Non accontentiamoci del fascino dell'infelicità. Non prendiamoci in giro, chiedendoci perchè a vicenda. Non iniziamo a bere preventivamente, per calmare una sete che non abbiamo. Non mettiamoci a parlare del tempo, del lavoro, dell'università, di cinema, di musica, di politica, di calcio, delle altre persone, della nostra infanzia, di quello che ci piace, di quello che non ci piace. Non chiediamoci quando di nuovo. Non fingiamo di apparire migliori e peggiori di quello che siamo. Non restiamo qua seduti. Non respiriamo troppo intensamente. Se tu non sei, allora non sono neanche io.
Se pensiamo le stesse cose non è che possiamo considerarci un coro.
Una delle mie immagini preferite è il guerriero che si siede in riva al fiume e attende passare il corpo esanime del nemico. La singola idea dell'attesa si rispecchia così meccanicalmente in quello che sono e in quello che faccio, e su così tanti livelli, che non saprei da dove cominciare a descriverla.
C'è così tanto sporco in quest'aula. Il cestino della spazzatura che non è stato ancora svuotato. La polvere di gesso che si materializza in una evanescente nuvoletta bianca, come se le parole scritte sulla lavagna prendessero vita e i concetti che esprimono decadessero con questa forma nel mondo materiale. Ci sono le gomme da masticare nascoste pigramente sotto i banchi, come microspie, e le scritte offensive e oscene incise nel legno degli schienali di quelle sediacce, scomode e incerte. Ma questo è il meno. Gli sguardi degli altri studenti, tutti rivolti religiosamente avanti verso la cattedra-altare, sono come fili di ragno. Entrare e sentirsi addosso questi occhi sporchi. Schifo, chissà su cos'altro si sono posati prima di venire a pungolarmi. Attraversare il campo d'inquadratura come una comparsa inetta e confusa. Passando, rompere tutte queste ragnatele, che rimangono addosso. Arrivare finalmente al proprio posto, oramai al sicuro, coperto di filamenti bianchi. Ricucirli, farne il proprio bozzolo. Dimenticarsi pensosi di adesso.
Lo assaggiarono, ed era gelato. Lo nascosero, e divenne celato.
Il solitario, è come un nuovo gioco, un uomo gioco. Tira in avanti la mascella e allinea i denti di sopra con i denti di sotto. L'uomo accanto al solitario gli chiede: "perchè fai così con la bocca?" e il solitario per tutta risposta gli fa annusare le mani. Le mani del solitario, se sono sudate e vengono a contatto con la lana, acquistano un odore singolare. Un odore che si riconosce provenire da qualcosa di vivo, ma non per questo sgradevole. L'uomo accanto al solitario non è molto intelligente e spesso inventa delle storie su di sè per sentirsi importante, o almeno questo è ciò che crede il solitario. Il solitario di solito scrive cose che non fa leggere a nessuno; spesso lo si può vedere iniziare nuovi paragrafi. Si diverte anche a bilanciare reazioni di ossidoriduzione, il solitario. Lui è il solitario perchè sospetta il peggio in chi gli vuole bene e si aspetta il bene dai peggiori, perchè non sa mai cosa rispondere e quando, perchè non sa perchè rispondere, e il tempo gli si presenta sempre in incognito. Il solitario, quando sa che sta per ripetersi un rituale, scappa via. In un tempo sepolto insieme ad altri passati, trascorreva le sue ore seduto su scalini di travertino bianco, da solo. Sfogliava riviste di cui conosceva già il contenuto o svolgeva sbrigativamente i compiti che gli erano stati assegnati. Il solitario fantasticava: credeva di vivere in un fumetto, ed era sicuro che non si sarebbe accorto dello spazio bianco tra le vignette, del tempo bianco tra i riquadri. Ipotizzava tutto ciò che gli altri non avrebbero avuto il coraggio di dirgli, e lo prendeva per vero. Il solitario scrive oggi indifferentemente in prosa come in poesia. Parla poche lingue, ma non si fida di nessuna. Ma alla fine tutto quello che occorre sapere è che c'è sempre una buona ragione, o una valida scusa, per ogni volta che un solitario non riesce.
Vicini di carne.
Litigherei a causa di centimetri.
Con piacere, per il piacere.
Invece erigere muri.
Soluzione universale a problema condominiale.
Non c'era bisogno, veramente.
Ti s'apre il sorriso e ci sarebbe da piangere.
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